beattie omeros walcott

di Pamela Beattie e Simona Bertacco*

Numerosi elementi di contatto emergono dalla lettura comparata della Divina Commedia di Dante, e in particolare del Purgatorio, e di Omeros del poeta caraibico Derek Walcott. Il motivo della cura salvifica funziona come principio strutturante, che organizza la narrazione, i personaggi, le storie e i luoghi nei due poemi, e i due poeti si muovono sicuri tra il particolare e l’universale rivelando un approccio compatibile con la funzione pubblica della letteratura e della poesia in particolare.

Al di là del tempo, Walcott e Dante si parlano
Per una medievalista con buona familiarità con la Commedia di Dante e il suo contesto storico, leggere il poema «epico» di Derek Walcott costituisce un’esperienza tanto esilarante quanto sconcertante. Entrare nel poema da una prospettiva dantesca significa metter piede in un mondo familiare ma anche profondamente disorientante. Sebbene la relazione di Walcott con la letteratura classica in genere e con il poema omerico in particolare occupi un ruolo centrale nel poema, risulta immediatamente evidente che Walcott utilizzi Dante come figura di mediazione tra il mondo classico e il proprio e questa scelta va ben oltre la semplice adozione della terza rima a livello stilistico. Da solo, questo fatto apre un orizzonte nuovo di interpretazione a lettrici e lettori attenti. La popolarità dantesca sull’Atlantico meridionale e sull’immaginazione di uno scrittore dalla formazione intellettuale e culturale complessa come Walcott sta a riprova sia dell’impatto della Commedia dantesca sia della portata universale delle tematiche che Dante sviluppa nel suo poema. Quindi, rileggere la Commedia dopo o, ancora meglio, in simultanea con Omeros, arricchisce radicalmente l’esperienza del poema dantesco, dando maggior rilievo sia ai motivi che alle ambizioni dei due poeti. Si potrebbe dunque dire senza paura di esagerare che i poeti «si parlino» attraverso le distanze temporali e geografiche che li dividono e una lettura in chiave contemporanea1 e interdisciplinare dei due poemi attraverso lingue, tradizioni e culture diverse rivela una straordinaria reciprocità di relazione tra i due testi e i due poeti. In risposta alla tematica esplorata in questo numero di «Testimonianze» Dante come poeta universale, ci siamo poste due domande: Perché un poeta come Dante viene preso a modello da un poeta come Walcott? e, viceversa, Cos’ha da offrire una lettura di Omeros attraverso gli echi della Commedia che ci possa aiutare a capire, in maniera diversa forse, Dante e la sua impresa poetica? La scelta walcottiana della terza rima come espediente formale che «cuce insieme il poema e lo proietta in avanti»2 ci ha condotto a porci queste domande e nelle pagine che seguono offriamo le considerazioni che ne sono emerse in relazione alle diverse prospettive disciplinari – degli studi medievali e postcoloniali – da cui proveniamo3.
Gli echi di Dante in Omeros si manifestano come elementi reciproci e interconnessi, proprio come la terza rima stessa. Essi sono ravvisabili nelle qualità formali e nella struttura del poema, nella compatibilità delle tematiche ricorrenti, persino in un’idea molto simile del ruolo e del potere della poesia, nonostante la diversità dei contesti. Dal momento in cui si inizia a cercarli, si viene sopraffatti da una quantità enorme di allusioni alla Commedia che cominciano ad apparire ovunque nel poema walcottiano, talvolta in maniera esplicita, talvolta in maniera indiretta e sfumata nei suoni o nelle immagini. In qualunque forma appaiano, sono inconfondibili. La terza rima rappresenta forse l’eco più evidente (si provi a leggere i poemi ad alta voce per averne la riprova), ma i punti di contatto tra Dante e Walcott sono intessuti in moltissimi elementi formali e strutturali tanto che, poco a poco, ci rendiamo conto che l’operazione di Walcott va decisamente oltre il puro espediente stilistico.
Per esempio, spesso Walcott utilizza il motivo dantesco del moto circolare, conferendogli valenze diverse rispetto al passaggio circolare del pellegrino che scende attraverso i nove gironi infernali per poi risalire lungo le terrazze del Purgatorio fino ad ascendere al Giardino dell’Eden. Nei versi che seguono è ben visibile come Walcott comprima tutta una serie di allusioni al Purgatorio allo scopo di descrivere in chiave dantesca l’isola caraibica di St. Lucia:

