racci dante romagna

di Manuela Racci


La Romagna di Dante è una terra che il poeta conosce bene e che riveste, come la natia Toscana, un ruolo centrale nel suo percorso spirituale, simboleggiato dal viaggio nei tre regni oltremondani. Una terra già apparsa come dominata dal genio demoniaco dei suoi tiranni nell’inferno, tutta istinto e passione, poi trasformata in dimensione edenica nel paradiso terrestre, dove viene descritta con sospeso stupore la foresta sacra, che altro non è che la Pineta di Classe. Ed è proprio in Romagna, a Ravenna, che il poeta, nella vita, poi troverà un approdo, un dolce riposo e il luogo che, infine, ne accoglierà pietosamente le spoglie.

«Terra alumna et benefactrice»
Qualunque sia la scelta dell’argomento dentro cui avventurarsi all’interno del mondo dantesco, bisogna sempre partire, come monito sorvegliato, da un postulato, una verità quasi assoluta per me che sono, comunque, pervicace sostenitrice dell’arte dell’ermeneutica: Dante è un tale picco solitario da non consentire definizioni troppo restrittive, la sua levatura è così abissale e profonda da essere sintesi del passato e vestibolo del futuro, quindi non si può interpretare la Divina Commedia solo dentro la logica comminatoria della chiave perimetrale di una sola voce interpretativa, poiché essa è l’opera inquieta per eccellenza che esige un’interpretazione espansiva, quella delle tre dimensioni, in orizzontale, in verticale e in profondità. In tal senso la Divina Commedia è prima di tutto un viaggio interiore, una illuminante operazione di radicale trasformazione, una sorta di seduta di psicanalisi ante-litteram: qui sta la sua eterna giovinezza, poiché è un viaggio prima di tutto dentro se stessi, una discesa alchemica di trasformazione del piombo in oro, vissuta in presa diretta da un uomo che ha fatto del suo viaggio il viaggio di tutti. Tutto questo per giungere al cuore tematico della riflessione e dimostrare che anche la Romagna, come la natia Toscana, riveste un ruolo centrale e assume un significato paradigmatico dentro un percorso di evoluzione dell’anima di Dante, tanto da arrivare a spiegare l’affermazione del prof. Vasina «Allora, tutto è Romagna»1.
Il punto di partenza della disamina è la grande intuizione raccolta in un saggio del prof. Battistini, La città dell’esilio2, punto che richiama l’illuminante commento di Benvenuto da Imola, sempre pronto ad esaltare la sua terra di Romagna, là dove, in nota al VI canto del Paradiso, dove l’aquila sta per spiccare il volo da Ravenna, invita il lettore a notare la singularis mentio che il poeta fa della sua «terra alumna et benefactrice»3. Infatti la Romagna ha un ruolo fondamentale nella costruzione del poema, seconda forse solo alla Toscana. Dante dimostra di conoscere molto bene il territorio romagnolo, le sue condizioni ambientali, sociali, politiche e il carattere dei suoi personaggi, e gli piace mostrarsi informato. E tale conoscenza non è data solo dal fatto che ha attraversato questi luoghi, un itinerario geografico, dunque, a lui noto che a volte serve alla sua potente fantasia plastica come termine di paragone (vedasi la cascata del Flegetonte, – Inf. XVI – per la cui descrizione trae ispirazione dalla cascata dell’Acquacheta), ma quel paesaggio diventa un paesaggio dell’anima, uno strumento per parlare di sé. Irrinunciabile l’immagine della Divina Commedia anche come un grande atlante morale dell’Italia e dell’Europa.

