di Jacopo Grisolaghi e Pierangelo Pedani
L’aggressività e il vuoto interiore sono due manifestazioni del disagio giovanile sempre più presenti negli adolescenti di oggi, sospesi fra istinto e coscienza, connessione e solitudine, potenza e fragilità. Esse non possono essere negate; vanno riconosciute ed elaborate in un processo, senz’altro lungo e difficile, che deve coinvolgere, insieme agli adolescenti, gli adulti e la scuola.
Un lavoro lento, ma decisivo
Negli ultimi decenni l’irruzione delle tecnologie digitali ha modificato radicalmente il modo con cui gli esseri umani – e in particolare i giovani – percepiscono se stessi, gli altri e il mondo. È cambiata la struttura stessa del pensiero che si è fatta più frammentata e veloce e si sono ridefinite le forme della relazione, sempre più mediate da uno schermo, sempre più incarnate. Nelle esperienze cliniche e nei contesti educativi, soprattutto scolastici, questo mutamento si manifesta con una crescente difficoltà degli adolescenti a riconoscere e contenere le proprie emozioni, a dare loro un linguaggio e una direzione. Da qui nasce l’esigenza di lavorare su due grandi aree che oggi appaiono strettamente intrecciate: l’aggressività e il vuoto interiore. L’essere umano, a differenza di quasi tutti gli animali, non possiede un meccanismo biologico, istintivo che gli impedisca di oltrepassare la soglia distruttiva dell’aggressività (Lorenz, 1974). Ciò che in natura è regolato da un codice biologico in noi richiede una elaborazione culturale, educativa e simbolica oltreché un arricchimento relazionale. È per questo che la società – la scuola, la famiglia, la comunità – assumono un ruolo decisivo nella formazione della coscienza e nell’apprendimento del controllo. Senza una consapevolezza di sé e del proprio potenziale distruttivo, l’adolescente resta esposto al rischio di scambiare l’aggressività per identità, di usarla come strumento di conferma di sé. E in un epoca in cui il digitale amplifica ogni gesto e ogni parola, la possibilità che l’aggressività diventi virale e incontrollata è infinitamente maggiore. L’esperienza dei progetti educativi nelle scuole della Valdelsa, nati per affrontare il bullismo e l’abuso del digitale, ha mostrato come i ragazzi siano più recettivi di quanto si creda e come la partecipazione attiva – in gruppo – possa trasformare la tensione distruttiva in energia di cooperazione. L’obbiettivo non è eliminare il conflitto, ma imparare a viverlo senza armi, a farne occasione di crescita, di riconoscimento reciproco. È un lavoro lento, ma decisivo: perché educare all’autocontrollo significa anche educare alla libertà e alla pace (Novara, 2015).
Il laboratorio più turbolento dell’essere umano
L’adolescenza è il laboratorio più turbolento dell’essere umano. È il tempo della metamorfosi, della tempesta ormonale, del corpo che cambia e del pensiero che inizia ad interrogarsi su se stesso. È l’età in cui tutto si amplifica: la gioia, la rabbia, l’amore, la paura, la curiosità e la vergogna. In questo vortice di emozioni l’adolescente completa la propria identità oscillando tra il bisogno di appartenenza e il desiderio di autonomia. Sono giovani iper-connessi attraverso i social, ma paradossalmente sempre più fragili e soli, con sempre più relazioni virtuali e meno esperienze reali che consentano lo sviluppo di competenze sociali per inserirsi nel mondo e viverlo. Modelli familiari e sociali iperprotettivi, incostanti, intermittenti, che contribuiscono a creare e nutrono la fragilità dell’adolescente (Nardone, Balbi, Boggiani, 2024). Ma mai come oggi tale percorso si svolge in un ambiente saturo di stimoli, dominato da una connessione continua che non lascia spazio al silenzio, alla noia, all’ozio necessario alla riflessione. La tecnologia onnipresente e seduttiva non è neutra. Essa plasma tempi, spazi e linguaggi, ridefinisce la «percezione di sé» e del mondo. L’adolescente contemporaneo vive immerso in una rete che promette connessione ma spesso genera solitudine (Nardone, 2020). Le neuroscienze mostrano come l’uso eccessivo del digitale alteri l’attenzione, il sonno, l’umore e impoverisca la qualità delle relazioni (Thiagarajan, Newson & Swaminathan, 2025). Ma più ancora, esso modifica la percezione dell’esperienza: ogni emozione viene filtrata, compressa, condivisa in tempo reale, perdendo profondità e durata. Così il dolore diventa «post», la gioia un «like», l’amore un messaggio visualizzato. Il digitale, insomma, si trasforma in un anestetico: uno strumento di controllo e di fuga. Non a caso molti ragazzi lo utilizzano come difesa contro il disagio interiore, per gestire l’ansia o l’angoscia del non sapere chi sono. È un modo di «riempire» il tempo e la mente, ma anche di evitare la domanda più profonda, quella sul senso.
