di Lorenzo D’Orsi
La smart city, messa sotto la lente d’ingrandimento della critica urbanistica e sociologica, rende un’immagine della città omologata ad un modello di efficienza mutuato dal Nord Europa e genericamente aderente a un’idea di innovazione, dinamicità, performance economica e rigenerazione. Un’immagine standardizzata che l’analisi antropologica ha posto al centro della sua attenzione critica evidenziando aspetti che guardano all’applicazione dei criteri di definizione della realtà di una «città intelligente» in contesti specifici, come quello qui illustrato, di Gela, sottolineando sia la difficoltà di aderire al modello standard a causa della storia particolare della città siciliana, sia la rivisitazione in chiave locale e originale del concetto stesso di smartness.
Un racconto futurologico della forma urbis
Sin dalla nascita delle scienze sociali le trasformazioni urbane e gli immaginari ad esse connessi hanno costituito il terreno di analisi volte a denunciare le degenerazioni della società moderna. Era così già per Toennies, per Simmel e per gran parte della sociologia europea del XIX secolo che leggeva la città moderna come uno spazio generatore di diseguaglianze, alienazione, falsità e omologazione1. Ed è stato così anche quando negli ultimi venti anni si è progressivamente diffuso l’immaginario della smart city, ossia di una città «intelligente» fondata sulla sovrapposizione tra spazi fisici e spazi virtuali tramite innovazioni tecnologiche e sofisticati algoritmi che promettono di «ottimizzare» la qualità della vita dei cittadini. Quello della smart city costituisce oggi l’ultima frontiera del racconto futurologico della forma urbis che, attraverso topoi ricorrenti quali l’abbattimento del traffico, dell’inquinamento, dei consumi energetici e persino del crimine, tratteggia una nuova grande narrazione di progresso.
La progettazione del nuovo modello di governance urbana sempre più diffuso a livello globale è portata avanti da architetti, urbanisti, ingegneri, ma anche da grandi imprese delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ITC) come Cisco, IBM e Siemens, oltre che da enti istituzionali di diversa scala, dall’Unione Europea ai comuni. Predicando l’applicazione delle nuove tecnologie agli spazi urbani, questa pluralità di attori concorre a elaborare un immaginario redentivo e salvifico che, tuttavia, si rivela piuttosto indefinito in termini sia temporali che spaziali, collocandosi in un futuro fantasmagorico che appare vicino ma sempre distante da qualsiasi realizzazione concreta. Al contempo, esso ingloba sia le avveniristiche città di Woven City, Songdo e Masdar, in costruzione ex novo nel vicino e nel lontano Oriente, sia le più prosaiche policy di rigenerazione urbana che promuovono la digitalizzazione dei servizi, lo sharing dei trasporti e la misurazione del traffico attraverso App e altri dispositivi informatici. Questi piccoli ammodernamenti tecnologici ormai presenti nelle città in cui viviamo costituiscono il precipitato di una Agenda urbana e di una Agenda digitale che, almeno a livello europeo, da tempo promuovono l’applicazione delle ITC come strategia per perseguire l’efficientamento energetico e dei trasporti, la sostenibilità ambientale, il potenziamento del mercato del lavoro e l’inclusione sociale.
Malgrado il grande sforzo definitorio, documenti e articoli prodotti dai pianificatori del nuovo paradigma urbano rimangono tuttavia imbrigliati in una certa vaghezza concettuale. Ad esempio, gli indicatori e i parametri tecnici che dovrebbero misurare il grado di smartness di una città finiscono per nutrirsi dei contenuti più disparati facendo coincidere, come ammettono i suoi stessi sostenitori2, la nozione di smart city con una vaga idea di innovazione, dinamicità, performance economica e rigenerazione urbana che chiama in causa, anche solo tangenzialmente, una possibile dimensione high-tech o semplicemente green.
Utopie o distopie?