Sulla presenza di Dante in Romagna
Quando Dante comincia a frequentare la Romagna? Certo che la sua vita itinerante lo porta a fare capo con una certa consuetudine di rapporti ad alcuni centri romagnoli, in particolare Forlì, Meditillium totius provinciae4, e Ravenna. Interessante sarebbe stabilire quando ha inizio la permanenza di Dante presso Ravenna: le congetture estreme propongono un arco temporale che va dal 1313 – morte di Arrigo VII – al 1320. Si tratta delle ipotesi di quella umanità suggestiva di poeti-critici che assegnano alla città adriatica il numero 9 (anni), per farne la sede presso cui avrebbe iniziato la stesura del poema, visto che l’autorevole Petrocchi dà il 1314 come la data di pubblicazione dell’Inferno e il 1315 come data di pubblicazione del Purgatorio5. Ma non ci sono documenti che possano attestare pienamente e storicamente questo, per cui molti studiosi limitano il soggiorno ravennate dal 1318 fino alla morte (componendo gli ultimi 13 canti del Paradiso)6.
Tuttavia non si può escludere che anche prima della sua tarda residenza a Ravenna con i figli e forse la moglie, Dante fosse già stato in Romagna. Ce ne danno testimonianza uno storico forlivese di solito attendibile, Flavio Biondo, e anche uno storico successivo, Paolo Bonoli (1660): Dante è a Forlì nel 1303 sotto Scarpetta degli Ordelaffi e nel 1313 sotto Guido da Polenta.
Quindi avrebbe comunque composto o rivisto buona parte della Commedia dopo e durante i suoi passaggi in Romagna (Battistini nota che questa ipotesi spiegherebbe ad esempio la conoscenza che Dante ha dell’episodio di Paolo e Francesca di cui le cronache tacciono). La presenza di Dante a Forlì nel 1303 è cosa certa! Interessanti tra l’altro le notizie offerteci dagli storici suddetti: Dante è in qualità di ambasciatore, deve negoziare l’aiuto di Scarpetta ai Bianchi esuli di Firenze, quella Firenze che in quel momento è sotto il priorato crudele di Fulcieri di Calboli, forlivese che opera in Toscana: cerniera perfetta, nella sua tragicità!
Ma indubbia è la prova di tale permanenza offertaci da Dante stesso nel De vulgari Eloquentia, composto tra il 1303 e il 1305: Dante abbozza una prima cartina linguistica della Romagna relativamente unitaria e fondata su una conoscenza storica e politica della regione. La Romagna è quella terra localizzata sulla sinistra dello spartiacque appenninico tra Lombardia e Marca anconetana, ben distinta per il suo dialetto muliebre, un’area che si stende da Ravenna verso Bologna, andando a contaminare la garrulitas dei modenesi e ferraresi.
La Romagna della Commedia, poi, vede meglio definiti i suoi contorni mediante riferimenti all’area malatestiana e cesenate che prima mancavano e a centri maggiori e minori. E, come continua nella sua acuta disanima il prof. Battistini, è una Romagna che si modula tra il passato vagheggiato e il presente condannato, oscillando tra l’accezione di Romandiola, per cui si considerava Bologna unita alla Romagna vera e propria secondo l’unità politico-amministrativa dell’Esarcato bizantino, e quella moderna di Romagna vera e propria, papale, del 1278, che vede le terre esarcali divise in tre contee: Bertinoro, Bologna e la Romandiola vera e propria7.
La prima emerge dalle parole accorate di Guido del Duca, nel Purgatorio, la seconda dal resoconto che Dante fa a Guido da Montefeltro, nell’Inferno, diminuita di Bologna e di Bertinoro. Ed allora caliamoci dentro il testo, in un confronto tra i due canti e i due personaggi: certo che c’è anche una Romagna nel Paradiso, ma sfuma nel mito dei suoi santi ed eremiti, mentre all’evidenza del lettore balza il plastico confronto tra Inferno e Purgatorio.

Politica che si fa poesia
Il profilo offerto da Dante della Romagna diventa in realtà un profilo poetico, qui si tratta di politica che si fa poesia e la poesia trova le sue ragioni in se stessa, sul filo della sofferta partecipazione politica ed etica del poeta alle vicende del suo tempo. La Romagna offre a Dante l’occasione di una severa meditazione sul destino dell’uomo non solo individuale ma associato e operante nella politica.
Partiamo dalla Romagna del presente, quella dominata dal genio demoniaco dei suoi tiranni (la definizione «tiranno» per Dante ha sempre un’implicazione morale prioritaria rispetto a quella politica). Siamo nel XXVII canto dell’Inferno. Dante ha appena lasciato Ulisse, siamo sempre quindi nel cerchio dei fraudolenti consiglieri; si avvicina un’altra anima desiderosa di parlare, avvolta e arsa dentro la fiamma. Chiede a Virgilio di dargli notizie della sua terra di Romagna e il saggio duca sollecita lo stesso Dante a rispondere. E Dante si fa così cronista di un resoconto infernale celeberrimo (Inf. XXVII 34-54):

E io, ch’avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se’ là giù nascosta,

Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata è molt’anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.

