di Mariella Zoppi
La crescita smisurata e incontrollata degli ambienti urbani ha portato con sé disagio sociale, abitativo, ambientale. Lo spezzettamento degli interventi urbanistici, progettati prevalentemente per settori, ha reso difficile affrontare la crescente complessità delle città. Occorre rimettere al centro l’idea che individuo e comunità compongono un quadro unico, il quale interagisce con l’unicità del territorio, le sue complesse e molteplici relazioni e la variabilità, nel tempo, dei sistemi che lo compongono. La pianificazione urbana deve ripartire da questi presupposti e abbandonare la logica, attualmente imperante, della rendita-profitto per costruire una città per tutti e di tutti.
Una crescita smisurata
La crescita smisurata delle città e la conseguente formazione di estese agglomerazioni insediative è una delle caratteristiche di questo millennio. Un fenomeno evidente sia nelle maggiori formazioni urbane (megalopoli) sia nei centri di dimensioni più contenute, che riverberano la loro espansione nei territori limitrofi, una volta agricoli, che hanno da tempo abbandonato le loro peculiarità originarie per mimetizzarsi in un’indistinta uniformità dominata da un’edificazione diffusa senza qualità. Immense periferie generalmente sguarnite di centralità interne e con servizi rari, in cui la banalità dei luoghi si è sommata alla povertà di opportunità culturali, sociali e lavorative e a carichi di pendolarismo che gravano quasi esclusivamente sui ceti meno abbienti. Il centro città, sia esso antico o di nuova e scintillante trasformazione, mantiene salda la sua posizione dominante e, pur avendo cambiato le sue funzioni, resta il nucleo principale per capacità direzionale, per offerta di opportunità e di luoghi di aggregazione. La città dei pochi versus la città dei molti o, se vogliamo, il lusso versus la vita difficile. Antinomie non certo nuove, che si sono manifestate in vario modo nelle diverse epoche e che, tuttavia, per l’estensione e lo spessore delle problematiche che abbiamo di fronte, fanno emergere tutta la gravità della situazione attuale e la scarsa incidenza dei mezzi fin qui usati (se e quando si siano usati) per il suo contenimento. Contraddizioni che si annidano nelle agglomerazioni urbane e disegnano sul territorio insediamenti che, pur nella continuità fisica, si differenziano per attività e censo dei loro abitanti.
Una lotta impari
Il territorio e la sua organizzazione è ormai una grande operazione finanziaria che poggia su due basi, gli investimenti finanziari e la rendita fondiaria e, come ogni affare, tende alla massimizzazione del profitto. In questa logica la qualità della vita, ovvero la città di e per tutti, non può avere che uno spazio limitato e restare schiacciata dai flussi di capitali che la condizionano e che sono difficilmente controllabili – o contrastabili – a livello locale. Una lotta impari in cui i meccanismi di correzione, anche dove sono stati messi in campo, si sono dimostrati poco produttivi in quanto non sono riusciti ad intercettare una strategia nazionale di contrasto cui riferirsi né a far sentire il peso di quella coscienza collettiva che pure, in mezzo all’indifferenza e al senso d’impotenza, esiste.
La comunità urbana non riesce a porsi dialetticamente in opposizione con quanto sta avvenendo e appare priva di riferimenti in grado di fornirle occasioni di scambio e confronto, sembra annegata nell’affanno di una costante inquietudine che deriva da una quotidianità di vita in ambiti insoddisfacenti sia per la mancanza di senso civico e di dialettica di comunità, sia per le condizioni in cui è costretta a muoversi e operare. Ne deriva un permanente disagio dei cittadini che si manifesta in forme di fragilità e di auto-isolamento, non meno che in atteggiamenti aggressivi che arrivano fino alla violenza fisica. Comportamenti che sono alimentati dalla mancanza di prospettive di miglioramento e che si confrontano con il crescente divario economico. Una ribellione sorda, a cui nessuno sembra in grado – o voglia – dare risposte efficaci e svolte positive.
