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Simone Weil: la parrhēsia di una mistica
di Lodovico Grassi

Simone Weil: la parrhēsia di una mistica

 

di Lodovico Grassi

 

L’esperienza religiosa e mistica resta la dominante della personalità di Simone Weil, il fondamento della sua forza e del suo legame con la sventura e la chiave privilegiata di lettura della sua opera

 

 

Difficile, e forse impossibile, tracciare un profilo sintetico di Simone Weil: intellettuale poliedrica; letterata finissima, che si è cimentata con la poesia e con il teatro conseguendo risultati che toccano il “sublime”; pensatrice attenta ad ogni mossa filosofica del presente e del passato; interprete appassionata del pensiero e della letteratura religiosa universali; militante sindacale e politica – prima e dopo il suo duro lavoro in fabbrica – che ha fornito una elaborazione teorica e un’analisi lungimirante ancor oggi rilevanti; che si è schierata durante la guerra di Spagna partecipandovi sia pur brevemente, ed ha capito come pochi in anticipo la nascita e l’evoluzione della Germania totalitaria; tanto emarginata, inascoltata e considerata folle quanto esigente nel suo proporre l’ordine del giorno alla “France combattante”; fedele al suo lavoro nonostante la malattia, come documentano i suoi ultimi scritti. Mistica profondissima, senza imbarazzi espressivi e nel segno di una “parresia” a tutto campo nell’orizzonte della dogmatica cattolica; leale e intransigente nel suo proporsi cristiana e cattolica “di diritto”, e insieme obbediente alla sua vocazione di non appartenente alla Chiesa-istituzione (la Chiesa dell’anathema sit); testimone profetica (e non “l’ultima sibilla” secondo la battuta infelice di von Balthasar) di un cristianesimo conseguente e coerente. Segno di contraddizione perché abitante la contraddizione, intimamente legata alla Croce e alla sventura. Una donna che nella purezza radicale ha conosciuto l’entusiasmo e la depressione, l’estasi e lo sconforto, offrendosi con semplicità al discernimento degli spiriti nel dialogo con i suoi interlocutori privilegiati, in particolare padre Perrin, il domenicano a cui si è aperta con l’umiltà di chi è consapevole del peccato e con parole limpide e impregnate di dolorosa speranza. O crux, ave, spes unica. Non pochi tra i suoi innumerevoli lettori hanno sperimentato la forza della sua speranza e riconosciuto un debito spirituale nei suoi confronti. Penso ai molti cattolici, anche ecclesiastici, che hanno percepito il coraggio della sua irrinunciabile probità intellettuale nel sofferto rapporto con la Chiesa, che ha dischiuso vie di rinnovata interiorità e di conversione (“sono come la campana che invita a entrare nella chiesa restandone fuori”).

 

 

Una cristiana atipica

 

S.Weil non è una convertita nel senso tradizionale. Cresciuta nell’agnosticismo familiare e nella formazione intellettuale laica (Alain) ha progressivamente scoperto e sperimentato di essere già cristiana, una per così dire autodidatta spirituale che ha passato le sue convinzioni etiche e religiose al vaglio di una cultura vastissima e di prima mano e di un’esperienza di vita umana eccezionale non solo per la sua brevità (soli 34 anni), ma per l’intensità e la profondità delle sue intuizioni e la sovrana “aisance” nel parlare e nell’argomentare. E se l’esperienza religiosa e mistica resta la dominante della sua personalità, ha saputo misurarsi con le altre esperienze religiose con un’apertura e un coinvolgimento che fanno tutt’uno con l’amore per la verità.

