di Giorgio Valentino Federici


A sessanta anni dall’alluvione di Firenze e della Toscana e a trenta da quella della Versilia, «Testimonianze» prova a fare il punto sulla situazione attuale, con contributi di esperti in vari settori: da quelli caratterizzati da un approccio antropologico, filosofico e politico che guarda alla percezione del rischio da parte delle comunità a quelli a carattere scientifico e tecnico relativi al ruolo dell’acqua e della sua gestione nella difesa del territorio. E poi, con la memoria degli eventi, che è fondamentale nell’analisi di ciò che accadde, delle risposte che vennero date, di ciò che è stato fatto e di cosa resta ancora da fare per affrontare il rischio idraulico dovuto ad alluvioni come quelle del passato e per mitigare i danni prodotti dal cambiamento climatico.


 

L’occasione degli anniversari
L’occasione degli anniversari di Firenze 1966 e di Versilia 1996 ha suggerito a «Testimonianze» un numero monografico per cercare di fornire elementi per rispondere alle domande dei cittadini legate al rischio climatico e idraulico nella nostra Regione.
La prima domanda è: come possiamo adattaci alle precipitazioni intense sempre più frequenti legate al cambiamento climatico? L’alluvione della Versilia del 1996 è da considerare un precursore di quelle che abbiamo verificato negli ultimi anni? È infatti da allora che, nella vulgata popolare, si è cominciato a chiamare le precipitazioni particolarmente intense «bombe d’acqua» come ricorda Sandro Bennucci in questo numero.
La seconda domanda, inevitabile, è quella che in particolare i fiorentini e i toscani alluvionati nel 1966, insieme alla comunità nazionale e a quella internazionale, ripropongono ad ogni anniversario: «Con precipitazioni tipo quelle del 1966 cosa succederebbe?». Soprattutto alla seconda domanda avevano cercato di rispondere, nel 2016, alcuni articoli del volume La Grande Alluvione, edito dalla Rivista in occasione del cinquantesimo anniversario, anche se la maggior parte dei contributi aveva riguardato la memoria dell’evento.
Come sono cambiate le risposte alle due domande rispetto a quelle che abbiamo saputo dare nelle celebrazioni nel cinquantesimo? Come sono cambiate negli anni la memoria degli eventi catastrofici di Firenze e della Versilia e la percezione del rischio alluvionale?
Giovanni Grugg, antropologo, indica come «La persistenza di memorie forti, legate a eventi emblematici, tenda a mantenere il disastro dentro la forma dell’eccezionalità, mentre il presente impone di leggere il rischio come condizione ordinaria, diffusa e strutturale». Il riferimento simbolico all’evento e non all’azione è stato sostanzialmente vero per Firenze almeno fino al cinquantesimo anniversario dell’alluvione del 1966. Negli anniversari la retorica prevaleva sulla realtà del rischio che la Città continuava a correre.
Nel decennio 2016-2025 il tema della mitigazione e dell’adattamento al cambiamento climatico è diventato sempre più centrale nelle preoccupazioni di molti cittadini e nel dibattito scientifico, sociale e politico. Ma, la speranza di affrontare attraverso la collaborazione globale fra gli Stati la mitigazione del riscaldamento si è andata progressivamente perdendo. La necessità della collaborazione, che era stata indicata nel 2015 nell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e dall’accordo di Parigi adottato da oltre 150 paesi del mondo dalla Conferenza delle Parti (COP21), è stata progressivamente rimossa. Già alla fine del 2016 con l’elezione di Donald Trump, un Cigno (Nero, Biondo?) del quale molti hanno faticato a riconoscere il colore, gli USA uscirono rapidamente dall’Accordo di Parigi. La cosa si è ripetuta dopo la rielezione nel 2024 (nel 2020 Biden era rientrato nell’Accordo) ma è risultato cruciale per l’abbandono dei tentativi di mitigazione l’irruzione nella politica mondiale di una nuova stagione in cui si è andato progressivamente affermando, prima da parte di Putin e poi del binomio Trump-Netanyahu con la fattiva collaborazione di alcuni stati islamici, il criterio della forza nella risoluzione dei conflitti mondiali, allontanando le preoccupazioni climatiche insieme al multilateralismo dalla scena internazionale.