mentre il sole sorge dall’altra direzione
con le sue ombre inquiete, ma il viaggio giusto
è senza moto; come il mare si muove intorno a un’isola

che sembra in movimento, l’amore si muove intorno al cuore:
recinge con il suo sale, e la mano che lenta viaggia
sa che ritorna al porto da cui deve partire4.

La visione panoramica nonché la maestria su un impianto narrativo estremamente complesso e composito che contraddistinguono i due poeti sono straordinariamente allineate. Dante inscrive esplicitamente la propria voce autoriale nella Commedia fornendo così a Walcott un modello efficace per inserire se stesso come voce narrante nel poema, tecnica che conferisce a Omeros un’intimità di tono che l’Odissea, a cui entrambe le opere si ispirano, non possiede. L’ambizione che anima i loro progetti artistici riflette anche la ferma convinzione che la propria opera poetica rappresenti un intervento culturale importante e necessario. Inoltre, entrambi utilizzano il motivo del viaggio come strumento per sviscerare il rapporto tra nozioni di casa, appartenenza, esilio. Infine, l’uso di molteplici figure guida estende l’enfasi del poema omerico sul rapporto tra padri e figli a una riflessione complessa su eredità culturale, storia e memoria, sia collettiva che individuale. Infatti, entrambi rivedono la struttura del tempo nei loro poemi: Dante interviene sul tempo eterno nell’Inferno e nel Paradiso e lo pone in contrasto con un’intensa esperienza temporale nel Purgatorio; Walcott fa un’operazione simile attraverso l’intreccio di storia personale e storia collettiva per i suoi personaggi, come nel caso di Achille e del suo viaggio nel passato per tornare al villaggio africano dei suoi antenati prelevati e trasportati come schiavi nelle piantagioni di St. Lucia. L’interesse di Dante e Walcott per il tempo, la storia, ufficiale e non, e la memoria, informa anche il loro approccio – che appare simile – alle questioni di tradizione culturale e letteraria. Ciascun poema presenta un tale intrico di riferimenti letterari che risulta impossibile parlare di «influenza»5. Come autore cristiano, la posizione di Dante nei confronti dell’eredità della Roma antica – e pagana – fornisce a Walcott un modello poetico importante come autore postcoloniale alle prese con un’eredità culturale che vuole simultaneamente accogliere e rifiutare. L’ironia con cui Walcott manipola le convenzioni dell’epica classica risponde al modo in cui Dante gestisce gli elementi epici all’interno del suo poema e sembra quasi indicare una visione provocatoria – e forse medievale – di originalità6. Entrambi gli autori combinano un approccio derivativo, in cui si pongono come parzialmente estranei alle tradizioni che prendono in prestito, con un uso potente e suggestivo di forme vernacolari, praticamente dando vita a un linguaggio nuovo creato apposta per la loro opera poetica e che consente loro di celebrare la straordinarietà nell’ordinario. Come Dante, Walcott sviluppa una lingua poetica al tempo stesso autentica e rispondente alla natura e allo scopo del proprio soggetto. Allo stesso modo, possiamo sentire gli echi delle preoccupazioni dantesche nella costituzione stessa delle tematiche principali in Omeros.