Nella sua lettera a padre Perrin pubblicata come L’autobiografia spirituale, Simone ripercorre il suo itinerario di fede e di esperienza mistica. Siamo nella primavera del 1942 (l’anno che precede la morte: 1943), anno di grande fecondità intellettuale e di mutamento degli orizzonti vitali. S.Weil è a Marsiglia per imbarcarsi e raggiungere l’America insieme ai genitori ebrei. (Nell’ebraismo Simone non riesce a superare il suo giudizio senza appello sull’Antico Testamento e sul Dio violento, salvando le poche scritture sacre immuni dalla violenza). Il vivere per due anni sotto Vichy ha costituito per Simone l’occasione di un riposo mentale; lavora come contadina alternando il lavoro manuale con quello della scrittura. Schierata da tempo contro il nazismo, legata alla resistenza in particolare dei giovani guidati da padre Perrin che diffondono “Témoignage chrétien”, continua la sua ricerca lontano dal coinvolgimento politico che in altri tempi le si era imposto come imperativo morale. Su Vichy e sulla condizione degli ebrei non c’è stata né conoscenza né presa di posizione. È come se Simone si fosse chiusa in un recinto di fedeltà alla sua opera.

Di fatto, il lungo soggiorno a Marsiglia dà a Simone la possibilità di esprimere la sua fecondità intellettuale: nascono a Marsiglia saggi tra i più fondamentali e gran parte dei Quaderni.

A Marsiglia Simone non è sola con i suoi genitori, incontra persone e intreccia amicizie. Tra queste spiccano quelle con Gustave Thibon e Joë Bousquet, ma soprattutto quella con il domenicano Jean-Marie Perrin che sarà suo interlocutore e compagno di esplorazione della verità e del bene. Le lettere di Simone a Perrin lasciano trasparire non solo profonda gratitudine, ma anche una speciale sintonia spirituale che non esclude il fraterno e fermo dissenso su punti rilevanti nella ricerca di Simone come il suo sofferto rapporto con la Chiesa cattolica. Lo stesso epistolario è spesso continuazione ideale dei molti incontri e si fa più intenso e quasi drammatico nei giorni in cui Simone si prepara a partire per l’America. Non è un caso che la lettera più lunga di questo periodo (“L’autobiografia spirituale”) assuma una importanza dichiarata dalla stessa Simone e accolta da Perrin: “Quando le ho tracciato per iscritto un abbozzo di una mia autobiografia spirituale, l’ho fatto con una precisa intenzione. Volevo darle l’opportunità di constatare un esempio concreto e certo di fede implicita. Un esempio certo, poiché sono sicura che lei sa che non mento” (1).

 

 

Verso Dio senza tramite umano

 

Non è una neo-convertita che parla ma un’anima che, in nome di un rapporto spirituale senza riserve e senza equivoci, affida per sé e per la moltitudine dei tanti altri, in un clima di assoluta probità intellettuale, la sua provata convinzione di vivere una fede implicita. In obbedienza a Dio, che in quel lungo momento non chiede altro, soprattutto a chi è stata “presa dal Cristo”.

Vale la pena di soffermarsi sulla confidenza di un evento interiore eccezionale che Simone ha fatto, con due lettere a J.-Marie Perrin e a Joë Bousquet, nel 1942 alla vigilia della partenza per l’America e precisamente al primo con una lettera senza data (“L’autobiografia spirituale”) e al secondo con lettera in data 12 maggio 1942. Questa esperienza ha segnato la vita interiore e i vari modi con i quali Simone ha comunicato con gli amici più stretti ed anche con tutti quelli che nel futuro attingeranno alla sua fonte. Anche noi, quindi.

A padre Perrin scrive: “Lei non mi ha portato né l’ispirazione cristiana né il Cristo: quando l’ho incontrata [il 7 giugno 1941, n. ns.], infatti questo non rimaneva più da fare, era già un fatto compiuto e senza il tramite di alcun essere umano. Se non fosse stato così, se già non fossi stata presa, non solo implicitamente ma anche in maniera cosciente, lei non mi avrebbe dato alcunché, perché da lei non avrei accettato nulla. La mia amicizia verso di lei sarebbe stata infatti un motivo per rifiutare il suo messaggio, perché avrei avuto paura delle possibilità d’errore e d’illusione che l’influenza umana implica nell’ambito delle cose divine. (…) Ancorché il nome stesso di Dio non avesse alcun posto nei miei pensieri, avevo tuttavia nei confronti dei problemi di questo mondo e di questa vita una concezione esplicitamente e rigorosamente cristiana, incluse le nozioni più specifiche che essa comporta. Alcune nozioni sono in me dai primi momenti di cui serbi memoria. Riguardo ad altre, so quando, in che modo e sotto quale forma mi si sono imposte”(2).