Atmosfera, bene comune
Il riscaldamento del pianeta è responsabile dell’aumento della frequenza delle precipitazioni intense. La conseguenza è la variazione della tipologia delle vittime dell’acqua «nemica». Nell’alluvione di Firenze e della Versilia le vittime si trovavano prevalentemente in casa. In questo secolo le vittime sono in misura sempre maggiore in movimento: a piedi, in auto, sui ponti, nei sottopassi. Ignazio Becchi sottolinea come la pericolosità dell’acqua e la vulnerabilità siano sempre più legate al comportamento umano e alla mobilità in presenza di eventi estremi e rapidi. Sono sempre più necessarie l’autoprotezione da parte dei cittadini e l’adozione di comportamenti di cautela, troppo spesso mancati nelle storie delle vittime delle alluvioni degli ultimi decenni.
L’atmosfera è un bene comune da conoscere e curare insieme. Dino Zardi ripercorre lo sviluppo della meteorologia italiana dalla ricostruzione degli eventi del 1966, a quelli del Veneto del 2018, allo sviluppo della modellistica. Sottolinea come si sia verificato in Veneto, 52 anni dopo, un evento metereologico «tipo 1966», espressione di uso comune per Firenze e la Toscana. Oggi la scienza e la tecnologia mettono a disposizione sistemi di monitoraggio e modelli meteorologici sempre più affidabili, capaci di migliorare la previsione anche di eventi atmosferici concentrati e intensi. Questa è una speranza concreta: poter predisporre sistemi di allerta tempestivi per la Protezione Civile, per la popolazione e per una gestione più sicura delle infrastrutture idrauliche e del territorio.
Bernardo Gozzini, con Giorgio Bartolini, Giulio Betti e Daniele Grifoni, elencano ad oggi le precipitazioni intense nella nostra Regione a partire da quelle del 1966, passando per quelle della Versilia del 1996, evidenziandone le caratteristiche e i segnali di cambiamento climatico. Gli autori evidenziano come siano possibili precipitazioni intense in aree estese, anche ripetute in tempi brevi, senza alcun rispetto per gli ormai tramontati «tempi di ritorno», insieme a quelle intense e localizzate sempre più frequenti.
Le difficoltà per gli umani di affrontare i rischi «remoti», come quello climatico, sono evidenziate da Marco Salucci che le collega alla «tragedia dei beni comuni», già ben segnalata dalla metà del secolo scorso, osservando inoltre che nella questione ambientale la razionalità limitata assume un ruolo cruciale. L’atmosfera è senza dubbio il primo e forse l’unico bene planetario veramente comune: l’acqua, la terra e l’energia sono variamente distribuite nel pianeta e intervengono diversamente, in particolare nelle misure di adattamento.
Alla difficoltà di coniugare conoscenza del rischio e azione Antonio Longo indica la soluzione federalista: un «governo mondiale del clima» senza il quale i nazionalismi possono portare alla distruzione del pianeta. Senza accordi non solo la mitigazione non è possibile, ma l’adattamento nazionalistico al clima provocherà guerre crescenti per l’accaparramento delle risorse. Longo evidenzia la necessità di nuove istituzioni internazionali che possano essere costruite anche per garantire la pace, come dimostra la storia dell’Unione Europea, i cui Stati, belligeranti da secoli, hanno raggiunto un equilibrio che ha permesso un lungo periodo di pace.

Adattarsi al cambiamento climatico
È necessario affrontare i rischi «storici» insieme a quelli derivanti dall’accelerare delle crisi climatiche. Vanno considerati tutti i tipi di eventi meteorologici, in un ambiente caratterizzato dalla diffusa e multiforme pericolosità idraulica; il cambiamento climatico però non deve, come accade, essere un alibi per giustificare il ritardo nella realizzazione di opere idrauliche essenziali di protezione del territorio. Le conseguenze del cambiamento climatico per il nostro territorio sono analizzate da Riccardo Fanti, che evidenzia l’aumento accelerato delle frane degli ultimi anni e suggerisce come cercare di affrontare il problema.
Giancarlo Ceccanti, con riferimento alle acque sotterranee, sottolinea la necessità di continuare a insistere, con iniziative di sensibilizzazione e mobilitazione, per procedere nelle azioni di mitigazione e di adattamento.
