di Vannino Chiti


Il 1946 può essere definito l’anno «dell’esercizio delle libertà conquistate» da parte del popolo italiano che, con la Resistenza al nazifascismo è diventato protagonista, con l’aiuto degli alleati, della propria liberazione e ha potuto decidere del proprio futuro: con il referendum che ha sancito il passaggio alla Repubblica, il suffragio universale con il voto alle donne, l’elezione dell’Assemblea Costituente, che detterà le regole della nostra democrazia. Un anno straordinario, la cui lezione dovrebbe essere di esempio e di stimolo anche per l’oggi.


Un anno straordinario
Il 1946 è un anno straordinario: nasce la Repubblica, viene eletta l’Assemblea Costituente, per la prima volta il diritto di voto è degli uomini e delle donne. Il 2 giugno vota l’89,08% dei cittadini. È l’anno del popolo italiano, dell’esercizio delle libertà conquistate.
La Resistenza ha contribuito ad abbattere la dittatura fascista, un anno prima è finita la guerra, l’Italia è devastata da morti e distruzioni. Le condizioni di vita sono caratterizzate dalla miseria.
Sulla scena internazionale il nostro Paese, nel confronto sul Trattato di pace, si presenta in una situazione di oggettiva debolezza: è con la Germania e il Giappone responsabile di avere scatenato il Secondo conflitto mondiale ed è una nazione sconfitta.
Alcide De Gasperi, presidente del consiglio, a Parigi, il 10 agosto del 46, dirà: «Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me». È un ex nemico. Ma, come afferma, sente «(…) la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica».
È un aspetto fondamentale: monarchia e fascismo sono responsabili della guerra e sconfitti, ma l’Italia con la Resistenza e il nuovo esercito, con la partecipazione della grande maggioranza del suo popolo è protagonista, insieme agli alleati, della sua liberazione.
È la Resistenza che garantisce agli italiani, a differenza che in Germania e Giappone, il diritto di decidere la forma del loro Stato, se Monarchia o Repubblica, e di scrivere in modo autonomo la Costituzione.

Conquiste, non concessioni
La libertà e la democrazia sono conquiste, costate sacrifici e sangue, non concessioni!
La Resistenza fu un’esperienza plurale, sia sul piano dei partiti politici che dei ceti sociali, fu al tempo stesso lotta armata e opposizione non violenta. Fu guerra ai tedeschi e guerra civile contro i fascisti.
Le donne furono in prima fila, combattenti nelle brigate partigiane, staffette, nelle case dove ospitavano feriti, ebrei, oppositori al regime, renitenti alla leva, rifornivano di vestiario e cibo.
Nelle narrazioni ufficiali il loro ruolo è stato reso marginale, contro una verità storica che deve essere ricostruita.
È nella Resistenza che le donne sono protagoniste di un evento collettivo che cambia l’Italia, prendono consapevolezza dei loro diritti, assumono ruoli mai svolti nella storia, conquistano il diritto di decidere con gli uomini il futuro del Paese.
Il fascismo aveva tentato un’operazione di propaganda tesa a conquistare più ampiamente il consenso delle donne. Il 22 novembre 1925 fece approvare una legge che concedeva il voto alle donne nelle elezioni amministrative. Era assente una pur remota visione della loro emancipazione. Non era permesso, di fatto, il diritto di elettorato passivo: le donne non potevano diventare sindaci, presidenti di provincia, assessori, deputati provinciali; avrebbero votato quelle che avessero compiuto 25 anni d’età, fossero madri o vedove di caduti in guerra, decorate al valore militare o civile, che avessero conseguito la licenza elementare superiore, esercitassero la patria potestà, pagassero le tasse oltre un certo livello di reddito, le 100 lire dell’epoca, ne facessero esplicita richiesta.
