di Severino Saccardi


La nascita della Repubblica (con il passaggio referendario del 2 Giugno), l’acquisizione dell’elettorato attivo e passivo (dunque, della piena cittadinanza) per le donne, l’elezione e l’avvio dell’esperienza della Costituente: sono gli elementi di fondo di un anno-simbolo come il 1946, la cui lezione e i cui valori sono da riprendere non solo sul piano della ricostruzione storica, ma anche per le indicazioni di fondo che se ne possono ricavare, oggi, in un tempo incline alla logica del sopruso e della contrapposizione, per difendere le ragioni della cultura del dialogo, della giustizia e della libertà.


Quando la Storia dette ragione al mio babbo
La data del 2 Giugno 1946 ha per me qualcosa di familiare. Non da un punto di vista personale, perché non ero ancora nato. Ma perché me ne parlava il mio babbo (come noi toscani chiamiamo il papà). Che, fin da quando ero piccolo, mi raccontava di quella volta (subito dopo la consultazione referendaria del 1946, appunto) che si era preso una severa ammonizione da parte dei carabinieri del paesino del Chianti in cui egli viveva e dove, qualche anno dopo, chi scrive sarebbe venuto al mondo. Era uomo, il mio babbo, di forti passioni politiche e civili, da cui, anche quella volta, deve essersi fatto prendere e trascinare. Al circolino ricreativo che frequentava e di cui era socio, dietro il bancone era esposto un bel tricolore, con al centro il simbolo monarchico. Bene, dopo che si erano svolte le votazioni, ma prima che venisse proclamato ufficialmente il risultato, che era ancora incerto (ed erano di là da venire exit poll e proiezioni per cercare di individuare in anticipo perdenti e vincenti), con uno scatto garibaldino, il mio babbo tirò via bandiera e simbolo monarchico dalla parete. Un gesto che, in quel piccolo mondo, suscitò scompiglio, discussioni e appunto l’intervento dei carabinieri. Che non poterono comminare nessuna punizione (al di là della ramanzina per l’avventatezza del gesto) perché da lì a qualche ora la Storia (non so se scriverla in maiuscolo o in minuscolo, ma tant’è) al mio avventato e (troppo?) entusiasta genitore avrebbe dato ragione. Il vento soffiava in una certa direzione. E l’Italia (chi l’avrebbe mai detto?) si faceva Repubblica. Un cambiamento, una svolta, una novità storica di evidente rilievo.

Data-simbolo
Una data-simbolo, quella del 2 Giugno 1946, del cui significato, ancora oggi, è importante fare memoria. Di cui è fondamentale apprendere l’insegnamento e la lezione. Senza retorica, in maniera semplice, diretta e chiara, lo ha saputo ricordare il presidente Sergio Mattarella in più di un’occasione. A partire dal discorso di fine anno del 2025. Che cosa ci insegna (come allora e in tante altre occasioni ha voluto e saputo ben sottolineare il presidente della Repubblica), dunque, il 1946 (a cui questa nostra sezione tematica, costruita con i preziosi contributi di diversi autori e autrici, è dedicata)? Intanto, l’importanza di dare, in occasioni così rilevanti, la parola al popolo. Ha ragione Vannino Chiti: fu, quello, un «anno del popolo». I cittadini furono chiamati ad esprimersi e si espressero. In un confronto fra l’opzione monarchica e quella repubblicana la scelta fu netta; Repubblica! Un rivolgimento davvero non da poco nella vita e nella storia di una nazione (come oggi si usa dire) che, nel bene e nel male, aveva raggiunto, conseguito e formato la sua unità sotto l’egida di Casa Savoia. Nella storia del nostro Ottocento e nel percorso del nostro riscatto risorgimentale, vi fu un momento, in cui molti anche dei più radicali (un nome-simbolo per tutti: quello di Garibaldi) si resero conto che quella era la via realistica da percorrere. Rimasero, naturalmente, gli irriducibili. Mazzini che se ne andò dalla vita terrena senza veder realizzato il suo sogno. E l’unità fu portata a compimento nella maniera che tutti sappiamo. Più un «mosaico» (che potrebbe essere perfino un valore se stesse a significare «unità nella diversità») che una realtà omogenea, riconciliata con se stessa (con le diverse parti di se stessa) e solidale. Un unico Stato, certo, ma con il Sud slegato dal Nord (o ad esso unito coattamente) e con il popolo che nella nuova realtà politica e istituzionale faticava a integrarsi e a riconoscersi.

