di Severino Saccardi
Il sessantesimo anniversario della grande alluvione di Firenze (e di altri territori della Toscana) del 1966 (che è anche il trentesimo della catastrofica «bomba d’acqua» del 1996 in Versilia) rappresenta l’occasione per muoversi su una delicata, e complessa, linea di connessione e di frontiera. Con una riflessione capace di coniugare la memoria di quel che è stato con l’attenzione critica al contesto nuovo in cui, oggi, è ormai difficile distinguere l’«emergenza» da ciò che «ordinariamente» (in termini di danni a persone e ambiente) le conseguenze del cambiamento climatico sembrano poter produrre in qualunque periodo o stagione dell’anno e che, per essere ronteggiate, richiedono una straordinaria capacità di resilienza.
Nel sessantesimo della grande alluvione
Siamo nel sessantesimo della devastante alluvione che colpi Firenze nel 1966. Un evento memorabile per il suo carattere catastrofico, ma anche per l’ondata di solidarietà che si manifestò in tutto il mondo per venire in aiuto di una città-simbolo così gravemente colpita e che, per suo conto e al suo interno, aveva saputo reagire con una diffusa e condivisa volontà di rinascita. La grande alluvione1, peraltro, non colpì solo Firenze, ma anche altri territori della Toscana.
Sono le altre alluvioni, non meno gravi, ma di cui poco si è, a volte, parlato. Storie di territori, in cui si è dovuto impostare un cammino per riprendersi dalle conseguenze del flagello da cui si era stati colpiti. Molto se ne è parlato, come si ricorderà, dieci anni fa, a distanza di mezzo secolo da quegli eventi. Ora, da quel 2016 (caratterizzato da tante significative manifestazioni nel corso e nell’ambito delle quali anche il nostro volume, allora, fu concepito e realizzato), anno del cinquantenario, sono passati altri dieci anni. Dieci anni di peso, in cui molte cose sono accadute e in cui molte riflessioni sono state sviluppate, di cui non sarebbe possibile e non sarebbe saggio non tenere conto.
Certo, è importante confermare l’importanza della memoria e della conoscenza della storia. E questo, anche in questa occasione, con i nostri mezzi e con le nostre forze, siamo di nuovo a fare e a proporre. Il nostro Giorgio Federici, che così tanto e meritoriamente si era impegnato nelle iniziative per il cinquantesimo, si è messo di nuovo al lavoro, con le sue conoscenze e competenze, con impegno e passione.
Nasce così, dal dialogo e dalla riflessione comune, anche questo nuovo lavoro della rivista che ora siamo a pubblicare e a presentare. Un «grazie» sentito a tutti gli amici che, con i loro interventi, hanno fornito un contributo alla realizzazione del nuovo volume. In cui, però, non c’è, certo, solo il tema della storia e della memoria (così non era stato, del resto, nemmeno nella nostra pubblicazione del 2016). C’è molto altro, e non poteva che essere così. Gli eventi catastrofici, i passaggi dolorosi, i momenti in cui l’acqua (elemento «bifronte», come ricorda Becchi, vitale per la vita e per gli esseri umani, ma anche capace di grande forza distruttiva) ha portato devastazione e rovina, vanno oggi rammemorati, ma vanno anche ripensati. Il mondo e il contesto in cui viviamo sono, infatti, cambiati rispetto anche solo a dieci anni fa. Ma già in precedenza, del resto, voci autorevolissime si erano alzate come un monito.
Il monito della Laudato si’
Il riferimento alla Laudato si’ di papa Francesco potremmo dire che è d’obbligo. Da lì (e sia ben chiaro, non solo da lì, ma da tante altre fonti e soprattutto dalla forza delle cose) è venuto l’invito a prendere atto, con lucidità e spirito critico, dei fenomeni sconvolgenti che stanno investendo, condizionando e minacciando il mondo (il «creato» secondo il lessico desunto dalla fede) e devastando l’ambiente. È il senso, dopotutto, anche di molti degli interventi che compongono, e che arricchiscono, questo volume. Con riflessioni che ci avvertono che, oggi, anche nel ragionare di tutto questo, non possiamo che muoverci (come ricorda Gugg) su una delicata, e complessa, linea di connessione e di frontiera. Su un versante c’è il lascito della memoria. Che ci parla non solo di pagine buie e dolorose, ma anche di meritorie e luminose esperienze di solidarietà, di organizzazione dei soccorsi, di lavoro per la rinascita. Di resilienza, come oggi si dice. In queste pagine, oltre che di Firenze 1966, si parla anche di Versilia 1996. È la storia di un territorio che così duramente fu colpito, e con modalità (al tempo) vissute come inusuali, per intensità e violenza (nasce allora, come viene ricordato, il termine «bomba d’acqua») e che, purtuttavia, con la collaborazione di istituzioni locali e Regione, seppe mettere insieme un progetto e un cammino di ripresa, di ricostruzione, di ritrovamento di sé. Sono ricordi importanti, da coltivare e da riproporre, anche per gli insegnamenti che, tutt’oggi, possiamo ricavarne. Su un altro versante, rispetto a memorie così significative, che rimandano comunque ad altri momenti e ad un altro tempo, va coltivata l’attenzione critica a quel che in tanti territori del nostro Paese, ma anche, in generale, del nostro pianeta è successo in tempi recenti o può comunque succedere, purtroppo con facilità, anche in diversi periodi, o stagioni (se di stagioni si può ancora parlare) dell’anno. Un tempo sembrava relativamente facile la distinzione fra ciò che era ordinario e quel che, al contrario, era straordinario.