Il riduzionismo che si delinea nelle posizioni dei teorici della nuova «città intelligente» è divenuto facile bersaglio di geografi e sociologi urbani, la cui critica ha messo in luce come l’evanescenza e l’inconsistenza del concetto dissolva la smart city in una categoria la cui natura non è scientifica ma sostanzialmente imprenditoriale. Compito delle scienze sociali non può allora essere quello di contribuire a elaborare una definizione più rigorosa di smartness quanto disvelare, come scrive il sociologo Robert Hollands3, il mascheramento ideologico che la sottende. Viste in questa luce, le nozioni di innovazione, creatività ed efficienza al centro della produzione discorsiva del nuovo paradigma urbano appaiono infatti come strumenti per sostituire l’idea di benessere collettivo con quella di competitività economica, ponendo il nuovo urbanesimo non al servizio dei cittadini ma delle imprese4. In questa prospettiva, la smart city si configura come l’evoluzione di una immaginazione di tipo neoliberale che non può che incoraggiare una privatizzazione della vita pubblica e una marginalizzazione delle frange più povere a favore di quei ceti urbani professionisti e medio-borghesi che risultano ben integrati nei circuiti globali del lavoro e della cultura e che, per riprendere l’etichetta coniata dal geografo Alberto Vanolo5, possiedono una smartmentality. Le effervescenze tecnologiche smart che fanno sembrare le città vivaci e dinamiche e che donano loro una patina glamour si rivelano dunque essere l’avamposto di un una rigenerazione urbana che coincide con un processo di gentrificazione e che determina un paesaggio urbano senza memoria, in cui i luoghi e le loro storie sono stati cancellati, omologati, plastificati o turistificati. A questa lettura critica si associa la denuncia del positivismo ingenuo insito in quel data-driven urbanism6 che guida l’applicazione di soluzioni «intelligenti» ai nostri spazi urbani.
Questo determinismo tecnologico, da un lato, immagina le aree urbane come ricettori neutri e omogenei in cui è possibile riprodurre uno stesso percorso di sviluppo e, dall’altro, concepisce la partecipazione civica come un servizio da erogare a cittadini che sono ridotti alla loro dimensione di utenti e consumatori, dissolvendo così i problemi politici in questioni tecnico-amministrative. In altre parole, il futuro utopico tratteggiato dai teorici dal nuovo paradigma urbano è rovesciato dalla letteratura critica in un immaginario distopico e apocalittico in cui la città intelligente, con i suoi dispositivi e algoritmi che misurano, ottimizzano e privatizzano, costituisce l’incarnazione del «capitalismo della sorveglianza»7, l’emblema della «città post-politica»8 o l’ultimo di quei «non-luoghi» teorizzati da Marc Augé9, ossia quei luoghi della modernità globalizzata e iperconnessa, come aeroporti o centri commerciali, che risultano privi di una connotazione identitaria o di una forte memoria storica e ai quali ci relazioniamo solo in qualità di utenti solitari e di passaggio.
Molte di queste osservazioni colgono nel segno. E tuttavia abbagliate dall’onnipotenza della sua autorappresentazione, esse rimangono imbrigliate nella tentazione di teorizzare, seppur in negativo, il modello della smart city, riproducendo quella preconcetta anonimità della vita urbana che si vuole denunciare nel neo-urbanesimo generalizzante. Non si tratta soltanto di accantonare la critica della città intelligente idealtipica in favore della «città intelligente realmente esistente»10, come se potessimo misurare il grado di neoliberalizzazione a partire dal livello di effettiva implementazione delle politiche e retoriche smart.
La questione è piuttosto quella di riconoscere che il piano della fruizione e del consumo, anche della fruizione e del consumo di spazi urbani come rioni, centri storici o quartieri periferici, non è un processo di passiva accettazione e riproduzione di un modello imposto. Ci troviamo di fronte a una risemantizzazione attiva che a volte appare sfumata e altre volte risulta più esibita o politicamente caricata di un significato resistenziale. Come spiegava già Michel de Certeau11, è solo abbandonando la lettura aerea e dall’alto che scopriamo la «città vissuta», in cui pedoni, passanti e abitanti scrivono e riscrivono il senso dei luoghi e le metafore di cui questi sono impregnati, attraversandoli, praticandoli e vivendoli nella loro quotidianità.
La critica sociologica al nuovo paradigma urbano, inoltre, ricalca le teorie della globalizzazione come grande processo di omologazione che, a loro volta, costituiscono un aggiornamento della vecchia polemica di Claude Lévi-Strauss contro l’occidentalizzazione del mondo, da lui definita «nostra sozzura gettata sul volto dell’umanità»12, e della Scuola di Francoforte contro il consumo di massa in quanto forma di dominio tardo-capitalista. Sottolineando l’azione strutturante delle spinte economico-politiche, queste posizioni vedono nella società di massa e nella globalizzazione la diffusione di modelli culturali egemonici che cancellano le differenze e le realtà locali. Ereditando questa impostazione, la smart city appare agli occhi dei suoi critici come l’imposizione di uno stesso modello di città ideato e controllato centralmente e quindi standardizzante e omologante.