E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.

Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lioncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.

E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
così com’ella sie’ tra ’l piano e ’l monte
tra tirannia si vive e stato franco

Tra nobiltà e abiezione
Il personaggio dunque è Guido da Montefeltro, noto condottiero ghibellino, famoso per il suo coraggio e la sua astuzia. È uno dei personaggi più tragici, in esso troviamo il tratto specifico distintivo delle anime infernali: quella mistura tra nobiltà e abiezione che sembra tagliare l’aria. Chiuso nel suo dolore per il ricordo della colpa e della pena, cupo, tormentato e pieno di risentimento per essere stato vinto nella sfida finale, quella relativa alla salvezza dell’anima, è l’Ulisse latino, immerso nell’inferno quanto l’altro ne è distante.
E la descrizione che Dante fa della Romagna, città per città, famiglia per famiglia non è tanto una digressione ma «(…) è funzionale a mettere il lettore dentro la storia del personaggio creando il giusto sfondo, un po’ come Virgilio quando, per preparare l’incontro con Francesca, elenca le donne e i cavalieri condotti alla morte dalla passione. Là si portava a giudizio un costume amoroso, qui politico»8. E in questo quadro Dante compie una denuncia etico-politica che si collegherà con quella del XIV canto del Purgatorio rivolta alla Toscana.
Ma in tale denuncia la storia di Montefeltro è centrale. Perché? La Romagna è dominata dalla violenza e dagli assassini. Dai versi di Paolo e Francesca al ghiaccio della Tolomea dove troviamo il peggior spirto di Romagna (Frate Alberigo dei Manfredi di Faenza, canto XXXIII), è un dispiegarsi di dannati: violenti, traditori, traditori e violenti insieme; ogni famiglia ha dato il suo contributo.
Su tutti campeggia Guido… perché? Perché per Dante egli rappresenta non tanto il proverbiale spirito indomito romagnolo, ma la sconfitta del potere temporale della Chiesa, sottolineandone così la condanna morale. È una condanna meno virulenta di quella fatta nella bolgia dei simoniaci contro i papi, ma teologicamente è più incisiva: non si puo’ assolvere chi non si pente; Guido si trova all’inferno nonostante l’assoluzione papale, mentre Manfredi o il figlio Buonconte, pentitisi all’ultimo momento, sono salvi, nonostante la scomunica.
L’attacco è pesante: la sola conversione è quella del cuore. Qui la Romagna di Dante appare come una società «eroica», dominata da istinto, passione, non abituata al calcolo. I delitti atterriscono per la loro irrazionalità e la regione diventa la scena dei più gravi crimini per la mancanza di un potere centrale, di un’autorità imperiale.
I tiranni di cui Dante parla sono il frutto della stessa crisi politica che lui stesso ha vissuto a Firenze. In essi il poeta vede negata la sua concezione politica sperimentata fino al fallimento. Non li osserva con gli occhi di un nemico, ma li racconta come eroi protagonisti di un’epoca.
Di fronte a tanta violenza, sembra dire Guido, l’unica via di fuga è la vita religiosa. Ma anche quella è oramai dominata dal potere, da quando Rodolfo d’Asburgo ha restituito alla chiesa con consapevole atto rinunciatario il potere temporale.
L’astuzia di Guido è potenziata da quella di Bonifacio VIII che utilizza la religione con spregiudicatezza: allora tutto è Romagna, cioè l’intera cristianità è governata dalla frode, dalla corruzione, dal nepotismo, dalla bramosia della «lupa».
Ergo: i tiranni romagnoli rappresentano qualcosa di più dei loro delitti, diventano politica che si fa poesia.