Enzo Pranzini indica le necessità di adattamento in riferimento alle coste toscane. Esse saranno investite non solo dall’erosione dovuta alla diminuzione del trasporto dei sedimenti dei nostri fiumi ma anche dall’aumento del livello del mare legato al riscaldamento globale.
Federico Preti presenta ricerche del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali (DAGRI) dedicate alle sistemazioni idraulico-forestali, agli interventi di ingegneria naturalistica e alle NBS- Nature Based Solutions, sottolineandone i vantaggi ecologici, paesaggistici e socioeconomici oltre al loro contributo all’adattamento climatico.
Tommaso Pacetti illustra Il progetto FLORENCE (FLOod risk and water Resources management with Nature-based solutions on Florence City Environment) del DICEA – Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale e del DAGRI. Il progetto ha studiato il ciclo idrologico urbano di Firenze con un approccio metodologico capace di integrare aspetti idrologici, urbanistici e socioeconomici nella definizione delle strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Le crescenti precipitazioni intense degli anni recenti hanno messo in crisi il sistema fognario, che viene investito da portate sempre più rilevanti, anche da parte del reticolo idrografico minore. Questo richiede una revisione dell’approccio alla gestione del sistema fognario come proposto da Andrea Cappelli e Alessandro Mazzei dell’Autorità Idrica Toscana, anche in riferimento agli eventi alluvionali e di allagamento verificatisi in Toscana dal novembre 2023.
L’adattamento è necessario anche per i nostri beni culturali che dovranno essere protetti non solo dalle piene ma anche dalle cosiddette flash floods. La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ha predisposto con questo biettivo il Piano di Limitazione dei Danni (PLD) al proprio patrimonio culturale, sulla base della ricerca descritta da Enrica Caporali, Matteo Lompi, Alessandro Sidoti e da Paolo Tamagnone. I Consorzi di Bonifica dell’ANBI Toscana affrontano da tempo le variazioni climatiche, anche con le loro attività di manutenzione dei corsi d’acqua, come descritto da Fabio Zappalorti, che evidenzia come sia necessaria la collaborazione di tutti gli enti preposti alla gestione delle opere e dei territori. L’ANBI Toscana è attiva anche nella formazione per le scuole come riferisce Paolo Masetti.
L’educazione ambientale per le scuole è importante per la preparazione dei giovani alle crisi climatiche e richiede la valutazione critica delle esperienze degli ultimi anni, che viene proposta da Claudia Petrucci.
Le attività di monitoraggio sono evidentemente la base di ogni attività di adattamento. Quelle per il tratto urbano del fiume Arno a Firenze sono illustrate da Simona Francalanci, Enio Paris e Luca Solari, in continuità con quelle effettuate nel 2014 -2015 che hanno permesso di affrontare alcune criticità, in particolare quella del Ponte Vespucci illustrata da Enio Paris.
Erica Caporali e Luca Solari presentano i progetti Firenze2026 e Arno 2026. Il Progetto Firenze2026 è il coordinamento delle attività delle celebrazioni del sessantesimo anniversario, attraverso il Protocollo d’Intesa fra UNIFI, Il Comune di Firenze, la Regione Toscana e l’Area Metropolitana Fiorentina. Caporali elenca le attività programmate dai Dipartimenti e dal CEDAF – Centro di Documentazione sulle Alluvioni di Firenze – durante e nei mesi successivi al sessantesimo anniversario. Solari illustra il Progetto Arno 2026, programma di ricerca triennale molto ampio dedicato alla cura dell’Arno, attraverso una nuova collaborazione fra la Regione Toscana, i comuni delle tre province attraversate dal fiume, Arezzo, Firenze e Pisa, le Università di Firenze e Pisa e le altre Amministrazioni. Il primo convegno di lancio di Arno2026, nel novembre 2025, ha avuto come logo Arno che Unisce: un inedito per i toscani rivieraschi!

