di Monica Rook


Teresa Mattei, a soli 25 anni viene eletta al Parlamento e sarà la più giovane «madre costituente», ricoprendo il ruolo di segretaria dell’Assemblea. Con il coraggio e la fermezza morale che l’avevano contraddistinta nella lotta partigiana, Teresa svolge il suo compito apportando importanti contributi alla stesura della Costituzione, alle volte anche in dissenso con il suo stesso partito, il Partito Comunista, per l’affermazione dei diritti delle donne all’interno di un più generale progetto di costruzione democratica del Paese: valori ai quali dedicherà, anche dopo essere uscita dalla politica parlamentare, il resto della sua lunga vita.


«Madre costituente» a 25 anni
«Fu un giorno emozionante per tutte le donne italiane che votarono per la prima volta, e anche per me».
1946, anno fondante per la storia del nostro Paese, determinante per la vita di Teresa Mattei, la più giovane donna eletta in Assemblea Costituente, nonché la più giovane donna eletta in Italia in quell’anno.
Ha appena 25 anni quando viene votata con 5299 preferenze nel collegio Firenze-Pistoia all’interno delle liste del Partito Comunista Italiano.
Diventa subito la ragazzina di Montecitorio e le viene assegnato l’importante incarico di segretaria dell’Ufficio di presidenza dell’Assemblea.
Aveva molti occhi che la osservavano, occhi per lo più di colleghi uomini, occhi giudicanti per la sua giovane età, per il suo essere donna, per il ruolo che rivestiva. Sicuramente non fu facile muoversi in quell’ambiente politico, profondamente maschile, ma Teresa Mattei fu in grado di farsi rispettare e ascoltare, con naturalezza e grazia, sempre disinvolta nei rapporti e incisiva nelle parole.
Partecipa alle sedute della Costituente con assiduità e impegno, pronta a rispondere al mandato popolare dando il meglio di sé per l’interesse dell’intera comunità.
Molto presto divengono familiari il suo profilo esile, la capigliatura scura, quella voce ferma e decisa che legge i verbali e i testi delle interrogazioni.
Togliatti era orgoglioso di lei perché quella signorina tanto per bene che pareva democristiana era invece entrata in Assemblea in quanto iscritta al PCI ed era la prima segretaria d’aula della storia della Repubblica.
Ma Togliatti, che la considerava una promessa per il partito, in realtà non conosceva fino in fondo questa ragazza, così integra, coerente, capace di scegliere sempre la propria parte secondo coscienza. Presto diventerà scomoda ai suoi occhi, e dall’essere l’orgoglio del partito passerà ad essere la maledetta anarchica. Lei che in Assemblea si faceva sentire e non accettava di doversi allineare sempre agli ordini del partito, decisa anche a disobbedire quando questi erano in contrasto con la sua limpida legge interiore.
Il disaccordo con Togliatti sarà forte soprattutto in occasione del voto sull’inserimento dei Patti lateranensi nell’articolo 7, voto che Togliatti volle palese per appello nominale. Teresa Mattei non poté allontanarsi dall’Aula come altri fecero, perché il suo ruolo prevedeva presenza e assistenza alle operazioni di voto; e questo non le permise di votare secondo coscienza come per lei era fondamentale. Il contrasto con Togliatti si acuirà nel tempo fino alla sua radiazione dal partito stesso per indegnità morale dopo le posizioni esplicite da lei assunte contro Stalin nel 1955.