Il Purgatorio e la guarigione di Filottete
Molti sono gli studi critici che hanno analizzato la rilevanza dell’episodio delle Malebolge nel libro finale di Omeros7. La discesa agli inferi in Omeros si aggancia ai viaggi di Ulisse e di Dante pellegrino e sebbene si svolga sulle pendici del vulcano Soufrière, la sequenza poetica si ispira deliberatamente alle Malebolge dell’Inferno dantesco8. Nella nostra lettura di Walcott e Dante, abbiamo scelto di soffermarci invece sulle relazioni tra Omeros e il Purgatorio. La sua posizione centrale quale cantica di transizione nella Commedia orienta la nostra attenzione verso la tematiche portanti del potere dell’amore, il suo rapporto con la poesia e il suo ruolo cruciale nel percorso di cura e riconciliazione che consentiranno a Dante di godere della visione beatificante del Paradiso, dove egli conclude il suo capolavoro poetico con i versi famosi: «ma già volgeva il mio disio e ’l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle»9. A nostro avviso, le tematiche dell’amore (di ogni tipo) e della cura (o salvezza) sono centrali anche nel poema walcottiano.
In Omeros, questi temi si sostanziano nella figura di Filottete, un pescatore dell’isola che soffre per una ferita infetta sulla gamba causata da un’ancora arrugginita. La storia della sofferenza di Filottete e della sua guarigione per mano di Ma Kilman, proprietaria dello spaccio di rum «No Pain Café», (Il Caffè del Non Dolore) ci accompagna lungo l’intero poema. In ultima analisi, la guarigione di Filottete diventa l’allegoria di una cura che si estende dal singolo pescatore alla sua comunità e, forse, all’intera isola di St. Lucia martoriata dal suo passato coloniale. Walcott intreccia sapientemente la cristianità contemporanea di Ma Kilman con la cultura religiosa del suo retaggio africano, simboleggiato da una fila di formiche che le parlano «in una lingua che non era in grado di riconoscere» (Omeros, 834). Nelle descrizioni di Ma Kilman, il linguaggio oscilla tra allusioni poetiche alla sofferenza salvifica di Cristo e considerazioni pratiche da «donna saggia». In pochi brevi tocchi, Walcott trasforma Ma Kilman da «donna stregone», «sibilla» che suda mentre arranca, con il cappello della domenica, tra la fitta vegetazione dell’isola per seguire il cammino segnato dalle formiche ancestrali, in un agente salvifico per Filottete e per la gente di St. Lucia.
La rappresentazione che Dante fornisce del purgatorio è unica. Non si situa in un oriente indefinito popolato da mostri e meraviglie com’era caratteristico delle mappe e raffigurazioni medievali del paradiso terrestre. Il poeta toscano colloca il purgatorio su una montagna che si eleva su un’isola nell’emisfero australe, nel mezzo del «Mare del Sud». È certo possibile che Walcott non avesse in mente l’identificazione di St. Lucia con l’isola-monte del Purgatorio dantesco, ma leggendo i poemi l’uno accanto all’altro, cogliere l’allusione è inevitabile. La redenzione che ciascun autore descrive è radicata nella particolarità del luogo. Per Walcott, quel luogo è St. Lucia.

St. Lucia: un Eden postcoloniale
Spesso nella critica letteraria postcoloniale la regione caraibica viene descritta attraverso un vocabolario che accentua il retaggio di violenza ed esproprio culturale che ne ha segnato la storia: l’annientamento delle comunità indigene al tempo dell’occupazione coloniale, l’assenza di una lingua, cultura e letteratura unica per l’intera regione, la distanza dall’Europa che ha così profondamente alterato la cultura locale e la violenza culturale dell’incontro con la tradizione intellettuale europea. Al tempo stesso, quando si legge Walcott, e quando si leggono altre scrittrici e scrittori della regione, si sentono gli echi della tradizione dei nuovi arrivati… in altre parole, si rilegge il canone europeo («I Classici del Mondo», come dice il padre di Walcott nelle pagine di Omeros, 187), ma profondamente rivisto e declamato con un accento diverso. Nelle letterature caraibiche, e più in generale, nelle letterature postcoloniali, una cosa non può esistere senza l’altra.
Nell’ampio abbraccio del linguaggio poetico di Walcott, le molte facce dell’evento letterario postcoloniale trovano un’articolazione lucida e precisa, resa particolarmente convincente dalla pratica di auto-riflessione critica dell’autore, elemento, questo, che riflette uno dei tratti moderni dell’opera dantesca. Anche in questo aspetto si può ravvisare una profonda analogia, più che un’influenza diretta, tra i due autori per il modo in cui i poeti riflettono, all’interno delle proprie opere, sulla loro arte e sulla propria responsabilità politica in quanto intellettuali.
«Essere nelle isole», scrive Paula Burnett, «è per Walcott essere in uno stato di beatitudine»10. Questa visione può sembrare normale viste le immagini seducenti dei Caraibi come paradiso terrestre per viaggiatori stressati e stanchi proiettate dai cartelloni pubblicitari negli aeroporti e nelle brochure turistiche. La bellezza naturale delle isole e la loro biodiversità sono tanto celebrate da essere poco più che un cliché. Eppure, in Omeros, Walcott investe tale bellezza di un potere terapeutico, per se stesso in quanto artista ed essere umano, e per la gente del posto, il potere di lenire e guarire le ferite che la Storia – con la s maiuscola – ha inflitto sulle insenature delle isole e sulla coscienza delle persone che ci abitano. La cura che Ma Kilman prepara per Filottete nel calderone del vecchio mulino è «la prova di un’isola che si cura da sé» (873) e il mare caraibico avvolge il poeta «con misericordia infinita / come faceva l’isola» (875). Il mare, l’isola, i suoi abitanti, persino il calderone – simbolo delle piantagioni di canna da zucchero – sono elementi salvifici, medicinali, capaci di dare nuova vita al luogo e alle persone attraverso, anche, la poesia che stiamo leggendo. E così, nell’ultimo dei sette libri che compongono Omeros, Walcott intona la propria ode a St. Lucia (Omeros, 1.003):