La cura dell’Arno dopo Firenze2016
Nel 2014, all’avvio del Progetto Firenze2016, la cura del bacino dell’Arno, intesa non solo come realizzazione di opere di laminazione delle piene, presentava molte carenze. Quando l’ITSC International Technical Scientific Committee, istituito nel 2014 per una valutazione indipendente del rischio idraulico per Firenze, chiese informazioni sulla programmazione e sullo stato di realizzazione delle opere e in generale della conoscenza del fiume, la situazione era francamente imbarazzante. Le opere più volte programmate per la mitigazione delle piene a Firenze non erano finanziate. Anche la cura del fiume, la manutenzione delle pescaie, lo stato del tratto urbano del fiume, erano precari, come avevano appena accertato Paris, Solari e Francalanci attraverso le attività di monitoraggio sopra ricordate.
Il Rapporto del ITSC – Saving a World Treasure: Protecting Florence from Flooding, alla conclusione di tre anni di analisi, riteneva nel 2016 gravemente carenti le cose fatte e dava suggerimenti per le azioni future. Dopo 10 anni a che punto siamo con la cura dell’Arno?
Giovanni Seminara, curatore del Rapporto, lo ricorda in questo numero, esprimendo stupore sulle conclusioni di recenti analisi secondo cui le opere di laminazione previste dalla Regione Toscana, quando completamente realizzate, permetterebbero di proteggere totalmente i siti dei beni culturali del Centro Storico UNESCO anche per piene tipo 1966. Sottolinea come le casse di espansione del Valdarno, il provvedimento più importante per la riduzione del rischio, siano state giudicate insufficienti per la protezione di Firenze da una alluvione del tipo di quella del 1966 dagli stessi progettisti delle casse, peraltro in corso di realizzazione.
Seminara, rilevando che, realisticamente, il complesso degli interventi necessari richiederà tempi di realizzazione non inferiori al decennio, suggerisce l’opportunità di prevedere, in ottemperanza della normativa europea recepita dal nostro decreto alluvioni, che alcune aree a monte di Firenze, possano essere assoggettate a inondazione controllata secondo un piano di Protezione Civile predisposto anticipatamente, allo scopo di impedire la perdita di vite umane e minimizzare i danni al patrimonio culturale. Seminara ritiene che la difficoltà da parte dei cittadini di percepire il rischio derivi in buona misura dalla disinformazione. Questo ha come conseguenza la difficoltà dei cittadini di sostenere scelte politiche coerenti con le indicazioni della scienza e della tecnica. Una difficoltà ancora maggiore è quella di considerare le condizioni di pericolo, pur segnalate dalla Protezione Civile.
Seminara sottolinea come la comunicazione abbia giocato e giochi un ruolo distorto nella gestione del rischio idraulico di città particolarmente fragili come Firenze, Venezia e Genova. Egli analizza le cause della diffusa disinformazione scientifica, che identifica nell’improprio esercizio di una qualche forma di potere, di media, di intellettuali, politici e divulgatori, non di rado incompetenti.
Giovanni Massini, con Michele Catella e Francesco Piani, presentano un elenco dettagliato e utile di quanto la Regione e le altre Amministrazioni hanno realizzato nell’ultimo decennio e hanno in programma per la cura dell’Arno. Emerge, dall’elenco delle cose fatte e dalle azioni di adattamento al clima esposte, come si abbia un progresso rispetto agli anni precedenti. Nel contributo vengono però anche indicate questioni aperte, che saranno certamente affrontate nei dibattiti che faremo durante le celebrazioni del prossimo autunno. Un tema che sicuramente sarà discusso è il rischio alluvionale di Firenze e del bacino dell’Arno. Massini scrive «Guardando al futuro della gestione idraulica del fiume Arno e dei suoi principali affluenti, è possibile adottare uno sguardo moderatamente ottimistico, purché tale valutazione sia fondata su una lettura realistica dei limiti strutturali del sistema e sulle opportunità offerte dagli strumenti oggi disponibili». Nell’articolo vengono indicate in dettaglio le misure realizzate e programmate, con i tempi di realizzazione, che dovrebbero consentire, fra qualche anno (per il settantesimo?), quando saranno tutte realizzate, la protezione almeno del Centro Storico anche da eventi del tipo del 1966. Dunque, ecco una risposta, implicita, alla seconda domanda inziale: oggi precipitazioni del tipo 1966 avrebbero effetti ancora catastrofici anche per il Centro Storico, solo in parte limitati dalle opere di laminazione ad oggi realizzate, dai sistemi di previsione e dalle attività di Protezione Civile.