Come per la globalizzazione, tuttavia, anche per la smart city si tratta di riconoscere i processi di «indigenizzazione»13, ossia di far emergere i modi specifici in cui i modelli egemonici interagiscono con i contesti locali, modificandoli ma venendone a loro volta modificati. Piuttosto che rappresentare un processo unitario e unidirezionale, la smartizzazione dei centri urbani costituisce infatti un insieme frammentato di politiche e immaginari che, entrando in relazione con la costellazione di valori e relazioni sociali locali, subisce forme di risignificazione e riappropriazione impreviste e spesso dal basso. Mi sembra che in questa direzione si muovano i pochi contributi antropologici al dibattito, come i lavori di Katherine Pype14 sugli usi sociali delle ICT nella Repubblica Democratica del Congo o, per restare in ambito nostrano, quelli di Mara Benadusi sui progetti di sviluppo smart e high-tech nel distretto tardo-industriale di Siracusa o i saggi raccolti nel volume che ho curato insieme a Luca Rimoldi15 su immaginari, politiche e pratiche smart in diverse città italiane. Non è un caso che questi lavori mettano al centro realtà che sono state segnate da storture e contraddizioni urbanistiche e che sono piuttosto lontane dalle ordinate e efficienti città dell’Europa del Nord su cui si concentra gran parte della letteratura sul tema. Forse anche per tale ragione, questi lavori riescono a restituire un quadro più sfaccettato e meno unidirezionale.
La smartness vista da Sud
Proverò a chiarire gli aspetti sopra menzionati attraverso una esemplificazione etnografica tratta dal mio lavoro di ricerca a Gela, città della Sicilia meridionale, la cui storia è stata segnata dall’apertura e chiusura di un grande stabilimento petrolchimico dell’ENI e che oggi attraversa una lunga fase di transizione in cui un insieme incoerente e disordinato di politiche e discorsi che possiamo far rientrare nell’immaginario smart sembrano poter offrire strumenti per una risignificazione positiva del territorio. Inaugurato da Enrico Mattei negli anni Sessanta, lo stabilimento di Gela può essere considerato emblema di quel tentativo di modernizzazione «eterodiretta»16 del Mezzogiorno attraverso la costruzione di mastodontici complessi industriali che oggi ha lasciato disoccupazione, inquinamento e rovine industriali. L’impianto ha inizialmente portato un benessere economico diffuso e ha operato una ridefinizione simbolica del luogo, trasformando una piccola realtà agricola in un avamposto industriale capace di attrarre lavoratori anche da fuori regione. Malgrado la narrativa mitopoietica di una industria che dona alla popolazione un’aura di «modernità», il grande stabilimento non ha favorito un percorso di sviluppo endogeno ma una modernizzazione proceduta per strappi, in cui l’inquinamento, inurbamento incontrollato e le lotte di mafia degli anni 80 e 90 hanno trasformato la città figlia dell’ENI in un emblema della città tossica, della città pericolosa e della capitale dell’abusivismo edilizio17.
La progressiva de-industrializzazione oggi lascia la città sospesa in una transizione permanente in cui il vecchio e indebolito orizzonte industriale viene affiancato da nuovi immaginari legati al turismo, all’archeologia, all’agricoltura o a un nuovo sviluppo high-tech. A differenza di altre realtà siciliane, come il distretto siracusano18, Gela non è oggetto di un progetto di smartizzazione della città da parte di multinazionali dell’informatica e, tuttavia, le iniziative dell’ENI, le politiche comunali e i discorsi dei cittadini si richiamo a un immaginario smart come percorso di rigenerazione territoriale. La multinazionale del «cane a sei zampe» che ha segnato la storia della città, ad esempio, si è fatta promotrice di una riconversione in chiave green e smart. È all’insegna della sostenibilità ambientale e del rinnovamento tecnologico, infatti, che nel 2019 è stata inaugurata, all’interno del vecchio impianto petrolchimico oramai in rovina, una bio-raffineria che produce, per prima in Europa, biocarburanti sostenibili da materie di scarto vegetale. La fabbrica rinnovata è il fulcro della nuova narrativa green dell’ENI sul territorio ed è anche al centro di tour guidati in cui gli ospiti sono invitati ad ammirare la dimensione avanguardistica e altamente tecnologizzata dell’impianto.