Un quadro dal grande contenuto civile
Ed eccoci al canto XIV del Purgatorio, là dove Dante incontra nella seconda cornice degli invidiosi due anime romagnole, Rinieri di Calboli e Guido del Duca (Purg. XIV 34-66).

infin là ‘ve si rende per ristoro
di quel che ‘l ciel de la marina asciuga,
ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,

vertù così per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:

ond’ hanno sì mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.

Tra brutti porci, più degni di galle
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.

Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.

Vassi caggendo; e quant’ ella più ‘ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.

Discesa poi per più pelaghi cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi.

Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.

Io veggio tuo nepote che diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio priva.

Sanguinoso esce de la trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva.

Il canto è quasi interamente dedicato a un grande contenuto civile: la triste condizione in cui versano le due regioni care a Dante, unite da un doloroso quadro di insieme. Il tema è affidato a un nobile romagnolo del passato, Guido del Duca, cui Dante come fa altre volte presta la sua voce: emergono tutta la sofferenza del poeta, il suo dramma e la sua stanchezza. È uno dei quadri più cupi e violenti di tutto il poema, forse il più tragico e fosco, a causa della malvagità e degli odi di Firenze, quadro che richiama quella possente carrellata romagnola del XXVII canto infernale; poi, nella seconda parte comincia la digressione sulle famiglie del felice passato romagnolo, la nostalgica rassegna dei signori di Romagna che fa da specchio ai terribili popoli di Toscana, nella prima parte del canto. Con variazione narrativa, il tema conduttore diventa il tralignare delle famiglie e il rimpianto del buon tempo passato, ricco d’amore e cortesia9. Anche qui il valore di queste pagine è più poetico che storico-politico.
La vicenda romagnola diventa paradigma di quella italiana: una microstoria che fa la grande storia (Purg. XIV 97-126):

Ov’è ‘l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
quando rimembro con Guido da Prata,
Ugolin d’Azzo che vivette nosco,

Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l’una gente e l’altra è diretata),

le donne e ‘ cavalier, li affanni e li agi
che ne ‘nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi.

O Bretinoro, ché non fuggi via,
poi che gita se n’è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s’impiglia.

Ben faranno i Pagan, da che ‘l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d’essi testimonio.

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
è ‘l nome tuo, da che più non s’aspetta
chi far lo possa, tralignando, scuro.

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
troppo di pianger più che di parlare,
sì m’ha nostra ragion la mente stretta.

Da notare la struttura retorica dell’elenco: colpisce la sensibilità del lettore soprattutto quell’ubi sunt: tutto il canto è giocato sull’ossimorico contrasto tra i due quadri: fosco e amaro il primo che a sua volta richiama il XXVII canto dell’Inferno, dolce e malinconico il secondo che anticipa il confronto con la Firenze del passato, vagheggiata  dall’avo Cacciaguida, nel XVII del Paradiso. Dunque, indignazione per il presente, vagheggiamento e nostalgia per il passato, rimpianto per le buone costumanze: è un topos che già Dante aveva espresso nel Convivio quando vagheggia la Sicilia di Federico II e di Manfredi10. Se Benvenuto da Imola parla della Romagna come giardino del giardino, allora la Romagna è un signum contradictionis cioè un simbolo di tralignamento dei sommi poteri medievali, quindi essa diventa per Dante strumento di interpretazione della sua esperienza politica, religiosa, etica iniziata a Firenze. Il mondo romagnolo è cartina di tornasole della degradazione generale per colpa dell’avidità della Chiesa; lo stesso Benvenuto da Imola dice che tra le cause che hanno desolato la sua terra ci sono: avaritia pastorum ecclesiae e pravitas tyrannorum suorum11.