La vicenda di David
Il pensiero non può non andare, in questo senso, a personaggi e a episodi paradigmatici. Elementi simbolici dell’estraneità dei ceti popolari (o di parti di essi) alla nuova realtà statuale (o della non volontà di quest’ultima di compiere un processo significativo di avvicinamento delle istituzioni al popolo). Chi ha letto le ineguagliabili pagine di Ernesto Balducci sulle vicissitudini delle terre amiatine delle sue origini ha certo presente l’originale figura del «profeta dell’Amiata» David Lazzaretti. David era un uomo del popolo. Aveva combattuto nelle guerre del Risorgimento. Ma, tornato a casa, faticò a trovare un suo reinserimento. Ebbe una crisi religiosa. Si diceva che avesse delle visioni. Certo è che dal suo eremo sul Monte Labbro (il cui profilo si vede da Santa Fiora, paese natale di Balducci) si mise a predicare fratellanza evangelica e giustizia sociale. Passò per eretico. Finì ammazzato dalla fucilata di un regio carabiniere alla testa di una processione popolare vietata. Per Lombroso era il prototipo del deviante e del delinquente nato. Ma per Gramsci, invece, era uno dei simboli del non accoglimento e del non inserimento delle masse popolari nel muovo Stato post-unitario. Sotto la monarchia sabauda l’Italia era stata comunque unificata e, rapidamente, era andata maturando l’ambizione di farle ricoprire un adeguato ruolo tra gli stati europei. Ecco, dunque, le imprese, o le avventure, coloniali. Ecco la ricerca di un adeguato riconoscimento di status, tramite un’opportuna politica di alleanze (e i connessi giri di valzer: «Sono poco affidabili gli italiani», è il luogo comune, non del tutto privo di fondamento, che comincia presto a circolare). Si unifica l’Italia, e si conoscono fra loro, gli italiani, anche nel fango, nelle trincee, nel disastro e nel massacro della Prima Guerra mondiale. Anche sul piano interno, lo Stato, in tante occasioni (come era stato nel caso particolare di David) aveva mostrato il suo volto non amichevole. Si pensi all’autentica strage ordinata da Bava Beccaris contro gli operai che protestavano per fame. Una strage che il re Umberto, nell’anno primo del secolo ventesimo, pagò con la vita ad opera della mano vendicatrice dell’anarchico Bresci. Nonostante tutto questo, evidentemente un certo legame e una certa identificazione fra la società e l’istituzione monarchica si erano sicuramente creati. In occasione del Referendum, l’opzione monarchica ebbe non pochi consensi e a lungo ci fu chi pensò che il risultato fosse stato truccato perché non appariva verosimile una simile sconfessione della dinastia regnante e, comunque, legata alla storia e alla realtà unitaria dello Stato. Ma, invece, come storicamente è accertato e giustamente ricordato, il popolo aveva veramente scelto la Repubblica.

Senza remissione
Perché? Perché alla monarchia, cui molte cose erano state perdonate, una cosa veniva addebitata senza remissione nella coscienza collettiva: la complicità con il fascismo, il tradimento degli stessi principi di libertà sanciti nello Statuto, l’appoggio fornito a Mussolini e al suo regime nella scelta e nella condotta sciagurata della guerra. È vero, dunque: il 2 g-iugno fu, in qualche modo, il giorno del popolo. E il popolo decise inequivocabilmente che l’Italia cambiava, in modo radicale, corso e senso della sua storia. Il popolo: tutto il popolo. Uomini e donne. Cittadini e cittadine. Era un giorno nuovo e nasceva un tempo nuovo. È vero, come viene ricordato anche in questo nostro volume, che una parte delle donne aveva votato già in alcune precedenti elezioni amministrative. Ma era la prima volta che tutte le donne, maggiorenni di età, come gli uomini, con cui venivano, in questo senso, a porsi su un piano di reale parità, erano convocate e per compiere scelte politiche di carattere generale e di importanza fondamentale. C’era da indicare l’opzione relativa alla forma istituzionale dello Stato. E c’era da eleggere l’Assemblea Costituente. I rappresentanti del popolo chiamati a pensare, a discutere, nel libero confronto, e poi a scrivere le leggi fondamentali dello Stato.
A disegnarne l’architettura. Un’architettura che si ponesse non solo su basi completamente opposte rispetto a quelle del regime dittatoriale appena rovesciato, ma che superasse limiti e angustie dell’impostazione dell’Italia liberale prefascista. Un passaggio di grande significato, come tante volte viene sottolineato, che si è potuto realizzare, in questa forma, proprio per la specificità del «caso italiano». I nostri territori sono, tristemente, disseminati di cimiteri (si pensi al cimitero americano in località Falciani alle porte di Firenze, ma anche, per fare un altro esempio in territorio fiorentino, a quello della località Girone dove sono sepolti neozelandesi di etnia maori), in cui riposano troppi giovani (inglesi, americani, ma anche appartenenti ai contingenti provenienti da paesi coloniali o ex coloniali) caduti per sconfiggere il nazifascismo e liberare il nostro Paese. Ma, accanto all’apporto, certo determinante, delle truppe alleate, ci fu quello dei volontari delle nostre formazioni partigiane, della nostra Resistenza e delle sue varie componenti politiche e ideali. Fu questa specificità a permettere al nostro Paese e al nostro popolo di potersi scrivere liberamente, non sotto dettatura, le proprie leggi fondamentali, scaturite dall’elaborazione, dalla discussione e dalla convergenza di rappresentanti liberamente eletti.