La nuova raffineria può essere letta come una «zona onirica di anticipazione del futuro»19 attraverso cui l’Eni promette un nuovo sviluppo e una nuova «modernità» sulla falsariga di quella trasformazione sociale e identitaria di cui il petrolio era stato simbolo e motore. Tuttavia, la sfolgorante narrazione smart ha avuto ricadute occupazionali piuttosto ridotte, producendo tra gli abitanti di Gela non un nuovo incantamento tecnologico ma scetticismo e disillusione. In parallelo, l’amministrazione locale cerca una rigenerazione del tessuto urbano attraverso bandi regionali e nazionali che mettono al centro l’ottimizzazione energetica, l’innovazione tecnologica, la viabilità alternativa e così via. Questi bandi costituiscono il precipitato locale delle agende smart e digitali dell’Unione Europea che, come accennato, concepiscono lo spazio urbano come omogeneo, immaginato sulla falsariga delle città del Nord Europa. Di conseguenza, i vincoli di progettazione rendono difficile utilizzare i fondi a disposizione per porre rimedio alle storture di una urbanizzazione segnata dall’acqua non potabile, dal sistema fognario inadeguato e da interi quartieri caratterizzati da edifici incompiuti, dalla mancanza di marciapiedi e da altre gravi criticità infrastrutturali20.
Gli amministratori si adattano a questi vincoli cercando di agganciare le occasioni di finanziamento e importare così un modello nuovo di vivibilità urbana. Questo tentativo, tuttavia, si rivelava una costante lotta contro il rischio di riprodurre quella assenza di progettualità urbanistica che costituisce la cifra distintiva della storia gelese sin dal repentino inurbamento prodotto dall’apertura del petrolchimico. Quella di Gela è infatti la storia di una «città sbagliata» e «cresciuta a caso», per usare le parole di un urbanista locale, a cui si sommano le promesse di grandi opere mai portate a termine che hanno finito col disseminare la città di rovine e di incompiuti.
Immaginari smart che nascono «dal basso»
Accanto a questi livelli più istituzionali è possibile registrare inoltre la circolazione e fruizione di immaginari smart «dal basso», ossia portati avanti da comitati, associazioni o singoli cittadini, che si concretizzano, ad esempio, nella richiesta di piste ciclopedonali e nella diffusione di biciclette e monopattini elettrici. Durante i dialoghi con diversi interlocutori, l’uso di biciclette elettriche è emerso come pratica quotidiana per incarnare uno stile di vita smart e green, consentendo di immaginare diversamente la città. Questa reimmaginazione dello spazio si contrappone a quella rappresentazione negativa della località costruita attorno a uno stereotipato abitante gelese che si muove solo in automobile, status symbol intimamente legato al benessere economico introdotto dal petrolchimico. Tuttavia, nel periodo in cui svolgevo la ricerca sul campo, ho spesso raccolto la voce informale che il boom delle biciclette elettriche fosse dovuto anche al loro utilizzo in gare clandestine alle porte della città da parte della micro-criminalità locale. Questo rumour era raccontato con un misto di ironia e vergogna perché rivelava un lato intimo della storia della città che era noto ai locali, ma che correva il rischio di riprodurre l’immagine stigmatizzante del territorio. La pluralità di significazioni di cui è oggetto la mobilità smart non costituisce tanto un contro-uso del dispositivo, come ci porterebbe a credere la troppo abusata lente analitica della «resistenza», ma un uso inatteso che acquista pienamente senso solo in relazione alla storia locale della città e alle sue contraddizioni. Le dinamiche che ho qui brevemente tratteggiato mostrano una certa distanza da quelle teorizzazioni forti che delineano lo spettro di un neo-urbanesimo omogeneizzante e implacabile che si impone nei vari contesti cancellandone storia e peculiarità. Ci troviamo semmai di fronte a un precipitato frammentato di discorsi, politiche e pratiche che entra nella produzione dei significati locali e si scontra con i modus operandi pregressi, le forme specifiche di vivere e raccontare spazi e strutture e le storture fisiche pre-esistenti. In questa luce, mi sembra che il discorso antropologico e il ricorso all’approccio etnografico, ossia a una metodologia la cui solidità non risiede nella rappresentatività statistica, possano fornire un contributo al già affollato dibattito sulla nuova «città intelligente» solo se risultano capaci di scomporre la levigata coerenza della grande narrazione, portata avanti dai suoi teorici ma anche dai suoi detrattori, e di cogliere i modi in cui discorsi, politiche e pratiche connesse al seducente immaginario della città smart riarticolano e reinventano il senso dei luoghi senza per questo cancellarlo.