Il vuoto interiore
Il «vuoto interiore» non è una diagnosi ma una condizione dell’anima, è quella sensazione indefinita di mancanza, come un buco nero che risucchia energia, emozioni, pensieri. È il momento in cui nulla sembra avere significato, in cui l’adolescente dice: «non so cosa provo», non mi interessa più niente.
Il vuoto può essere, in una certa misura, una tappa naturale della crescita: ogni trasformazione porta con sé una perdita e ogni perdita genera uno spazio che deve essere attraversato. Ma quando questo spazio non viene riconosciuto, accolto, nominato, esso si trasforma in abisso. Molti giovani cercano di colmare questo vuoto con la connessione perenne, con l’iperstimolazione sensoriale, con la ricerca compulsiva di gratificazioni immediate. Il digitale diventa cosi un «riempitivo simbolico», uno schermo che copre la mancanza, senza mai davvero saziarla. È come versare acqua in una buca di sabbia: si riempie per un attimo, poi si svuota di nuovo. L’anima lasciata senza nutrimento, diventa sterile.
Ma il vuoto non è solo assenza, è anche possibilità. È lo spazio da cui può nascere qualcosa di nuovo. L’obbiettivo educativo e terapeutico non è dunque «riempirlo», ma aiutare i giovani a sostarvi, a tollerare la mancanza, a scoprire in essa un luogo per conoscere se stessi. È in questo attraversamento che si costruisce la maturità psichica, quando il dolore non viene negato ma trasformato in significato.
Dal punto di vista antropologico e psicologico l’uomo è un animale che non ha freni per la propria aggressività. Al contrario di quasi tutti gli animali che si arrestano istintivamente prima di uccidere un proprio simile, l’essere umano deve imparare a farlo attraverso la cultura, la conoscenza, le regole, la relazione. L’educazione, in tal senso, è una forma di civilizzazione degli istinti. E la scuola luogo simbolico della convivenza, in collaborazione con lo sport e altre iniziative, può diventare il terreno precipuo ove si insegna a trasformare la forza aggressiva in creatività, in competizione leale, in affermazione di sé, senza diventare luogo di distruzione dell’altro.
Giovani che scelgono di morire e altri che dicono di volerlo fare
Alcuni giovani, schiacciati da un senso di vuoto insostenibile, scelgono di non vivere più. Altri lo minacciano, lo evocano, come se cercassero nel limite estremo una forma di ascolto. In entrambi i casi si tratta di un grido che nasce dalla stessa fonte: l’impossibilità di dare significato al proprio dolore. Un ragazzo raccontava di sentirsi «inglobato in una bolla», prigioniero di un buco nero che gli aveva tolto ogni capacità di scelta. Un altro, devastato da una delusione affettiva, descriveva la propria esistenza come un deserto senza orizzonte, senza desiderio. Entrambi parlavano di una esperienza di «vuoto totale», una assenza di qualsiasi legane con la vita (Nardone 2020).
La clinica mostra che questo stato non coincide esattamente con una classica depressione, ma è qualcosa di più primitivo e pervasivo che a volte supera l’istinto di sopravvivenza. Alcuni autori parlano di un «buco nell’anima» che inghiotte ogni emozione, come un nodo centrale, inserito in una rete dinamica di fattori di rischio che si influenzano reciprocamente, concettualizzato come un esito fortemente connesso alla soppressione emotiva (Zhan & Ding, 2025). Le cause possono risalire a un trauma unico, ma più spesso derivano da un insieme, una costellazione di microtraumi: ripetute delusioni, umiliazioni, fallimenti, esperienze relazionali incoerenti e quella continua stimolazione digitale che svuota il senso, il tempo e le relazioni. Il cervello, sottoposto ad un eccesso di stimoli, perde la capacità di ascoltare se stesso e l’anima si esaurisce nella superficie (Pedani, 2000).