Al malessere sociale si somma quello ambientale, dove le problematiche e le criticità pur essendo da tempo conosciute nei fenomeni e nelle cause, appaiono come sospese, prive di concreti e utili provvedimenti mentre si accentuano i caratteri di gravità evidenti nelle temperature torride come negli eventi cosiddetti estremi. Siamo sulla soglia di una svolta epocale di cui già possiamo purtroppo delineare gli scenari futuri – accelerati peraltro dai conflitti bellici ed economici in atto – ma non riusciamo a mutare atteggiamenti e politiche pur nella consapevolezza che i limiti dello sviluppo del pianeta sono ormai raggiunti e che solo un drastico cambiamento di paradigma potrebbe riportare un equilibrio economico e sociale fra i popoli della Terra. Troppo spesso tendiamo a considerare l’ambiente come una cosa astratta o lontana, o pensiamo che sia possibile controllarlo con qualche accorgimento (es. mezzi di trasporto meno inquinanti) che certo è utile, ma non tiene conto che l’ambiente, in quanto contenitore della nostra vita, comprende l’insieme delle condizioni fisiche, chimiche e biologiche che ci circondano e ci influenzano, e che le sue criticità si manifestano in modo più aggressivo dove maggiori sono le concentrazioni di popolazione e di attività. Abbiamo a che fare con un contenitore sistemico complesso per la quantità di fattori e di problematiche che lo compongono e che fra loro si influenzano (fattori biotici e a-biotici, risorse ed energie rinnovabili o meno, clima ecc. ma anche salute, socialità e benessere dei viventi) e che, per di più, è in continuo cambiamento. Non solo, ma il suo cambiamento è talmente discontinuo nel tempo e nelle sue manifestazioni che mette in crisi ogni soluzione settoriale o parziale, rendendo incerta ogni previsione, che tuttavia è doverosa e necessaria e va vista nella sua dinamicità e nella sua capacità di adattamento in quanto deve essere in grado di fronteggiare le variazioni delle interazioni fra i vari sistemi che compongono l’ambiente.
Il caso italiano è emblematico
Il caso italiano è emblematico e rivela una situazione di stallo delle capacità previsionali a partire da quelle sul territorio. Come ben sappiamo, la pianificazione (sostituita da circa vent’anni con la parola «governo») del territorio è materia di competenza comunale, come sancito dal Titolo V riformato nel 2001, che indica come ogni azione di governo si svolga a partire dal livello inferiore (il più vicino ai cittadini) secondo il principio di sussidiarietà verticale in attuazione del cosiddetto Federalismo a Costituzione invariata (L. 59/1997). Ne consegue che ogni previsione si concentra entro i limiti comunali, tratta fenomeni locali e si consuma in una dialettica fondiaria fra zone pregiate e meno pregiate (periferie) assecondando una gerarchia di problematiche e di valori (estetici ed economici) che procede dal centro verso l’esterno. Ogni comune costituisce un mondo a sé, spesso in concorrenza con quelli vicini, con i quali le azioni coordinate sembrano riferirsi quasi esclusivamente a viabilità e trasporti. La pianificazione di area vasta – metropolitana, ove ve ne siano le condizioni – è troppo spesso vista come una limitazione all’autonomia dei singoli comuni, anche quando la contiguità degli insediamenti e la molteplicità degli scambi (persone-merci) imporrebbe una visione più ampia, coerente con la struttura dei diversi territori e tale da permettere l’attuazione di politiche di sostenibilità dello sviluppo e di ipotizzare e concretizzare quei processi di resilienza e mitigazione non più differibili.