1 A. Sobrero, Antropologia della città, Carocci, Roma 1992.
2 G. Dall’O, Smart City, Il Mulino, Bologna 2014.
3 R.G. Hollands, Will the Real Smart City Please Stand Up, «City», 12, 3, 2008, pp. 303-320; R. G. Hollands, Critical interventions into the corporate smart city, «Cambridge Journal of Regions, Economy and Society», 8, 1, 2015, pp.61-77.
4 Si vedano, tra gli altri: R. Kitchin & T. Lauriault, Towards Critical Data Studies, in Geoweb and Big Data, a cura di J. Eckert, A. Shears & J. Thatcher, University of Nebraska Press, Lincoln 2018, pp. 43-62; A. Luque-Ayala, & S. Marvin, Developing a critical understanding of smart urbanism?, «Urban Studies», 52, 12, 2015, pp. 2105-2116; A. Luque-Ayala, S. Marvin, & C. McFarlane (eds.), Smart Urbanism: Utopian Vision or False Dawn?, Routledge, New-York 2014.
5 A. Vanolo, Smartmentality: The Smart City as Disciplinary Strategy, «Urban Studies», 51, 5, 2013, pp. 883-898.
6 S. Mattern, A City Is Not a Computer: Other Urban Intelligences, Princeton University Press, Princeton 2021.
7 S. Zuboff, The Age of Survellance Capitlism. The Fight for a Humans Future at the New Frontier of Power, Public Affairs, New York 2019.
8 E. Swyngedouw, The Antinomies of the Postpolitical City, «International Journal of Urban and Regional Research», 33, 3, 2009, pp. 601-620.
9 M. Augé, Non-lieux, Seuil, Paris 1992 [2009].
10 T. Shelton, M. Zook, & A. Wiig, The “Actually Existing Smart City”, «Journal of Regions, Economy and Society», 8, 1, 2015, pp. 13-25.
11 M. De Certeau, L’invention du quotidien. I Arts de faire, Gallimard, Paris, 1990 [2001].
12 C. Lévi-Strauss, Tristi tropici, Il saggiatore, Milano 1955 [1994], p. 36.
13 A. Appadurai, Modernity at Large. Cultural Dimension of Globalization, University of Minnesota Press, Minneapolis-London 1996 [2001].
14 K. Pype, Smartness from Below: Variations on Technology and Creativity in Contemporary Kinshasa, in What Do Science, Technology, and Innovation Mean from Africa?, a cura di M. Clapperton Chakanetsa, The MIT Press, Cambridge and London 2017, pp. 97-116.
15 L. D’Orsi & L. Rimoldi, Etnografie delle smart city. Abitare, relazionarsi e protestare nelle città intelligenti italiane, Ledizioni, Milano 2022.
16 C. Trigilia, Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, Bologna 1992.
17 P. Saitta, Spazi e società a rischio. Ecologia, petrolio e mutamento a Gela, Think Thank, Napoli 2009.
18 M. Benadusi et al., Tardo industrialismo. Energia, ambiente e nuovi immaginari di sviluppo in Sicilia, Meltemi, Milano.
19 M. Benadusi, Premessa. Antropologia nella smart city tra incantamenti tecnologici e tecnologie dell’incantamento, in L. D’Orsi, L. Rimoldi, Etnografie delle smart city. Abitare, relazionarsi e protestare nelle città intelligenti italiane, cit., p. 14.
20 L. D’Orsi, Rovine del passato, rovine del futuro. Nostalgia e immaginari tardo-industriali in Sicilia, L’Uomo, vol. XIII n. 1, 2023, pp. 73-100.