Figure costituenti
I costituenti. Costituenti uomini e costituenti donne. È vero che le donne elette furono una piccola pattuglia (ventuno). Ma era importante che ci fossero; e non fu, va detto, un aspetto secondario che siano poi riuscite, mosse da una sensibilità particolare, a sostenere o a far introdurre elementi e aspetti importanti nel nuovo dettato costituzionale. Non è da sottovalutare l’aspetto simbolico di questo passaggio. La cittadinanza della componente femminile della popolazione è piena, con l’elettorato attivo e passivo. Più in generale, con l’elezione e l’avvio del lavoro della Costituente, il 1946 segna l’avvio di un percorso affatto originale. Persone, rappresentanti di culture, esperienze, idee diverse che scelgono di camminare insieme, di cercare, in senso elevato, un compromesso, un incontro, una sintesi fra sensibilità e punti di vista non sempre convergenti, all’insegna del comune riferimento al valore della libertà e della costruzione di un Paese democratico e rinnovato dalle fondamenta. Ed è assai significativa e istruttiva la storia della Costituente come storia, anche, degli apporti di differenti personalità, molte delle quali di grande valore. Nel nostro volume vengono proposti alcuni significativi «medaglioni»: Piero Calamandrei, Giorgio La Pira, Nilde Jotti, Teresa Mattei, Tristano Codignola. Figure da conoscere, ricordare, tornare a studiare. Sono memorie lontane, per quanto importanti, si dirà, però. Eppure, forse, è proprio per questo che è vitale conoscerle, studiarle, prendervi confidenza. Viviamo in tempi in cui in scarsa considerazione sono tenuti la conoscenza e lo studio della storia. Che è importante in sé e lo è ancor più quando riguarda le basi stesse della nostra convivenza civile, della configurazione delle istituzioni che ne sono poste a salvaguardia e a fondamento del «patto sociale» stesso che ci tiene uniti e regola le dinamiche relazionali del nostro essere membri di una comunità di uomini e donne capace di vivere in pace e in regime di libertà. Sono considerazioni e riferimenti imprescindibili per la realtà del nostro Paese, ma che ben si prestano ad essere proiettate su un piano più generale. E che ben si adattano anche a riflessioni non solo e non tanto dedicate e rivolte al nostro passato, ma riferibili a temi e problemi del tempo in cui adesso ci è dato vivere.

Decidere del proprio destino
Di che cosa ci parla, alfine, la lezione dell’anno 1946? Della vicenda di un popolo che si riappropria della propria facoltà e prerogativa di decidere del proprio destino. Della partecipazione, a pieno titolo e con crescente protagonismo, delle donne a tale processo. Di un consesso elettivo di uomini e donne (per quanto allora, in posizione di esigua minoranza) che, a partire da posizioni e culture diverse si aprono al confronto e all’accoglienza anche del punto di vista dell’altro, pur di costruire insieme un edificio che si regga sui valori del pluralismo e della libertà. Mica poco, verrebbe da dire, come esempio a cui tornare e a cui guardare con attenzione e rispetto, in tempi in cui di diritti umani, stato di diritto, libera e reale espressione della volontà popolare, si tende a fare strame, in nome del potere indiscusso di autoritarismi, autocrazie, democrature, oligarchie di vecchio e nuovissimo conio. Sì, ci sarebbe un gran bisogno, di tornare sul serio, e non solo sul piano delle rievocazioni storiche e delle evocazioni retoriche, a quello che fu lo spirito del «nostro» 1946 (che avrebbe portato poi al varo della Costituzione) e a quello che portò a promulgare, nel mondo, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948.
Una storia su cui, anche su questo piano di carattere generale, è importante fare un bilancio. Un bilancio che porti, senza cedere allo scoraggiamento (indotto dalle vicende di questo nostro scombinato e drammatico tempo) a guardare avanti, verso nuove prospettive. In questo senso, ha ragione la presidente del Consiglio Regionale della Toscana, Stefania Saccardi, il 2 Giugno non è solo una questione di memoria. Il 2 Giugno, se vogliamo apprenderne e onorane il senso, è, deve essere, il nostro presente. Una bussola per orientarsi nelle strade, piene di promesse, ma fitte anche di insidie, che portano al domani.

1 V. in prop. Il mosaico Italia a 150 anni dall’unità, sezione tematica di «Testimonianze», nn. 473-474.
2 V, E. Balducci, Il sogno di una cosa, Dal villaggio alla civiltà planetaria, a cura di L. Niccolai, Edizioni Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole 1993.
3 V, in prop. il volume di «Testimonianze», nn. 521-522 dedicato a 1948-2018. Diritti umani in cammino, (sez. tematica a cura di F. Comina, S. Saccardi, S. Siliani, S. Zani) e il volume di «Testimonianze», nn. 552-553 (realizzato in collaborazione con Amnesty International Italia) sul tema Per un «atlante» dei diritti umani, (a cura di M. Meli, R. Noury, S. Saccardi e M. Ucci). Sul «tema donna» v. Pianeta donna, (sez. tematica a cura di E. Fattorini, V. Franco, M. Meli e S. Saccardi), in «Testimonianze», nn. 541-542.