Piovve per tre giorni e per tre notti
C’era ciò che era prevedibile, anche dal punto di vista dei problemi che ne potevano derivare, e quel che rientrava nell’emergenza. Firenze e Toscana 1966 rappresentavano (e sono rimasti nei ricordi individuali e collettivi) come eventi straordinari, che rientravano nella dimensione dell’emergenza.
Oggi ciò che ancora, per abitudine, continuiamo talora a classificare come «emergenza» si confonde drammaticamente con la «normalità». Se frugo nella mente, ricordo in maniera nitida che, prima che l’Arno esondasse nel Novembre 1966, piovve forte, in maniera ininterrotta e ossessiva per tre giorni e tre notti. Un disastro, come l’alluvione, è pur sempre un evento straordinario (e così ne tramandiamo, non a caso, la memoria), che sembrava però rientrare, in qualche modo, in una cornice «naturale». La natura, si sa, è madre, ma anche matrigna. Era piovuto molto, e a lungo. Tutto spiegabile, nella sua drammaticità. Ora, spesso, come sappiamo, non è così. Ci sono temporali che, con grande violenza e, spesso, in poco tempo, scaricano masse enormi d’acqua, producendo danni notevoli e incutendo molto timore. E poi, gli stessi territori, a poco tempo di distanza, possono tornare ad essere colpiti. Si pensi a situazioni come quella di alcune zone della Romagna e di alcune località nell’estremo Nord della Toscana. La natura, come talora si dice, sembra essere stata violentata e si vendica. I suoi colpi, problematici da prevedere, possono arrivare in un momento qualsiasi di quell’unica stagione climatica (a volte decisamente calda, a volte un po’ più fredda) che sembra caratterizzare lo scorrere dell’anno solare (a cui sembrano mancare non solo e non tanto le «mezze stagioni», ma la suddivisione stessa in periodi stagionali diversi). In un contesto del genere, cosa pensare, come comportarsi, che fare? C’è un cambiamento di paradigma e, soprattutto, una trasformazione dei comportamenti individuali e collettivi da mettere in atto.
Su questo (ha ragione Marco Salucci) esiste non solo un grande ritardo, ma anche un meccanismo evidente di rimozione, difficile da contrastare e da curare. Se e quando non si è colpiti direttamente dalle conseguenze che esso provoca (come gli eventi catastrofici prodotti sempre più frequentemente da micidiali fenomeni atmosferici), il cambiamento climatico è un tema che viene confinato in una sorta di dimensione lontana e astratta che sembra, per adesso, non riguardarci.
Si direbbe che c’è un grande lavoro di carattere politico e culturale da fare perché la mentalità cambi e perché, a livello istituzionale, vengano assunte misure e vegano adottate strategie adeguate a prevenire i disastri (curando il territorio, impostando politiche atte a limitare, per quanto possibile, il rapido e sconcertante procedere del cambiamento climatico…) e a prestare soccorso con modalità rapide ed efficaci laddove le calamità, purtroppo, si verificano.
Il bisogno di resilienza
Nel volume si parla anche di strategie e percorsi come Italia Sicura) di cui viene deplorata (da Grassi e D’Angelis) l’interruzione. C’è invece, in questa direzione, un’attenzione da sviluppare e da incrementare. Viviamo in un tempo e in un contesto che richiedono resilienza. Una resilienza che ha dato straordinaria prova di sé anche in occasione delle difficili prove del passato (come a Firenze, e in tante altre zone della Toscana, nel 1966 o nella Versilia del 1966). In questo senso, iniziative, riflessioni e momenti di ricordo e di confronto , che si svilupperanno anche in questo sessantesimo possono, sicuramente, avere una loro, evidente, fecondità. La cura della memoria, come ben sappiamo, è, assai spesso, premessa ad una più attenta premura per il domani.
1 Così si intitola il volume (nn. 504-505-506, a cura di G. V. Federici, M. Meli, L. Niccolai, S. Saccardi, S. Siliani e V. Striano) che «Testimonianze» dedicò, dieci anni fa, in occasione del cinquantesimo dell’alluvione, ai drammatici avvenimenti del 1966. Un volume (che, va detto, ebbe un’ampia diffusione e che fu accolto con notevole interesse) non solo di carattere commemorativo e di ricostruzione storica, ma anche di riflessione critica e di attualizzazione della lezione che dalla memoria di quella difficile e sofferta prova ancora oggi può essere utilmente ricavata.