Alessandro Leoncini interviene sul ruolo delle dighe del bacino dell’Arno e in particolare di quella di Levane di cui è previsto il sopralzo che permetterà di ottenere una capacità di laminazione di 10 Mm3. Leoncini è stato come ingegnere dell’ENEL responsabile del progetto di sopralzo completato nel 2015. Egli sottolinea come il ruolo delle dighe durante le piene, se ben gestite come nel 1966, non possa essere che positivo. Ma ciò non impedisce che ancora oggi la disinformazione diffusa attribuisca alle dighe un ruolo negativo importante nell’alluvione del 1966.
Per comprendere le difficoltà politiche, amministrative e gestionali che ancora ostacolano nel nostro Paese la programmazione e realizzazione delle opere idrauliche è utile il contributo di Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi che gestirono l’Unità di Missione Italiasicura istituita dal Governo Renzi nel 2015. Per la prima volta Italiasicura permise di finanziare alcune opere indispensabili per Firenze e Genova. Il Governo Gentiloni confermò Italiasicura, mentre il Governo Giallo-Verde di Conte-Salvini, nel 2018, la chiuse, ritardando ancora una volta i necessari provvedimenti.
Nella mia introduzione al numero del cinquantesimo La Grande Alluvione scrivevo: «Resta il fatto che ai fiorentini e alla comunità nazionale ed internazionale è difficile capire come in cinquant’anni si sia fatto così poco per Firenze. Com’è stato possibile? Non è il momento di una svolta?» La svolta c’è stata? Ci auguriamo di aver fornito ai cittadini elementi utili per rispondere.

La memoria del 1966
Il volume di «Testimonianze» La grande alluvione, edito nella primavera 2016, era dedicato soprattutto alla memoria degli eventi alluvionali di Firenze e della Toscana. La documentazione delle celebrazioni e delle attività sviluppate a partire dal 2016 sono disponibili sul sito del Centro di Documentazione sulle Alluvioni di Firenze (CEDAF) (https://www.sba.unifi.it/p1600.html ) e da quello del Progetto Firenze2016 (https://toscana.firenze2016.it).
Il Progetto Firenze2016 nacque nel 2013, da una iniziativa del Rettore dell’Università degli Studi di Firenze Alberto Tesi. Il CEDAF nacque nel 2017 alla conclusione del Progetto Firenze2016.
Laura Vannucci, Direttrice del CEDAF, presenta il Centro, che è uno dei principali risultati del Progetto Firenze 2016. Le maggiori Istituzioni fiorentine colpite dall’alluvione e depositarie della documentazione dell’evento e della ricostruzione partecipano al CEDAF.
Inoltre, presso il CEFAF è conservato il Francobollo celebrativo di Poste Italiane prodotto per il cinquantesimo anniversario dell’alluvione.
Gabriella Montagnani ricorda come il Francobollo sia stato prodotto da Poste Italiane utilizzando, sembra per la prima volta, un disegno di bambini. Il disegno, molto ampio e utilizzato solo in parte, era il vincitore di un Concorso indetto nell’ambito del Progetto Firenze2016 e realizzato da una classe dalla Scuola Primaria di Pelago in Provincia di Firenze. Il Folder del Francobollo è stato donato agli «Angeli del Fango» che hanno partecipato alla celebrazione del 4 novembre 2016 in Palazzo Vecchio. Presso il CEDAF sono conservati tutti i disegni del Concorso. Inoltre, sul sito del CEDAF è disponibile il Rapporto del ITSC – International Technical Scientific Committee. Il Rapporto, pubblicato nel 2016 dalla FUP, Florence University Press, ha avuto grande successo fra gli studiosi: su Research Gate sono stati registrati, a febbraio 2026, oltre 3.000 downloads; sul sito della FUP ne sono stati registrati oltre 1.700 nello stesso periodo.