Articolo 3, la parità «di fatto»
«Vorrei solo sottolineare in questa Assemblea qualcosa di nuovo che sta accadendo nel nostro Paese».
All’interno dell’Assemblea Costituente la Mattei è ben presente non solo perché legge i verbali in quanto segretaria di aula, ma anche perché tiene interventi specifici, sempre contrassegnati da senso pragmatico e attenzione per la realtà.
Il 27 dicembre del 1947 sarà poi lei l’unica donna fra i presenti incaricati di consegnare la Costituzione nelle mani del Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. Per questa importante occasione indossa un vestito della madre, con un gesto che manifesta estrema semplicità, delicatezza e gratitudine.
Tra i suoi interventi non possiamo non ricordare quello del 18 marzo 1947, lungo discorso divenuto celebre per l’emendamento che è riuscito a far approvare, l’inserimento dell’espressione «di fatto» nel secondo comma dell’articolo 3. Un’integrazione non da poco, che sottolinea l’importanza di un’uguaglianza non solo formale, ma anche e soprattutto sostanziale, pratica, effettiva. Proprio quell’espressione permetterà infatti nel corso del tempo di dilatare gli interventi per rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona.
«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
Nella prima parte dell’intervento la giovane Mattei sottolinea e commenta quanto rivoluzionario e solenne sia ciò che si sta delineando con i primi articoli della Costituzione.
Apre con parole che palesano la consapevolezza riguardo alla sua posizione in quel consesso, ma che al contempo utilizzano una non scontata e spigliata ironia: «Onorevoli colleghi, parlare dopo il decano, dopo i più anziani di questa Assemblea è un compito un po’ difficile per una giovane donna. Ma, forse, uno dei pochi vantaggi che io presenterò, sarà quello di essere breve, anche perché mi sarebbe estremamente difficile diffondermi troppo in ricordi di gioventù».
Passa poi subito a sottolineare la novità rivoluzionaria di quell’articolo 7 [poi 3] in discussione, dove si schiude la «(…) solenne e necessaria affermazione della completa eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche. Questo basterebbe, onorevoli colleghi, a dare un preminente carattere antifascista a tutta la nostra Costituzione, perché proprio in queste fondamentali cose il fascismo ha tradito l’Italia (…)».
Con questo articolo dunque «Nasce e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquistata pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nostra Repubblica».
Ma Teresa Mattei commentando questa straordinaria, «meritata e giusta» conquista, va oltre e con ferma e delicata argomentazione spiega a chi ancora era perplesso come l’esigenza «(…) di entrare nella vita nazionale, di entrare in ogni campo di attività che sia fattivo di bene per il nostro Paese, non è l’esigenza di affermare la nostra personalità contrapponendola alla personalità maschile, facendo il solito femminismo che alcuni decenni fa aveva incominciato a muoversi nei vari paesi d’Europa e del mondo. Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, noi non vogliamo che le donne italiane aspirino ad un’assurda identità con l’uomo; vogliamo semplicemente che esse abbiano la possibilità di espandere tutte le loro forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene nella ricostruzione democratica del nostro Paese».
Chiara spiegazione di cosa si debba intendere per parità, per uguaglianza di diritti: non identità, non prevaricazione, ma riconoscimento reciproco della ricchezza nella diversità.
Con sicurezza e lungimiranza Mattei prosegue il suo intervento asserendo che nessuno sviluppo democratico così come nessun progresso sostanziale può essere realizzato se non affiancato da una piena emancipazione femminile, da una liberazione delle donne nel campo giuridico, economico, sociale e politico del Paese. Parimenti, aggiunge, le conquiste affermate dalla Carta costituzionale potranno diventare «stabile realtà» solo se i passi verranno realizzati «dalla donna insieme all’uomo».
A questo punto del suo intervento la nostra costituente passa a fare le sue proposte dicendo che è necessario fare un passo in più per rendere «esplicito e concreto» quanto enunciato, così da muovere davvero «i primi passi verso una parità di fatto». E non esita con coraggio a richiamare esplicitamente la «(…) diffusa e negativa mentalità corrente fatta un po’ di disprezzo e un po’ di compatimento» che continua a sottovalutare e ostacolare la donna.
Qui inserisce la sua prima chiara richiesta: «(…) il diritto delle donne ad accedere, in libero agone, ad ogni grado della Magistratura, come di ogni altra carriera».
Ma sappiamo che per questo bisognerà attendere il 1963.
Passa infine a proporre che venga migliorata la forma del secondo comma con l’inserimento dell’espressione «di fatto», non un pleonasmo, ma una specificazione che permette al progetto di Costituzione uno slancio verso il progresso, la giustizia e la pratica attuazione «di una società più umana, più giusta e migliore dell’attuale».

La Resistenza, Chicchi partigiana
«È nella Resistenza che ho imparato che era importante che le donne partecipassero alla vita politica oltre che alle lotte. La resistenza è stata per me una grande scuola, ho scelto il campo nel momento in cui bisognava fare di tutto per vincere e riconquistare la libertà».
Ma come si arriva a 25 anni a essere madre costituente? Dove sono le origini di tanta volontà e passione per l’impegno politico?
Prima di essere eletta in Costituente, Teresa Mattei, poco più che ventenne, era stata Chicchi, partigiana gappista, determinata e coraggiosa.
Lei stessa racconta che durante la Resistenza le donne da suddite si facevano cittadine, uscendo dalla dimensione di passività e anonimato e prendendosi la sovranità a lungo negata. La Resistenza è stata per lei come per molte donne la scuola che ha portato alla conquista della cittadinanza politica.
Nel 1942 si iscrive, insieme al fratello Gianfranco, al Partito Comunista clandestino per prender parte alla lotta antifascista. Nel 43 con i compagni della facoltà di Lettere e Filosofia costituisce un’associazione di studenti antifascisti, entra a far parte dei GAP e dei GDD, milita nella Formazione garibaldina del Fronte della gioventù.
Nel febbraio 44 il fratello viene arrestato a Roma dalle SS, portato nel carcere di via Tasso e torturato. Per evitare di tradire i compagni, Gianfranco si toglie la vita dopo aver scritto un biglietto alla famiglia. Teresa allora vuole raggiungere i genitori in questo momento difficile; intraprende un viaggio di fortuna che la vede vittima di un terribile episodio di violenza e di stupro da parte di un gruppo di soldati tedeschi. Riesce poi a fuggire ma non racconta niente alla famiglia per non aggiungere altro dolore a quello della perdita di Gianfranco.
Dopo tutto ciò, continua a impegnarsi nella Resistenza e avrà un ruolo attivo nella liberazione di Firenze a partire dall’11 agosto del 1944 all’interno della Brigata dedicata proprio a Gianfranco Mattei.
Terminata la guerra, si dedica all’attività politica occupandosi soprattutto di donne nell’ambito della costruzione appena avviata dell’Unione Donne Italiane. Contribuisce al successo del primo Congresso nazionale dell’UDI che si svolge a Firenze nell’ottobre del 45 e che la elegge nel Comitato direttivo dell’organizzazione. Nel 1946, alla vigilia delle Amministrative, insieme ad altre donne propone la mimosa come fiore celebrativo per la Festa della Donna: fiore luminoso e umile, segno di primavera, simbolo della rinascita e della stagione di grandi speranze che si apriva in quel momento.