In alcuni Comuni che avevano aggiornato le liste elettorali le donne che avrebbero effettivamente votato risultarono meno del 2%. In ogni caso non si verificò la circostanza: la legge non entrò in vigore. Nel 1926 la carica di sindaco è abolita e sostituita con quella di podestà. A differenza dal Medioevo non è il Consiglio Generale a eleggerlo ma viene nominato dal governo attraverso i prefetti. Le elezioni scompariranno, sostituite, prima, per la Camera, da una sorta di plebiscito, con un Si o un No da segnare su una lista di 400 deputati predisposta dal Gran Consiglio, poi, nel gennaio del 1939, la stessa Camera sarà soppressa e sostituita da quella dei Fasci e delle Corporazioni, un organo non elettivo.
Le elezioni sono un lusso che la dittatura non si può permettere.
In questo contesto si comprende come non sia retorico sottolineare la conquista del diritto di voto delle donne, della libertà e democrazia degli italiani.
Piero Calamandrei scrisse sulla rivista «Il Ponte», da lui fondata, che il popolo italiano aveva realizzato in modo pacifico una rivoluzione politica, mandando in esilio un re seduto sul trono, che aveva preso parte alla campagna elettorale ed esercitato il diritto di voto.

Un approdo non scontato
Con l’elezione dell’Assemblea Costituente inizia il percorso che porterà alla Costituzione. Non fu un percorso scontato negli esiti. Il compromesso che si raggiunse tra culture diverse non fu un punto di partenza, bensì l’approdo di una volontà comune alle grandi forze antifasciste di dare vita a un testo in cui si riconoscesse un popolo. Questa volontà e il metodo che l’attuò permisero di giungere all’approvazione con una maggioranza amplissima: 453 voti a favore e 62 contrari, nonostante la rottura nel governo di unità nazionale e il passaggio delle sinistre all’opposizione.
La prima questione su cui ci si misurò, riguardò il progetto per dare vita a una democrazia nuova, che non smarrisse i valori della Resistenza. Si erano registrate differenze nei partiti antifascisti sul ruolo dei Comitati di Liberazione Nazionale.
Per gli azionisti avrebbero dovuto essere organi di autogoverno fondamentali nella costruzione del nuovo Stato. I socialisti nella sostanza erano su queste posizioni mentre i comunisti condividevano l’idea di una loro valorizzazione, ma soprattutto li concepivano, insieme alle organizzazioni di massa, in funzione di una mobilitazione popolare per la democrazia progressiva. L’impostazione della DC era diversa, favorevole a superare i limiti del vecchio Stato soprattutto nei rapporti con la religione e nell’assenza di competenze nel campo economico e sociale, ma contraria a un suo azzeramento. Una politica di riforme avrebbe potuto in ogni caso essere decisa solo dopo il voto, che esprimesse gli orientamenti dei cittadini.
I liberali da parte loro rivendicavano un’impostazione alternativa a quella della sinistra e valutavano positivamente la democrazia ereditata dal Risorgimento, che aveva il suo fondamento nello Statuto Albertino ed era stata arricchita nel 1919 dal suffragio elettorale universale maschile.
Uno scontro sulla democrazia, nuova o da restaurare, era andato in scena già il 26 settembre 45, nella prima riunione della Consulta, organo non elettivo che ebbe il compito di sostituire il Parlamento fino alle elezioni politiche. Il presidente del Consiglio Ferruccio Parri aveva affermato «Da noi la democrazia è praticamente solo agli inizi (…) non credo che si possano definire regimi democratici quelli che avevamo prima del fascismo» e Benedetto Croce aveva replicato che «(…) questa asserzione urta in flagrante contrasto col fatto che l’Italia, dal 1860 al 1922, è stato uno dei paesi più democratici del mondo e che il suo svolgimento fu una non interrotta e spesso accelerata ascesa nella democrazia».
Da queste diversità, non dal loro occultamento o soppressione, è nato il miracolo della nostra Costituzione.