Il Rapporto è stato presentato all’Accademia dei Lincei nel 2016 nel Convegno Internazionale Florence 1966-2016. Resilience of art cities  to natural catastrophes: the role of. Il presidente del ITSC Gerald Galloway lo ha presentato nel Salone dei Cinquecento durante un Convegno internazionale organizzato dal sindaco Dario Nardella, presidente del Comitato Istituzionale del Progetto Firenze2016. Galloway e gli altri componenti del ITSC hanno infine partecipato al Convegno Un anniversario diverso che si è svolto il 31 ottobre 2017 nell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Firenze, UNIFI, alla conclusione del Progetto Firenze2016. La sua registrazione è disponibile sul sito del CEDAF.
Va ricordato che il ITSC nasce da una idea di Giovanni Seminara, subito sostenuta da Mario Primicerio. Ho l’opportunità di ricordare il fondamentale ruolo di Mario, scomparso nel 2025, nel Progetto Firenze2016, come rievocato nel numero di «Testimonianze» 564-565: La città che cambia.
Primicerio è stato il primo presidente del Comitato Istituzionale del Progetto Firenze2016 per essere poi sostituito dal Sindaco di Firenze Nardella e dal Presidente della Regione Toscana Rossi, dopo che erano stati eletti nel 2015. Primicerio rimase nel Comitato come vicepresidente fino alla fine, fornendo l’operatività necessaria ai due presidenti e a me, come segretario del Comitato, il consiglio e l’indispensabile supporto politico, istituzionale e scientifico.
La rete cittadina e regionale del CEDAF ha documentato e promosso, dalla sua costituzione, in particolare le attività riferite ai beni culturali colpiti e al loro restauro. Sul sito del CEDAF, fra gli altri, sono disponibili la Mostra Digitale La Bellezza Salvata, curata da Cristina Acidini e Elena Capretti, che ha avuto oltre 70.000 visitatori a Palazzo Medici Riccardi nel 2016-2017.  In questa sede si presentano i contributi di attività recenti legate ai beni culturali.
Concetta Bianca e Francesco Salvestrini riferiscono della Mostra sui danni al patrimonio librario e agli archivi dell’Università di Firenze. Il personale tecnico amministrativo ha con grande impegno realizzato la Mostra, ma ha insieme ricordato che le centinaia di migliaia di libri e archivi dell’Università sono ancora soggetti sia al rischio fluviale dell’Arno e del reticolo minore sia a quello meno prevedibile delle flash floods. Rischi comuni ai libri e archivi di Firenze, Prato, Campi Bisenzio etc. Dunque, la Protezione Civile, per i Beni Culturali, diventa sempre più importante. Due interventi in questo numero sono dedicati a progetti di protezione civile e di cura dei beni culturali in emergenza sia in ambito regionale che nazionale ed europeo.
Filippo Cenci, Bernardo Mazzanti, Simona Papa, Veronica Piacentini, Oriana Sartiani, Andrea Santacesaria, e Alessandro Sidoti  presentano il Modulo di Intervento per i Beni Culturali della Regione Toscana. Si tratta di un sistema permanente e organizzato di tutela del patrimonio nelle emergenze, unico a livello nazionale, frutto della collaborazione fra gli Enti di appartenenza degli autori.
Nadia Francaviglia, Simone Sbarsi e Tiziana Vicario presentano il progetto PROCULTHER, un percorso per il riconoscimento del patrimonio culturale nelle politiche europee di protezione civile. A livello europeo la protezione del patrimonio culturale è diventata una priorità anche sulla base dell’esperienza italiana.
Paolo Iannelli illustra la nascita, la struttura e le principali missioni della Task Force «Caschi Blu della Cultura», istituita dall’Italia nel 2016 come primo e unico Paese al mondo a mettere a disposizione dell’UNESCO un organismo permanente di esperti per la tutela del patrimonio culturale in aree di crisi.
Ilaria Della Monica presenta il recente Archivio digitale del CRIA (Committee to Rescue Italian Art), che molto ha contribuito ai restauri dei beni culturali alluvionati a Firenze da parte degli USA e che ora è consultabile in rete. L’articolo contiene un prezioso elenco dei contributori, a partire da Jacqueline Kennedy, e dai ricercatori e borsisti finanziati dal CRIA che hanno lavorato per anni nei laboratori di restauro fiorentini, prevalentemente nel settore del restauro dei dipinti e delle statue. Sarebbe importante realizzare finalmente un archivio completo di tutti i restauratori estendendolo ad esempio a quelli che si sono occupati del patrimonio librario, come ricordato da Laura Vannucci.