 

 

I tre contatti con il cristianesimo

 

Simone continua il discorso sulla sua storia e sui “tre contatti” avuti con il cattolicesimo: il primo è l’incontro con dei pescatori portoghesi che intonavano canti religiosi sicuramente molto antichi, di una tristezza straziante che all’improvviso le ha dato la certezza che “il cristianesimo è per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non possono non aderirvi, e io con loro”; il secondo è l’incontro ad Assisi con la spiritualità di Francesco, nel luogo dove Francesco ha pregato tanto spesso: “per la prima volta nella mia vita qualcosa più forte di me mi ha obbligata a mettermi in ginocchio”; il terzo è l’incontro a Solesmes (1938) con la liturgia cattolica: nonostante i fortissimi mal di testa, un estremo sforzo di attenzione le “permetteva di uscire dalla miserabile carne, di lasciarla soffrire in disparte, rannicchiata in un angolo, e di cogliere una gioia pura e perfetta nell’inaudita bellezza del canto e delle parole”.

Questi tre incontri di Simone con il cristianesimo si svolgono nel segno della bellezza e del dolore. A Solesmes lo splendore angelico che riveste un giovane inglese cattolico dopo la comunione le dà la percezione di un autentico messaggero da cui riceve la poesia di uno dei poeti metafisici inglesi del Seicento (Amore di George Herbert) che impara a memoria.

 

 

Poesia e preghiera: l’occasione dell’evento

 

“Spesso – ricorda Simone a p. Perrin – nei momenti culminanti delle violente crisi di mal di testa, mi sono esercitata a recitarla, applicandovi tutta la mia attenzione e aderendo alla tenerezza in essa racchiusa. Credevo di recitarla solo come una bella poesia, ma a mia insaputa quell’esercizio aveva la virtù di una preghiera. Durante una di quelle recitazioni, come le ho scritto, il Cristo stesso è disceso e mi ha presa”.

[Nella lettera non compare il testo della poesia, ma soltanto il titolo in francese, Amour; e viene riportata la versione in italiano di Cristina Campo]:

 

Amore, mi diede il benvenuto; ma

L’anima mia si ritrasse,

Di polvere macchiata e di peccato, vedendomi esitante

Sin dal mio primo entrare,

Mi si fece vicino, dolcemente chiedendo

Se di nulla mancassi.

Di un ospite, io dissi, degno di essere qui.

Amore disse: Quello sarai tu.

Io, lo scortese e ingrato? Oh, amico mio

Non posso alzare lo sguardo su Te.

Amore mi prese la mano e sorridendo rispose:

E chi fece gli occhi se non io?

È vero, Signore, ma li macchiai: se ne vada la mia vergogna

Là dove merita andare.

E non sai tu, disse Amore, chi portò questa colpa?

Se è così, servirò, mio caro.

Tu siederai, disse Amore, per gustare della mia carne.

Così io sedetti e mangiai

 

“Nei miei ragionamenti sul problema di Dio – continua Simone – non avevo previsto la possibilità di questo: un contatto reale, da persona a persona, quaggiù, fra un essere umano e Dio. Avevo sentito vagamente parlare di cose simili, ma non vi avevo mai creduto. (…) Dio mi aveva misericordiosamente impedito di leggere i mistici, affinché mi risultasse evidente che quel contatto assolutamente inatteso non era opera mia” (3).