Nei prossimi anni saranno all’ordine del giorno ricorrenze che ci solleciteranno ancor più a mettere a fuoco i valori, i diritti e i doveri della Costituzione.
Vorrei ora, riflettendo sul 46, anno in cui iniziano i lavori dell’Assemblea Costituente – la prima riunione si tenne il 25 giugno – fare riferimento a due innovazioni profonde che saranno introdotte nella nostra Carta fondamentale.
La prima: la democrazia che verrà non è la restaurazione di quella prefascista. È una democrazia che, a differenza di quella liberale, unisce alle libertà civili e politiche i diritti economici e sociali, che la rendono non formale.
L’altra: la Repubblica cancella il culto della forza e della guerra propri del fascismo. Non solo la guerra è ripudiata nelle relazioni tra i popoli e come «mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma l’articolo 11 affermerà che l’Italia «(…) consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
Ripudiare esprime un rifiuto netto, definitivo, la volontà di rinnegare la guerra. La finalità data alle «cessioni di sovranità» e alle organizzazioni internazionali è quella di costruire la pace e la giustizia.

In un mondo lacerato dai conflitti
In un mondo lacerato dai conflitti, l’università di Uppsala e il Peace Research Institute ne certificano 65 attivi quest’anno, il numero più alto dal 1946, non solo quello in Ucraina, Medio Oriente o Iran e la guerra rilegittimata come strumento della politica, è bene tenere a mente uno scritto di Calamandrei, del dicembre 46, ancora su «Il Ponte»: «Nessuno sarà innocente».
Soffiavano già i venti della Guerra fredda, che incrineranno e poi spezzeranno l’alleanza antifascista vittoriosa nella Seconda Guerra mondiale. Calamandrei scrive che Hitler e Mussolini sono i responsabili dell’ultimo conflitto ma «(…) oggi quelle dittature sono cadute: oggi le sorti della guerra e della pace sono rimesse al popolo. Questo vuol dire, infatti, democrazia».
E aggiunge: «Questa è oggi la terribile verità (…) ognuno di noi, se la nuova guerra verrà, sarà colpevole per non averla impedita».
È una verità che ci consegna un dovere, quello della responsabilità delle scelte decisive della collettività, e insieme ci pone domande e sollecita un impegno per rinnovare la democrazia e renderla più forte, sfidata come è oggi da grandi cambiamenti e da progetti che vogliono abolirla.
Siamo entrati in un cambiamento d’epoca, i cui esiti sono ancora da definire. Rivoluzione digitale, Intelligenza Artificiale hanno trasformato modi di lavorare, informarsi, vivere relazioni tra persone e istituzioni. Le nuove tecnologie cambiano le potenzialità delle cure mediche ma anche della guerra, modificano il formarsi del consenso, controllano le persone.
Nella guerra accanto a forme tradizionali si affermano quelle ibride, gli attacchi cibernetici, l’affidamento all’automazione di scelte strategiche. Colpire le popolazioni civili è un obiettivo, fame e sete sono usate come armi di guerra. C’è la censura sulle informazioni e i giornalisti vengono eliminati. Il numero dei morti è nascosto, l’andamento delle guerre monitorato sulle quotazioni della borsa. Cresce la spesa per il riarmo, 2.887 miliardi di dollari nel 2025, quella per gli arsenali nucleari supera i 100 miliardi annui, ormai il 3,5% di quella totale. Si sottraggono risorse a sanità, scuola, lavoro, ambiente, si calpestano i diritti umani e dilagano le disuguaglianze. I dodici supermiliardari più ricchi detengono ricchezze superiori a quelle della metà della popolazione globale e il 70% della popolazione vive in paesi in cui stanno aumentando disparità economiche e sociali. Le democrazie hanno abbandonato azioni per prevenire i conflitti, una cooperazione che abbia come finalità la «giustizia tra le nazioni», hanno assecondato la rilegittimazione della guerra.