Nella casa di Bagno a Ripoli
«La Resistenza era fatta anche di piccole cose, che cominciarono molto prima dell’8 settembre, molto prima del 10 giugno del 40».
Ma facciamo ancora un passo indietro: Teresa Mattei aveva scelto da che parte stare ben prima dell’8 settembre. Forza, coraggio, impegno, pensiero critico sono aspetti e valori che ha sempre coltivato. Sin da piccola ha dimostrato un carattere deciso e un temperamento inquieto e ribelle; in casa inoltre, durante gli anni dell’ascesa e dell’affermazione del fascismo, era cresciuta in un ambiente familiare culturalmente aperto e vivace, improntato al ragionamento, all’impegno, alla solidarietà.
La famiglia Mattei si era trasferita a Bagno a Ripoli da Milano nel 1933 quando lei aveva 12 anni. Il padre Ugo Mattei non si era mai assoggettato al regime e aveva dovuto lasciare Milano dove le sue attività economiche erano pesantemente ostacolate dal partito fascista. La nuova casa in campagna era aperta alla frequentazione di intellettuali e personalità dell’antifascismo fiorentino.
Teresa e i fratelli crescono nutrendosi così di spirito democratico, dei valori di onestà, lealtà, giustizia e libertà. La casa di Bagno a Ripoli e Firenze sono per lei «culla di libertà e cultura». Qui impara a essere fedele ai grandi valori, impara l’importanza della scelta anche quando questa comporti sacrifici e rischi, impara a non accettare ciò che stride con la propria coscienza.
La «resistenza delle piccole cose» comincia dunque nella casa di Bagno a Ripoli, piccolo centro di un’attività cospirativa gestita da lei e dal fratello Gianfranco con varie iniziative di propaganda e boicottaggio.
Fermezza e coerenza le dimostra poi nel 1938 in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Mentre frequentava il quarto anno del liceo Michelangiolo, durante l’intervento di propaganda razzista di un insegnante, prova un fortissimo senso di ribellione, si alza in piedi ed esce di classe dichiarando di non poter ascoltare cotanta vergogna.
Come conseguenza si trova espulsa non solo dal liceo ma da tutte le scuole del Regno. Riesce comunque a diplomarsi ugualmente grazie al sostegno di Piero Calamandrei che le suggerisce di presentarsi all’esame come privatista e continuare così la sua battaglia. Questo il percorso che sta alle spalle dell’elezione di Teresa Mattei in Costituente.

Dopo la Costituente il ritorno alla base
«Sono tornata alla base, ho lasciato la teoria per la pratica, sempre vicina alla base, ai problemi del popolo».
L’esperienza della Costituente lascia in tutte le madri costituenti un segno importante, dal punto di vista personale e politico. Tutte loro entrano a contatto con i problemi connessi alla rifondazione istituzionale del Paese e alle difficoltà concrete di una popolazione che usciva a fatica dai drammi di una guerra e di una lunga dittatura.
Questo sarà ulteriore motivo di impegno per molte. Nel 1948 la nostra Mattei non si presenta alle elezioni politiche per preservare la sua autonomia di giudizio rispetto alle decisioni del partito e a causa di contrasti avuti direttamente con Togliatti anche sulla sua vita privata. Lasciata la politica di palazzo, continua nel suo costante impegno sociale, culturale e civile, lavorando per fare della Costituzione una pratica di vita. Collabora alla fondazione e alla gestione della Casa della Cultura di Milano insieme a Rossana Rossanda, si batte per i diritti delle donne e dell’infanzia con numerose e varie iniziative; si occupa di educazione e di processi alternativi di apprendimento; promuove iniziative per la pace; testimonia nel processo contro Priebke e partecipa, ottantenne, al G8 di Genova denunciando fin da subito la gravissima sospensione dei diritti democratici.
Tenace e coerente, mantiene la Costituzione come un faro dell’agire per tutto il corso della sua lunga vita.
«La Costituzione va difesa con le unghie e con i denti; non deve essere modificata, ma solo applicata».

1 Le citazioni sono prese da P. Pacini, La costituente: storia di Teresa Mattei. Le battaglie della partigiana Chicchi, la più giovane madre della Costituzione, Altreconomia, Milano 2020.
2 https://www.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/Assemblea/sed067/sed067.pdf; https://www.nascitacostituzione.it/01principi/003/index.htm?art003-024.htm&2.