Era un luogo di luce con valli lucenti

sotto lo smalto dei tuoni. Un genovese errante
recitando il rosario delle Antille battezzò il luogo
con il nome di una santa cieca. Altri le avrebbero dato

quello di una sposa sfrenata. I suoi monti tintinnano
di sorgenti immerse nel muschio delle foreste, e gli acuti
degli uccelli ne tessono l’arazzo. La garzetta bianca inanella

voli cacciando sugli stagni. Da alberi alti come gli dèi
pescatori africani tagliano tavole con le asce echeggianti
e un vulcano che puzza di zolfo ne ha fatto

un luogo di cure.

Persino nei versi che decantano il suo splendore, la bellezza di St. Lucia non è idilliaca: la luce del posto è minacciata dalle nuvole tempestose, il vulcano Soufrière ricorda il pericolo latente, i riferimenti a Cristoforo Colombo e ai pescatori africani evocano l’esperienza dell’invasione e della forzata migrazione degli schiavi sull’isola. Insomma, gli elementi che rendono St. Lucia incantevole agli occhi e ai sensi – la luce, il mare, gli alberi, la cantilena della sua gente – sono intimamente legati alla storia di conquista, colonizzazione e schiavitù. Questi sono i «peccati» che vanno espiati nella coscienza della gente e nella tradizione culturale in cui Walcott inscrive il suo poema. E questi sono anche gli elementi che simboleggiano l’espiazione e la riconciliazione nell’Eden del Purgatorio dantesco: la luce, l’acqua, gli alberi, la musica, il canto e il lavaggio purificante.
La promessa di cura che l’isola offre è resa ancora più forte perché formatasi in un luogo di terrore e violenza. È «nativa» di quelle coste e di quelle insenature in una maniera che attribuisce alla gente dell’arcipelago un punto privilegiato di osservazione sul mondo. Una piccola isola così remota rispetto ai centri globali del potere economico e politico fornisce un punto di vista alternativo sul significato di storia, cultura, lingua e sul ruolo dell’artista caraibico sulla scena mondiale. La responsabilità etica dell’artista e il ruolo politico e pubblico dell’arte vengono esplorati, nel testo, attraverso la figura del personaggio del poeta negli ultimi due libri in cui l’azione, dopo un viaggio simbolico che tocca l’Africa, il Nord America e l’Europa, fa ritorno all’isola e riecheggia in maniera esplicita la seconda cantica dantesca. Il poeta riflette sulla propria ambizione artistica e si chiede a cosa aspiri la sua arte e per chi sia veramente: «Non avevo fatto della loro povertà il mio paradiso?» (Omeros, 800).
Walcott attinge a piene mani e a pieno titolo a quelle tradizioni giunte nei Caraibi insieme all’impresa coloniale e al processo di annientamento delle culture locali. Simultaneamente, però, egli inscrive in quelle stesse tradizioni la specificità locale delle esperienze mescolate, delle etnie miste, delle lingue creole e di tutte le forme culturali nate a causa e a dispetto della colonizzazione e che lo hanno plasmato, tanto quanto la cultura coloniale, come artista caraibico. Contrapposto al mito dei Caraibi come cultura annientata, luogo di esilio e di esproprio, o messo in (s)vendita per i turisti, Walcott colloca i Caraibi, e una delle loro isole «minori», al centro del suo mondo artistico, come casa, luogo di appartenenza affettiva e artistica, luogo effervescente di energia creativa grazie alla sua bellezza, ma anche alla resistenza e alla creatività delle sue genti.
L’articolazione di un senso caraibico del luogo è una mossa politica cruciale per molte scrittrici e scrittori, musicisti, artisti e intellettuali in genere della regione. In Omeros, Walcott raggiunge tale articolazione intrecciando le molte storie del luogo, a partire dai nomi diversi dell’isola, utilizzando le lingue europee e le lingue creole parlate dalla maggior parte della gente, alle molte etnie che si sono mescolate (e quelle che non si sono mischiate) e con un’attenzione tutta particolare ai nomi dei fiori, degli alberi, degli animali.
