di Alessandra Petrucci


Le piene dell’Arno sono state ricorrenti nel corso dei secoli, con esiti spesso disastrosi per la città di Firenze che dal fiume è attraversata. L’ultima grande alluvione, quella del 1966, ha lasciato un ricordo indelebile per la portata dei danni arrecati, ma anche per la risposta che la città seppe dare nel momento dell’emergenza, per la mobilitazione globale che seppe convogliare, per il coinvolgimento di volontari ed esperti provenienti da tutto il mondo, per i saperi che poi, codificati e tramandati, sono rimasti nel patrimonio scientifico di tutti. Un ruolo importante ebbe ed ha l’Università di Firenze sul piano della conoscenza, pianificazione,  attenzione costante allo studio per la tutela del territorio che l’Ateneo esplica attraverso le sue competenze.


 

Il fiume intemperante, parte della città
Florentia, un piccolo agglomerato sulle rive dell’Arno, cresciuto in un punto strategico, alla confluenza del fiume Mugnone, in un punto determinante per il movimento di truppe e rifornimenti.
E l’Arno, presenza costante nelle vedute e nelle fotografie di Firenze, protagonista trasversale di molteplici espressioni artistiche, ancora oggi è parte integrante della città, che ha cercato di tutelarsi dalle intemperanze del suo fiume, che, negli ultimi 600 anni, è straripato più di cinquanta volte e, in qualche caso, come nel 1844 e nel 1966, in maniera drammatica.
Lo testimonia anche l’odonomastica: i nomi di alcune strade confermano il rischio che questo fiume ribelle tracimasse, provocando danni importanti, che diventarono sempre più gravi dopo la realizzazione delle due grandi pescaie che serravano, in continuità con la cinta muraria, l’intero spazio urbano distribuito sulle due sponde: via del Diluvio (oggi via Verdi), via Sguazza, via del Padule.
La prima grande alluvione che sconvolse in maniera grave la città, meritando l’emblematico appellativo di «diluvio», si verificò nell’autunno del 1333: la furia dell’acqua distrusse gli edifici dalle fondamenta più fragili, violando chiese e spazi sacri, e distruggendo tutti i ponti, salvo il Rubaconte, dove oratori e cappelle votive, miravano a difendere l’abitato dalla vendetta della natura.
Nel corso del tempo, si sono susseguite numerose piene e straripamenti: la città fronteggiò un’altra esondazione importante nel 1844, poi nel 1848 e, ancora, nel 1864, quando si preparava a diventare capitale del regno d’Italia. Nella nostra memoria, il 1966 è una data che segna un confine ed assurge a simbolo di solidarietà e di resilienza: la mobilitazione globale, incarnata dagli «Angeli del Fango», è stata esempio di come il nome di Firenze possa essere catalizzatore di energie positive. Sul lungo periodo, restano le immagini di una città invasa dalle acque, una città silenziosa e ripiegata sul suo dolore, che guarda sgomenta la devastazione e si interroga sul suo domani. Ma è qui che Firenze ha scritto le pagine migliori della sua storia umana e scientifica: la solidarietà internazionale ha fatto della nostra città un hub della partecipazione volontaria attiva, rendendo tangibile la coscienza viva e operante di appartenere a una comunità. Anche l’Università fece la sua parte, promuovendo quegli studi che oggi costituiscono il punto di riferimento per il restauro delle opere d’arte e non solo.

Lo studio per la tutela del territorio
Ex malo bonum: da una situazione avversa, è scaturito lo stimolo allo studio anche nei termini della tutela del territorio.
Assistiamo sempre più frequentemente ad eventi estremi, che possono essere affrontati solo attraverso un governo del territorio in linea con le nuove esigenze: consapevolezza, controllo, monitoraggio, mappe del rischio e conoscenza aggiornata. In questa prospettiva, l’Ateneo continua nel suo impegno, come dimostra questa silloge di studi dedicati, in particolare, agli ultimi dieci anni.
Nel 1966, la mobilitazione trasversale di uomini e donne, giovani e meno giovani, al di là di condizioni sociali, fedi e partiti, fu un momento di rinascita e di sperimentazione di nuove forme di partecipazione civile: il dramma non era stato previsto o, forse, era stato, anche allora, sottovalutato. Oggi, davanti ad eventi altrettanto devastanti, va posto l’accento sulla prevenzione, sulla tutela del territorio, su tutti quei presìdi – come scolmatori, casse di espansione, rinforzo degli argini e protezione dei centri abitati – che sono misure essenziali per un territorio fragile e complesso come il nostro, dove rischio idraulico e rischio da frana si sommano.
Conoscenza, pianificazione, attenzione costante: questo è, direttamente e indirettamente, l’impegno che l’Ateneo esplica attraverso le sue competenze.
Ricordare, lasciare traccia, come fa questo volume, non offre soltanto possibilità di consultare il passato e di interrogarlo, ma diventa la chiave per leggere con critica obiettività l’accaduto, comprendere, essere capaci di cura e di responsabilità: nel quotidiano e nel futuro. Ricordare consente di rendere profonda la conoscenza e di tenere alta la consapevolezza, in una postura, che dà forma all’etica e rivela il modo di rapportarsi col mondo. Grazie, quindi, a tutti coloro che, a vario titolo, hanno contribuito alla realizzazione di questa testimonianza, che ritengo doveroso aggiornamento e, nel contempo, insegnamento valido e duraturo.