In Occidente multinazionali private hanno la proprietà e il controllo della rivoluzione digitale e dell’Intelligenza Artificiale: più potenti di molti stati sono in grado di privatizzare le istituzioni, la guerra e la conquista del cosmo. In Cina il controllo della politica sulle nuove tecnologie avviene attraverso un sistema politico autoritario.

Come rendere attuale il lascito del 1946
Si colloca in questo contesto la necessità di individuare regole e strumenti perché i popoli decidano democraticamente su riarmo, pace e guerra, siano capaci di affrontare la «terribile verità» di cui parlava Calamandrei.
Lo scenario è quello internazionale, dal momento che molte scelte sono sottratte agli stati-nazione.
L’ONU è da riformare, superando il diritto di veto esercitato da USA, Cina, Russia, Francia e Regno Unito, e da potenziare quale arbitro esclusivo di sanzioni verso paesi che reprimono le minoranze, i diritti umani e per decidere in ultima istanza operazioni di «ingerenza umanitaria». Mentre l’ONU viene paralizzata, alcune democrazie e regimi autoritari perseguono nuove spartizioni del mondo, nell’intento di sostituire al multilateralismo da costruire il multipolarismo, un ordine/disordine internazionale basato sulla forza.
Su genocidi e crimini contro l’umanità è urgente superare concetti ottocenteschi di sovranità nazionale: si è compiuta la scelta giusta dando vita alla Corte Penale Internazionale, alla quale hanno aderito 125 stati, ma non Usa, Russia, Cina, India, Iran, Israele.
L’Unione europea può essere un modello democratico per il governo della rivoluzione informatica e dunque dei destini futuri dell’umanità, alternativo al sistema privatistico occidentale e a quello autoritario cinese, a condizione che si realizzino le riforme istituzionali e sociali indispensabili al suo compimento. Mi riferisco al superamento dell’unanimità nelle decisioni, comprese quelle di politica estera e di sicurezza, a un’unica legge per eleggere il Parlamento europeo, anziché come oggi tante e diverse leggi nazionali che ne riducono rappresentanza e ruolo rispetto alla Commissione e al Consiglio, all’affermazione di un federalismo europeo che accantoni il metodo intergovernativo e definisca le forme del costituirsi del governo dell’Unione e quelle del suo indirizzo e controllo. Al tempo stesso sono necessarie la riforma della missione della Banca Centrale Europea, unendo al controllo dell’inflazione la priorità dell’occupazione, il superamento dei paradisi fiscali, norme per un bilancio dell’Unione fondato su imposte proprie e l’emissione di titoli europei comuni, politiche per la salute, la scuola, la ricerca, direttive legislative vincolanti per impedire le delocalizzazioni di imprese a fini di speculazione finanziaria e rendere le conquiste di diritti ottenute dai sindacati in una multinazionale valida in tutte le sue filiali.
La democrazia europea è nel nostro continente il lascito della Resistenza ai fascismi e ai totalitarismi, ma richiede innovazioni, coesione sociale, una volontà politica coerente.
I popoli possono condurre azioni che pongano all’ordine del giorno scelte che la politica ufficiale evita, come il Trattato dell’ONU per la Proibizione delle armi nucleari. È in vigore dal gennaio 2021 ma né i paesi dotati di armi nucleari né quelli appartenenti alla Nato vi hanno aderito.
Non regge l’equazione difesa-possesso di armi nucleari. La loro messa al bando è la via che dà un futuro all’umanità.
Non dobbiamo separare riflessione sulla Resistenza, il 1946, gli anni della Repubblica dalle sfide del presente. La memoria che non incide anche sui compiti dell’oggi rischia di ridursi a sola celebrazione, utile ma non sufficiente. Se le democrazie recidono il legame con la dignità di ogni persona, la giustizia, l’uguaglianza e la pace sono destinate a soccombere e a lasciare il campo a un sistema autoritario globale. Non è scritto: è nelle mani dei popoli.