L’ultimo rifugio
Ci sembra a questo punto irrinunciabile dirigersi verso quel luogo finale così caro al poeta, l’asilo conveniente: Ravenna, quella città che il saggio di Battistini lumeggia come l’ultimo rifugio, l’estremo soggiorno, la quiete operosa.
Sempre prezioso il contributo di Benvenuto da Imola: egli ricorda che il poeta promuove la città di Ravenna a protagonista di una climax ascensiva dall’Inferno al Paradiso, dove diventa sintesi dell’istituto universalistico dell’Impero: Benvenuto vuole rintracciare i segni di una gratitudine del poeta alla sua terra più che ai Malaspina o agli Scaligeri. Indubbiamente a Dante premeva porre termine ai suoi sacri studi in un luogo tranquillo, senza distrazioni.
Come Verona esercita su di lui un richiamo politico, così Ravenna dovette apparirgli la sede più propizia, circondato da un signore munifico, con una corte meno invidiosa e turbolenta, rispondente al suo bisogno di trovare un luogo sicuro: il passaggio da una corte ghibellina a una guelfa evidenzia l’attrattiva di un tranquillo rifugio, confortato dall’affetto della figlia suor Beatrice12. A conclusioni non diverse erano giunti Carducci e soprattutto Pascoli13. Ai fini della nostra disamina, diventa eloquente un passo del Convivio: Dante si definisce un «(…) legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e lidi dal vento secco che vapora la dolorosa povertade»: e contrariis s’intende il bisogno del poeta di riposo e il sollievo nell’otium ravennate. Ci sembra opportuno, come suggerisce la penna acuta di Battistini, soffermarsi sul concetto di «esilio» per risemantizzarlo14, ai fini di comprenderne tutta la portata, soprattutto esistenziale. Solo così si potranno cogliere appieno l’importanza e il senso dell’approdo ravennate e la generosa accoglienza di Guido Novello risulterà ancora più liberale: Guido cercherà di reintegrare Dante dentro la comunità, consapevole che il prestigio dell’uomo medievale non deriva dalla sua personalità ma dalle mansioni da lui svolte in nome della collettività. Le ambascerie affidate al poeta non servono solo per non far sentire Dante in debito verso la generosità del signore di Ravenna, ma per attribuirgli un ruolo pubblico, vincendo l’isolamento e tentando di cancellare il marchio dell’escluso. Dunque, Ravenna è il porto della pace tanto agognata da Dante: in qualità di suoi fedeli lettori, con l’intelletto sano, non possiamo non accorgerci di come l’evocazione di tale città si compia sempre da risultare connotata dall’idea della quiete, della pace e del riposo. Si parta dalla definizione che della propria città fornisce Francesca, zia di Guido Novello da Polenta: «Siede la terra dove nata fui / su la marina dove ‘l Po discende / per aver pace co ‘seguaci sui» (Inf. V 97-99). La dolce anima di Francesca, travolta dalla bufera infernale, per contrasto richiama con le sue parole immagini di pace e calma, estese dalla captatio benevolentiae con cui si rivolge a Dante («se fosse amico il re de l’universo / noi pregheremmo lui de la tua pace») alla sua terra natia dove visse ancora protetta dai tormenti della passione amorosa e dove anche il Po annulla il suo moto irrequieto.
Per incontrare di nuovo Ravenna, dobbiamo poi scendere dentro il più profondo Inferno, là dove abbiamo già visto la fosca carrellata romagnola, sollecitata dalla richiesta di Guido da Montefeltro. Anche qui prevalgono la calma e la stabilità della città, rafforzate dallo stesso verbo «covare» che rimanda al campo semantico del nido e della sua protezione; le altre città romagnole sono tormentate, rappresentate da verbi di movimento frenetico: solo Ravenna «sta!», solo lei sembra avere pace, quella Ravenna ricordata dalle parole commosse di Guido del Duca, quella Ravenna che sarà degna di accogliere le spoglie del poeta. Ma arriviamo ad uno dei momenti «topici» del viaggio dantesco, punto nevralgico e scoperto di tutta l’architettura del poema: siamo nel canto XXVIII del Purgatorio, lassù, in cima all’alta montagna, dentro la foresta edenica, il paradiso terrestre… un canto bellissimo, connotato da un sospeso stupore, provocato soprattutto dalla vista della foresta sacra che altro non è che la Pineta di Classe, la cui scelta come referente mondano di uno spazio oramai metafisico è un messaggio fondamentale: quella pineta che Dante ben conosceva, dentro cui si ritrovava a passeggiare mesto e pensieroso, si fa dettaglio antonomastico che vale per designare la stessa Ravenna. Dante fa di quella pineta un luogo edenico per il quale valgono gli attributi di divina foresta e che chiude il cerchio apertosi con la selva oscura. Battistini ne coglie anche le motivazioni come cornice sacra: in essa si è consumato il martirio di sant’Apollinare; ma ancora più interessante l’averne colto la valenza irenica che serve a spegnere la tensione dei canti precedenti, troppo toscani e personali, (l’incontro struggente con l’amico di sempre Forese Donati e quello con il poeta toscano Bonaggiunta Orbicciani). Quindi Ravenna con la sua pineta svolge qui un compito di decantazione catartica, divenendo metamorfosi celeste della selva oscura, lo stesso compito assolto dal XIV canto del Purgatorio.
Andiamo a leggere la mirabile descrizione (Purg. XXVIII 7-21):