Sulla sua singolare ed autonoma esperienza mistica riportiamo passi della lettera a Joë Bousquet (12 maggio 1942):

“Da dodici anni sono abitata da un dolore situato intorno al punto centrale del sistema nervoso, nel punto di congiunzione dell’anima e del corpo, che dura anche nel sonno e di cui non mi sono mai liberata, nemmeno per un minuto. Da dieci anni il dolore, accompagnato da un senso di sfinimento, è talmente acuto che il più delle volte i miei sforzi d’attenzione e di lavoro intellettuale sono così privi di speranza come potrebbero essere quelli di un condannato a morte, la cui esecuzione debba avvenire il giorno dopo. (…) … è giunto un momento in cui a causa dell’aggravarsi del dolore e dello sfinimento ho creduto di essere minacciata da una tale paurosa prostrazione di tutta l’anima, che per alcune settimane mi sono chiesta con angoscia se morire non fosse diventato il dovere più imperioso (…). Durante quel periodo la parola Dio non aveva nessun posto nei miei pensieri. L’ha avuto soltanto dal giorno in cui, circa tre anni e mezzo fa, non ho più potuto rifiutarglielo. In un momento d’intenso dolore fisico in cui mi sforzavo di amare, ma senza vantare il diritto di dare un nome a questo amore, ho sentito (senza esservi preparata per niente, dato che non avevo mai letto i mistici) una presenza più personale, più certa, più reale di quella di un essere umano, analoga all’amore che traspariva dal più tenero sorriso di un essere amato. Da quel momento il nome di Dio e di Cristo si sono intessuti sempre più irresistibilmente ai miei pensieri” (4).

 

 

Perché solo ora (1942)?

 

Perché, viene da domandarsi, Simone ha parlato apertamente (parrhēsia)solo ora di un evento così straordinario? È lei stessa a sottolineare il carattere eccezionale di questa esperienza che illumina retroattivamente l’opera svolta e il suo significato, proprio nel momento in cui, partendo per l’America, affida agli amici più cari i suoi scritti. E nella stessa lettera a Perrin lo spiega con chiarezza, ritornando anche sulle “recitazioni” che ne sono state spesso l’occasione: “E a volte, durante queste recitazioni o in altri momenti, il Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più nitida e colma d’amore di quella della prima volta che mi ha presa. Se non mi accingessi a partire, non mi sarei mai risolta a dirle tutto questo. E siccome parto pensando più o meno a una probabile morte, mi sembra di non avere il diritto di tacere queste cose. Perché in definitiva in tutto questo non si tratta di me. Si tratta soltanto di Dio. Io non c’entro affatto” (5).

La confidenza diventa in qualche modo pubblica. Non si può prescindere da questo evento nella lettura e nell’interpretazione dell’opera di S. Weil, anche di quella parte che non ha per tema l’esperienza religiosa e teologale. Non si può scindere, come sembrerebbe suggerire la datazione, una fase “politica” da quella “religiosa” come se la fase “religiosa” costituisse il superamento di una crisi radicale e l’accettazione cosciente di un fallimento. La vita e l’opera di Simone Weil è stata, come abbiamo già detto, un “abitare la contraddizione”. Di questo si deve tenere sommamente conto nell’affrontare il rapporto di Simone con il cattolicesimo e con il suo restare “sulla soglia” della Chiesa cattolica. La sua posizione fermissima e sofferta non permette semplificazioni. Sarebbe un fare torto al vissuto e alla probità intellettuale di una donna forte e consapevole. Opere come l’Enracinement, scritte nei mesi che precedono la morte, sono intrise di spirito cristiano e sono nel loro insieme forme dell’amore implicito di Dio. “L’amore per l’ordine del mondo, per la bellezza del mondo è così il complemento dell’amore per il prossimo. (…) Mediante l’amore per il prossimo imitiamo l’amore divino che ha creato noi come tutti i nostri simili. Mediante l’amore per l’ordine del mondo imitiamo l’amore divino che ha creato l’universo di cui facciamo parte” (6).