Come la maggior parte delle isole caraibiche, St. Lucia è una comunità socialmente, etnicamente e linguisticamente diversa e il poeta è attento a cogliere il dinamismo sociale attraverso la pluralità dei suoi personaggi e dei loro rapporti. Nulla nell’Eden di Walcott è esotico, semplice o veramente paradisiaco, e il poeta è a tratti intensamente consapevole del proprio privilegio, come anche dell’enorme bagaglio di dolore che segna come una cicatrice la storia del luogo. E così, nel percorso che lo conduce ad imparare a diventare il poeta dell’isola e dei suoi abitanti, Walcott insegna anche a noi a leggere il suo poema obliquamente, attraverso le allusioni disseminate nel testo e i collegamenti fuori e dentro l’arcipelago, come Filottete segue la rondine di mare – uno dei simboli centrali nel poema – per fare ritorno a casa.

Due poemi, fra il particolare e l’universale
Creolizzazione è un termine che nel suo significato primo di «incontro culturale» ben coglie l’essenza della vita culturale nelle società caraibiche. Si dice che i Caraibi costituiscano il sito più esteso e variegato di creolizzazione al mondo a causa delle diverse storie di schiavitù e colonizzazione sviluppatesi in ciascuna delle isole del Mar dei Caraibi. Anche le lingue creole si sono formate secondo linee di sviluppo molto diversificate tra loro e si distinguono in maniera più o meno radicale dalle lingue europee da cui derivano11. Sebbene sia impossibile stabilire un confronto diretto tra la creolizzazione delle lingue europee nei Caraibi durante la fase storica delle piantagioni con l’emergenza delle lingue volgari nell’Europa medievale ai tempi di Dante, ci sembra importante ribadire l’attenzione specifica che ciascun poeta riserva per il proprio idioma di nascita non solo per poter capire le rispettive poetiche, ma anche per cogliere la centralità del loro linguaggio poetico in relazione al tema della cura che entrambi esplorano. Il motivo della cura salvifica costituisce ben più di un tema conduttore nel Purgatorio di Dante e in Omeros di Walcott: funziona come principio strutturante, ne organizza la narrazione, i personaggi, le loro storie e i luoghi in modo da stabilire contatti espliciti tra i contesti originali dei poemi e dei piani di riferimento transnazionali e diacronici. La capacità dei due poemi di muoversi sicuri tra il particolare e l’universale è un’altra analogia tra le due opere e rivela un approccio compatibile nei confronti della funzione pubblica della letteratura  – e della poesia in particolare – da parte dei due poeti. La funzione politica della poesia fornisce un ideale spunto di riflessione oggi, specialmente per due studiose che vivono e lavorano negli Stati Uniti. La poesia The Hill We Climb declamata meravigliosamente da Amanda Gorman nel corso della recente cerimonia d’inaugurazione presidenziale il 20 gennaio scorso, ha incantato il mondo intero per la potenza delle sue immagini, l’intensità emotiva e la bellezza performativa. Tale poesia emerge dalla tradizione della spoken word poetry (la poesia della parola parlata), una tradizione «minore» nella letteratura americana, ma centrale nella cultura poetica afroamericana, e si collega in maniera esplicita alla riflessione sul tema della cura e della riconciliazione che abbiamo offerto in queste pagine come, forse, il significato profondo del paradiso terrestre di cui ci parlano la Commedia e Omeros.