Un’aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;

per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u’ la prim’ombra gitta il santo monte;

non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d’operare ogne lor arte;

ma con piena letizia l’ore prime,
cantando, ricevieno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,

tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su ‘l lito di Chiassi,
quand’eolo scirocco fuor discioglie.

È un luogo unico, in tutto il poema, né terreno né propriamente celeste, che risplende di tutto il suo primigenio fulgore, come uscito appena dalle mani di Dio fiori, il ruscello, il canto degli uccelli, il soave vento: tutto richiama il topos del locus amoenus, disseminato in tante opere classiche ben conosciute dal nostro poeta (da Virgilio, a Tibullo e Ovidio). Ma qui c’è l’esperienza di Dante che fa dei luoghi ravennati un’oasi di appagamento in opposizione al ritmo convulso del tempo umano, qui tutto è stabile, sospeso: quel vento che si fa serenaro è catartico e si spiega bene solo se spira in Romagna. Ravenna è dunque la sede più idonea a fungere da corrispettivo storico del paradiso terrestre, celebrazione cristiana dell’età dell’oro15. Tutto conferma la serenità dell’ultimo soggiorno, dove il poeta diventò subito oggetto di devozione e culto locale: solenni funerali, certamen umanistico per il più degno epitaffio, vigile tutela della tomba, sorgere di cenacoli fedeli, ricca aneddotica, prime imitazioni della Commedia e precocissimi commentari…
La presenza di Dante in Romagna ha determinato un qualcosa a livello letterario così profondo che non ce n’è uno simile. Sarà sempre cura della cultura ravennate ancorare la figura del poeta alla città che lo accolse: l’umanista Gian Pietro Ferretti compilando una raccolta di biografie illustri, inserisce come concittadino Dante, Tommaso Tomai nel Cinquecento tramanda che all’esule fu conferita la cittadinanza ravennate…
Fin da allora il popolo romagnolo si dimostrò orgoglioso, come disse Boccaccio, che il fato gli avesse concesso di esser guerriero perpetuo di sì fatto tesoro16.

1 A. Vasina, I Romagnoli tra autonomie cittadine e accentramento papale nell’età di Dante, Leo S. Olschki, Firenze 1964.
2 A. Battistini, La città dell’esilio, in «Storia illustrata di Ravenna», n. 26, Milano 1990.
3 B. Rimbaldi da Imola, Comentum super Danctis Aldigherii Comoediam, Florentia 1887.
4 Dante, De vulgari eloquentia, I, XIV, 2-4.
5 G. Petrocchi, Vita di Dante, Bari 1983.
6 Uno dei lavori più documentati sul soggiorno di Dante a Ravenna resta la monumentale monografia di C. Ricci, L’ultimo rifugio di Dante, a cura di E. Chiarini, Ravenna 1965.
7 A. Battistini, La città dell’esilio, cit..
8 A. M. Chiavacci, Commedia, commento, Bologna 2006.
9 Ivi.
10 A. Battistini, La città dell’esilio, cit..
11 B. Da Imola, Comentum super Danctis Aldigherii Comoediam, cit..
12 G. Petrocchi, Vita di Dante, cit..
13 G. Carducci, Della varia fortuna di Dante, IDEM, Opere, ed. naz., vol. X, Bologna 1957, pp. 268-274; G. Pascoli, La mirabile visione, in IDEM, Prose II, a cura di A. Vicinelli, Milano 1971, pp. 767-1416.
14 A. Battistini, La città dell’esilio, cit..
15 Ivi.
16 G. Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, a cura di P. G. Ricci, Milano-Napoli 1965.