 

 

Il rapporto con il cattolicesimo

 

In questo spirito Simone dichiara che l’abbozzo della sua autobiografia ha la precisa intenzione di far constatare “l’esempio concreto e certo di fede implicita” che è il senso stesso della sua vita e di tutte le opere in ultima analisi destinate all’amore del prossimo e alla testimonianza pubblica e politica dell’amore di Dio. Ne va della credibilità stessa del cristianesimo. Dobbiamo tenerne conto nel ripensare il sofferto rapporto di Simone con il cattolicesimo e con la Chiesa cattolica.

Su questo rapporto Simone è stata sempre lucida ed esplicita: “Se la volontà di Dio è che io entri nella Chiesa egli me la imporrà nel momento preciso in cui meriterò questa imposizione (…) se la volontà di Dio è che io non entri nella Chiesa, come potrei entrarvi? (…) dopo tante riflessioni sono pervenuta a una conclusione: la pura e semplice risoluzione di non pensare più in alcun modo alla questione del mio eventuale ingresso nella Chiesa. Non è per altro da escludere che dopo settimane, mesi o anni trascorsi senza mai pensarvi io senta all’improvviso l’impulso irresistibile di chiedere immediatamente il battesimo, e allora mi affretterò a richiederlo. Il cammino della grazia nei cuori è segreto e silenzioso. Può darsi che la mia vita volgerà al termine senza che io abbia mai sentito tale impulso. Ma una cosa è assolutamente certa: se un giorno accadrà che io ami Dio abbastanza da meritare la grazia del battesimo, in quello stesso giorno la riceverò infallibilmente nella forma che Dio vorrà o con un vero e proprio battesimo o in qualunque altra maniera [con il battesimo di desiderio o con il martirio?] allora perché dovrei preoccuparmene? Non è compito mio pensare a me stessa. Il mio compito è pensare a Dio. Spetta a Dio pensare a me” (7).

Senza entrare nel merito specifico e nei dettagli del contenzioso che vede Simone di fronte a p. Perrin e a p. Couturier (anche lui domenicano) a cui Simone pone trentacinque quesiti che investono tutta la storia del cristianesimo e delle altre tradizioni religiose, ci sembra indispensabile il riferimento a testi in cui si prospetta la possibilità di una conversione della Chiesa cattolica. Presupposto di questa possibilità sarebbe il passaggio del cristianesimo ad un cattolicesimo di fatto e non solo di diritto, che faccia della Chiesa il “ricettacolo universale” in primis abolendo “l’uso di due piccole parole: anathema sit” che costituiscono un ostacolo all’incarnazione del cristianesimo che è assolutamente insormontabile” (8). E ancora: “Il cristianesimo deve contenere in sé tutte le vocazioni senza eccezione, perché è cattolico. Di conseguenza, anche la Chiesa. Ma il cristianesimo è a mio avviso cattolico di diritto e non di fatto” (9). E infine: “Diventare cattolici. Un tempo lo si poteva essere implicitamente in fondo alla cella di un monastero, oggi occorre esserlo esplicitamente. Santità nuova, originale. Dio attende questo sforzo d’invenzione. Oggi non è ancora nulla essere soltanto un santo, bisogna essere il santo che il momento presente esige. Un nuovo tipo di santità, non nel senso di Maritain. Egli ha scorto che cosa c’è in meno ma non che cosa c’è in più. Occorrono santità e genio. Non c’è alcuna ragione di non avere del genio, dal momento che per riceverlo si deve soltanto richiederlo a Dio in nome del Cristo. Perché volersene privare? Mi riferisco unicamente agli amici di Dio, le cui richieste prima o poi vengono tutte esaudite” (10).

 

 

NOTE

 

1)     S. Weil, Attesa di Dio, Adelphi 2008, pp. 53-54.

2)     Ibidem, pp. 23-24.

3)     Ibidem, pp. 27-30, passim.

4)     S. Weil, L’amore di Dio, Borla 1979, pp. 154-155.

5)     S. Weil, Attesa di Dio, cit., p. 33.

6)     Ibidem, p. 118.

7)     Ibidem, p. 8 e pp. 11-12, passim.

8)     Ibidem, pp. 37-38.

9)     Ibidem, p. 35.

10) Ibidem, p. 65.

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