La città di tutti e per tutti
Può essere utile un riferimento al passato e, in particolare, alla metà dell’Ottocento, periodo a cui si fa risalire la nascita della città moderna, con tutte le sue contraddizioni e le sue opportunità, in cui convivono espansione e rinnovo e in cui il verde pubblico e la natura sono visti in termini di salute e bellezza. È allora che si definiscono le tipologie degli spazi verdi che ancora oggi usiamo: il viale, le piazze alberate, i giardini e i parchi pubblici. Sono spazi accuratamente progettati cui tutti possono accedere: nobiltà, borghesia e classe operaia. Non si può parlare di una vera e propria convivenza, ma per la prima volta il verde permette una, sia pur embrionale, forma di integrazione sociale. Consente di vedere e riconoscere l’altro: una sorta di pacificazione che prelude ad una successiva comprensione.
Si consolidano alcuni principi: estetica, igiene e socialità. Nel corso del Novecento, i parchi diventano uno strumento per interrompere la crescita edilizia e si forma quella che si può definire la cultura del verde. Una consapevolezza che trova nella ricerca dell’equilibrio fra natura e insediamenti urbani un punto di forza che non si articola più in tipi e modelli, ma che è il cardine di un sistema di fattori e di valori in grado di garantire vita e benessere. Il verde non è più una somma di aree da progettare, ma un sistema unitario e pervasivo che informa la città e permette ai suoi abitanti un’esistenza migliore.
Una promessa, una speranza per tutti: un obiettivo ancora da raggiungere. In questo terzo millennio è ormai evidente come l’immenso interconnesso pianeta abbia bisogno di provvedimenti adeguati ed energici per contrastare e invertire le tendenze distruttive in atto, in cui la cura del verde diventa la cura dei mali della Terra. Nella protezione della natura c’è la salvezza di un mondo malato come ci ha ricordato papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ (2015), un’attenzione che si rivolge ai grandi problemi come alle piccole cose. Un filo d’erba, un albero diventano altrettanto importanti dei grandi parchi e delle foreste perché ogni cosa è legata da fili invisibili che si influenzano e si condizionano vicendevolmente: «Nessuno è solo in natura» e «(…) le nostre azioni sconsiderate e distruttive entrano a far parte dei vasti cicli della Terra e con il tempo ci ritornano indietro, creando pericoli per noi stessi» (Rachel Carson, La primavera silenziosa, 1962).
Individuo, comunità, popolazione compongono un quadro unico col loro ambito di vita, che si determina e si sviluppa alle varie scale, tutte ugualmente importanti. L’unicità del territorio, le sue complesse e molteplici relazioni e la variabilità nel tempo dei sistemi che la compongono sono i punti fondamentali da cui ripartire per affermare nuovi metodi di pianificazione e chiudere una fase basata su strumenti rigidi e previsioni fisse, che poteva andar bene fino qualche decennio fa, ma che ha ormai mostrato tutti i suoi limiti e i fallimenti.
Modelli urbanistici alla prova della (crescente) complessità
Abbandonare antiche strade non è facile. Molte analisi e metodologie, che oggi hanno fortuna ed evidenza, risentono di elaborazioni fatte durante il confinamento-Covid, quando il sistema generale aveva una certa staticità, il campo di azione degli individui era limitato e alcuni fattori avevano una rilevanza marginale (es. mobilità, fisicità degli scambi ecc.). In questo periodo si è operato un processo di semplificazione, spostando l’interesse da un campo larghissimo (il villaggio globale) a quello del quotidiano e della prossimità, che rappresentava il raggio d’azione in cui ognuno si trovava ad operare. Su questa riduzione di campo sono stati costruiti paradigmi e modelli in cui il rapporto residenza-servizi era il cardine su cui articolare la nuova città (forse, meglio, quartiere) vivibile e sostenibile.