Quando l’adolescenza è già minata nell’anima e nel corpo
Viviamo in una società, quella odierna, che spinge all’esteriorità. I giovani crescono in un mondo in cui tutto è visibile, condiviso, esposto ed in cui l’interiorità è quasi sospetta. L’anima sembra essersi estinta come spazio personale, dissolta nella connessione globale. Galimberti ha osservato che oggi sono crollate le pareti fra l’anima e il mondo: l’interiorità ha smesso di percepirsi come tale, divenendo pura superficie. Gli individui vivono più uguali e meno «singolari», incapaci di riconoscere emozioni autentiche (Pedani, 2023). Anders parla del «naufragio della identità personale» nell’oceano della pubblicità dell’immagine. L’io viene sostituito dal personaggio mediatico, il volto reale dall’Avatar (Galimberti 2021). In questa condizione la parola stessa perde densità. Le parole intime – d’amore, di amicizia, di preghiera – vengono rimosse, sostituite da un linguaggio pubblico, rapido, consumabile. Si parla molto ma si dice poco. E il silenzio, che un tempo era luogo dell’ascolto, è diventato un vuoto temuto.
Anche la famiglia non è più il focolare in cui si nasce ma spesso luogo disarticolato, sommerso dalle immagini e dai rumori del mondo. Lorenz aveva previsto che il conflitto «intergenerazionale» si sarebbe dissolto perché i figli non si sarebbero più identificati con i genitori reali, ma con modelli mediatici e globali. Il risultato è una distanza crescente fra le generazioni che si parlano con linguaggi diversi. Da questa frattura nasce una solitudine «nuova», fatta di individui iperconnessi ma interiormente e socialmente isolati.
Ivano Spano, rileggendo Silvia Montefoschi, parla di una «carenza animica» contemporanea, una perdita di contato con i valori che fondano la vita. È un indebolimento dell’anima, una desertificazione del senso. Il giovane scresce così con una identità fragile, costruita non sull’incontro con il reale ma con l’altro virtuale, sempre irraggiungibile. E più si confronta più si svuota (Spano,2000).
Il mito del controllo
I dati recenti confermano ciò che la clinica aveva già percepito: cresce il disagio psichico in età evolutiva. L’UNICEF stima che oltre il 13 % degli adolescenti europei soffra di disturbi d’ansia, problemi alimentari ed ossessivo-compulsivi. L’ISTAT ed anche Save the Children segnalano un aumento dell’isolamento sociale e una riduzione del tempo trascorso in presenza dei coetanei (UNICEF, 2025).
L’adolescenza è una stagione insieme delicata e dirompente. È il tempo in cui l’identità prende forma, si interroga, si espone al mondo. È l’età delle domande essenziali, delle prime decisioni che lasciano il segno, dei desideri che cercano riconoscimento. Ma è anche una fase in cui troppi ragazzi e troppe ragazze vengono trascurati, isolati, spinti ai margini. Un passaggio che può trasformarsi in possibilità di crescita oppure in esperienza di frattura, in apertura fiduciosa o in ripiegamento silenzioso (Save the Children, 2025). Nella pratica quotidiana incontriamo adolescenti immersi in contesti segnati dalla povertà educativa, dalla fragilità dei legami, dall’esclusione sociale. Molti di loro non dispongono di spazi in cui potersi raccontare, essere ascoltati, sentirsi parte di una comunità. Troppi vivono la sensazione di non esistere agli occhi degli altri. Eppure sono proprio loro, attraverso le parole, i comportamenti e persino i silenzi, a lanciare un messaggio chiaro: qualcosa deve cambiare. Chiedono partecipazione, riconoscimento, possibilità di incidere. Non vogliono essere semplici destinatari di interventi, ma soggetti attivi, protagonisti di processi di trasformazione (Save the Children, 2025).
Il corpo e la mente dei ragazzi sono saturi di stimoli ma poveri di esperienze vere. La sofferenza non trova linguaggio, viene repressa o mascherata. La «cultura del pensiero positivo» suggerisce che il dolore sia un difetto da eliminare e non un passaggio da comprendere.