Cristina Giachi, che, come vicesindaco di Firenze, aveva rappresentato il Comune nel Convegno del 2016 all’Accademia dei Lincei di cui sopra, ricorda come l’alluvione del 1966 abbia segnato un evento chiave nella memoria della Città, uno dei momenti nei quali avviene una crescita della consapevolezza della natura multiforme della propria identità.
Mauro Cozzi sottolinea come l’alluvione, insieme alle distruzioni della guerra, abbia prodotto uno stimolante dibattito culturale sulla ricostruzione della Città.
Il tessuto economico e sociale fu trasformato e oggi il turismo dilagante sta producendo, come guerra e alluvione, una pesante trasformazione che non sembra però produrre rilevanti stimoli culturali.
Elisa di Renzo aggiorna la sua bibliografia dell’articolo presente sul numero monografico La grande alluvione di «Testimonianze», pubblicato in occasione del cinquantesimo. Rileva come manchi ancora nella pubblicistica una completa ricostruzione storica, essendo prevalenti i testi a carattere commemorativo o tecnico-scientifico. Di questa carenza, già rilevata a partire dal trentesimo anniversario, hanno a mio parere responsabilità non piccola   gli storici, gli economisti, i giuristi e i sociologi dell’Università degli Studi di Firenze a cui non sarebbero mancati collaboratori. Infine, Erasmo D’Angelis ricorda Franco Mariani, scomparso lo scorso anno. Mariani, giornalista e studioso dell’alluvione, ha cercato già dalla fine del secolo scorso di animare una Città smemorata, ricordando il tragico evento a Istituzioni che lo rammentavano retoricamente solo nelle celebrazioni.

Il trentennale dell’alluvione della Versilia
Nei contributi di Valdemaro Baldi, Enio Paris, Maria Sargentini, Michele Silicani e nella recensione di Vannino Chiti del libro La fiducia nel fango di Elisabetta Lo Iacono e Paolo Fontanelli, allora sub-commissario regionale alla ricostruzione, sono presentati la memoria dell’evento e il tema della resilienza, della ricostruzione e dei risultati del Modello Versilia.  Emerge come elemento caratteristico e determinante per il positivo risultato la stretta collaborazione fra Governo Nazionale, Regione, Comunità locali e popolazione colpita. Amerigo Guidi commuove ricordando l’abitante di Cardoso Giuseppe Guidi che, dalla piazza del Comune a Ponte Stazzemese, vedendo passare il suo bombolone GPL durante la piena, comprese che la sua casa era stata distrutta.
Lorenzo Alessandrini, nel 1996 e anche oggi sindaco di Seravezza, collega la collaborazione fra istituzioni, volontariato e cittadini nella gestione del post evento e nella ricostruzione   all’evoluzione della Protezione Civile a livello nazionale, che ha potuto ispirarsi all’esperienza versiliese. Il ruolo della speleologia durante l’alluvione è presentato da Luigi Micheli che, come geologo della Regione Toscana, documentò l’importanza delle grotte nell’evoluzione della piena e nel bilancio idrico complessivo.
Giorgio Federici, Ledo Gori, Enio Paris, Gabriella Montagnani e Francesca Vannoni riassumono le vicende societarie e il ruolo svolto dal CERAFRI, in particolare negli anni 2002-2017. Viene evidenziato come il Centro possa essere considerato un esempio di resilienza dopo l’alluvione.

Un anniversario personale
Nell’anno Accademico 1976-77, Ignazio Becchi, Luigi Montefusco ed io iniziammo la nostra attività accademica nella neonata Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Firenze. Cinquant’anni dopo è motivo di grande soddisfazione vedere i nostri ingegneri impegnati nelle Amministrazioni, nella professione e nella ricerca. In questo numero la loro presenza è numerosa e voglio, insieme a loro, ringraziare per il lavoro svolto tutti i nostri laureati che nei decenni hanno operato nel territorio.
Con Ignazio e Luigi abbiamo avuto, insieme a tanti colleghi e al personale tecnico-amministrativo, la fortuna di poter contribuire a costruire la Facoltà di Ingegneria di Firenze.