Sono nate una serie di proposte basate sull’accessibilità pedonale (es. città dei 15 minuti) o sul verde (es. regola del 3-30-300: vedere 3 alberi, avere il 30% della superficie di quartiere a verde e un parco a meno di 300 m. dall’abitazione) come misuratore di qualità e di vivibilità urbana. Sono riferimenti che rinviano agli studi sull’unità minima di pianificazione che hanno caratterizzato l’urbanistica del secondo dopoguerra e sono stati alla base della progettazione delle New Town britanniche (New Towns Act del Governo laburista, 1946). Un’esperienza di grande importanza che ci permette oggi, dopo oltre 70 anni, di valutare questi modelli basati sul rapporto residenza-attività-servizi, ordinati su una maglia viaria modulare (ed estensibile) a gerarchia di percorrenze (pedonali, ciclabili e meccanizzate) e immersi nel verde.
Un modello che si è rivelato aggiornabile al mutare delle esigenze degli utenti, ma che è difficilmente adattabile alla città esistente, in cui abbiamo a che fare con un tessuto urbano compatto con una distribuzione delle attrezzature-servizi che non ha avuto nessuna pianificazione, in cui vi è una sovrapposizione di funzioni (si pensi alle forme di residenza o alle tipologie commerciali) e la mobilità delle persone registra consuetudini e spostamenti sempre meno codificabili.
Una complessità dinamica che non può trovare soluzioni nella riduzione del campo di applicazione o dei fattori e dei soggetti che la compongono, come dimostra la limitata portata dei piani di settore, che hanno affrontato il sistema-città separando le diverse problematiche e proponendo soluzioni specifiche secondo una logica rivelatrice del nostro tempo, ovvero disegnando dei layer e sovrapponendoli, nella convinzione che fissato l’obiettivo generale (es. sostenibilità-resilienza urbana) si potesse ottenere risultati apprezzabili e definitivi ottimizzando ogni singolo settore separatamente.
Ma, la somma delle ottimizzazioni, non tenendo conto delle interazioni, non può restituire la complessità del sistema e quindi non è in grado di dare risposte evolutive ai problemi in atto, può dare solo soluzioni parziali e di efficacia limitata. Soluzioni apparenti che, spostando il problema da un settore all’altro, innescano un meccanismo perverso, in quanto ogni volta che un obiettivo parziale viene raggiunto, entrano in crisi altri settori perché, nel frattempo, si sono verificati nuovi assestamenti nel sistema generale e quindi i traguardi raggiunti non sono più adeguati e non contribuiscono alla soluzione dell’obiettivo generale del conseguimento dell’equilibrio urbano identificabile nella città sostenibile, prossima, bella ed equa.
Soluzioni dinamiche e adattative
Oggi dobbiamo pensare che il continuo cambiamento della città necessita di ricerche e soluzioni dinamiche e adattative e di modelli e di approcci tutti da mettere alla prova: una sperimentazione continua in cui le certezze (un tempo date dalla staticità del piano) sono sostituite da assestamenti continui, possibili solo in un contesto territoriale e politico in cui siano prioritari i concetti di responsabilità e inclusione.
Significa abbandonare la logica rendita-profitto per costruire una città giusta. Una città per tutti e di tutti, in cui il senso (si è parlato di «orgoglio» e di «amore») di appartenenza si ponga come denominatore comune di cittadinanza, di un nuovo modo di vivere insieme («con-vivenza») in grado di guidare le trasformazioni all’interno del contenitore urbano. E qui tocchiamo un altro punto importante: quello della città che non consuma più territorio al suo esterno, ma che rinnova le sue energie operando la sua rigenerazione al suo interno. Avendo ben presente che rigenerare non significa aumentare i carichi edilizi, che aggravano la situazione già critica delle città, significa dare priorità alle aree pubbliche e alle aree verdi (forestazione urbana), privilegiare cioè quegli spazi che permetteranno alle comunità di vivere e di riconoscersi, di ritrovare i valori della convivenza e della socialità e alle città di riossigenarsi e di tornare ad essere il luogo per eccellenza delle opportunità e degli scambi.