* Traduzione dall’inglese di Simona Bertacco.
1 D. Walcott vinse il Premio Nobel per la letteratura nel 1994, ma la sua fama fu pesantemente segnata dalle accuse di molestie sessuali nei suoi anni di insegnamento a Harvard e Boston University. Nell’era del #MeToo movement, questo fatto va riconosciuto. L’enorme impatto di Walcott sulla poesia anglofona e mondiale resta – e va anch’esso riconosciuto – e costituisce il centro propulsore del nostro saggio.
2 M. C. Fumagalli, The Flight of the Vernacular. Seamus Heaney, Derek Walcott and the Impress of Dante, Amsterdam e New York 1993, p. 190. Walcott aveva un rapporto speciale con l’Italia e con le Università di Milano e di Venezia in particolare. La nostra lettura è stata ispirata dai molti studi italiani pubblicati sull’autore (L. Sampietro, M. C. Fumagalli, S. Ciocia, P. Loreto, R. Cimarosti, E. Zurru, M. Campanoli e molti altri) e solo, per motivi di brevità, ci è impossibile citarli tutti.
3 L’idea di leggere la Commedia e Omeros in tandem si presentò quando ci venne chiesto di tenere insieme un seminario di dottorato all’Università di Louisville. Volevamo introdurre le dottorande e i dottorandi a due opere poetiche che si occupassero in maniera esplicita dei problemi del mondo a loro contemporaneo, due opere-mondo appunto. Fu solo nel corso dell’insegnamento che ci rendemmo conto di quanto profondamente i testi «si parlassero» fra loro.
4 D. Walcott, Omeros, Edizione con testo a fronte. Traduzione e cura di Andrea Molesini, Adelphi, Milano, 2003. Edizione digitale, 2017. Tutte i riferimenti testuali a Omeros sono tratti da questa edizione. Per i riferimenti testuali alla Commedia, abbiamo utilizzato l’edizione Petrocchi di «Digital Dante» della Columbia University a cura di Teodolinda Barolini: https://digitaldante.columbia.edu/dante/divine-comedy/
5 D. Walcott, Reflections on Omeros, «South Atlantic Quarterly», 96, 2 (1997), p. 242.
6 D. Walcott, cit. in P. Loreto, The Crowning of a Poet’s Quest: Derek Walcott’s Tiepolo’s Hound, Rodopi, Amsterdam e New York, 2009, p. 122.
7 Per esempio, S. Ciocia, To Hell and Back: the Katabasis and the Impossibility of Epic in Derek Walcott’s Omeros, «Journal of Commonwealth Literature», 35, 2 (2000), pp. 87-103. Tuttavia, un’eccezione si trova in T. Austenfeld, How to Begin a New World: Dante in Walcott’s Omeros, «South Atlantic Review», 71, 3 (2006), pp. 15-28.
8 In verità, in questa sezione, Dante presta particolare attenzione al gruppo di poeti nel pozzo delle Malebolge, legandoli agli aspetti più negativi dell’orgoglio, esplicitando il rapporto di Dante stesso con il proprio orgoglio, come si legge nell’Inferno e nel Purgatorio.
9 Paradiso, XXXIII 143-145.
10 P. Burnett, Derek Walcott: Politics and Poetics, University Press of Florida, Gainesville 2000, p. 29.
11 In linguistica, le lingue creole vengono definite come lingue di contatto, vale a dire lingue che si sono formate in situazioni in cui una comunità non ha un codice linguistico condiviso. L’esempio tipico della lingua creola è una lingua formatasi per effetto della tratta transatlantica degli schiavi.