Ma la vita psichica non funziona così. Le emozioni – rabbia, paura, dolore, piacere – hanno una funzione adattiva ed evolutiva: le emozioni, intese come competenze senza comprensione, ci segnalano un limite, una perdita, un bisogno o appunto una paura; imparare a riconoscerle e a nominarle, sapere i loro meccanismi di attivazione e disattivazione, sono i primi passi per non esserne travolti (Nardone, 2019). Nei laboratori scolastici, lavorando su pensieri ed emozioni, si è potuto condividere con i ragazzi un principio essenziale: non è importante se un pensiero è positivo o negativo, ma se è utile o inutile, se apre o chiude possibilità. Una studentessa lo ha espresso con lucidità dicendo: «non avevo mai pensato che un pensiero negativo potesse servirmi. Forse mi spinge a cambiare!». Ecco la chiave per recuperare la funzione trasformativa del dolore. Nei momenti di vuoto, quando l’intelligenza si ferma e l’emozione domina, il cervello primitivo prende il sopravvento. L’azione si impone sul pensiero e si rischia di agire senza capire. Ma riconoscere questo meccanismo – accettare che la parte più antica di noi possa comandare – è già un atto di coscienza, il primo passo verso una nuova forma di controllo: non quello rigido del dominio, ma quello maturo della conoscenza di sé. In una età dove gli ormoni dello sviluppo invadono il corpo, questi passaggi sono importanti proprio perché manca ai ragazzi ancora una piena consapevolezza di sé.
Dove nasce la libertà interiore
Il concetto di «aggressività» e «vuoto interiore» in adolescenza ci parla di una umanità sospesa tra istinto e coscienza, tra connessione e solitudine, tra potenza e fragilità. L’aggressività non può essere negata e diventare un nemico, ma una forza vitale che deve essere compresa e regolata. Il vuoto non è una condanna, ma una soglia da attraversare. L’educazione, in questo scenario, diventa un atto di «cura collettiva»: significa insegnare a trasformare la paura in parola, la rabbia in azione creativa, la mancanza in ricerca.
Solo attraversando il vuoto, senza riempirlo di rumore, i giovani potranno scoprire che dietro di esso non c’è il nulla, ma l’inizio di un significato nuovo. È lì, in quel punto fragile e silenzioso, che può nascere la libertà interiore.
Riferimenti bibliografici
XVI Atlante dell’Infanzia (a rischio), Senza Filtri, Save the Children, 2025.
U. Galimberti, Chi non legge non sa cosa succede, «La Repubblica», ottobre 2021.
K. Lorenz, Il cosiddetto male, Garzanti, 1974.
K. Lorenz, Intervista sull’etologia, Il Labirinto, 1979.
G. Nardone, Emozioni. Istruzioni per l’uso, Ponte alle Grazie, 2019.
G. Nardone, La solitudine. Capire e gestirla per non sentirsi soli, Ponte alle grazie, 2020.
G. Nardone, E. Balbi, E. Boggiani, Adolescenti in bilico. Come stanno gli adulti di domani. Le psicopatologie emergenti e la loro terapia in tempi brevi, Ponte alle Grazie, 2024.
D. Novara, Meglio dirsele, Bur Rizzoli, 2015.
P. Pedani, L’anima un vasto paese, «Testimonianze», n. 413, 2000.
P. Pedani, Nati nel terzo millennio, «Testimonianze, nn.550-551, 2023.
Report Card 19 UNICEF Innocenti, Il benessere di bambine, bambini e adolescenti in un mondo imprevedibile, 2025.
I. Spano, Infanzia oggi: alla ricerca di un mondo perduto, Sapere, 2000.
T. C. Thiagarajan, J. Jane Newson & S. Swaminathan, Protecting the Developing Mind in a Digital Age: A Global Policy Imperative, «Journal of human development and capabilities», vol. 26, n. 3, 2025, pp. 493–504.
Y. Zhan & X. Ding, Network analysis of depression emotion suppression digital burnout and protective psychological factors, «Scientific Reports», vol. 15 n.1, 2025, pp. 1-11.
Note a margine di un progetto dello SPI dell’Alta Valdelsa per le Scuole Medie Inferiori e indirizzato a favorire un senso critico volto alla prevenzione dell’«aggressività distruttiva» – che è parte dell’uomo e che, ovviamente, se non controllata, conduce ad esiti disastrosi – ed anche dell’abuso del «digitale» nell’età dello sviluppo.






