Un «capolavoro della storia» stravolto dal riflusso

di Federico Argentieri

 

I «paesi dell’Est», come venivano chiamati prima della caduta del Muro di Berlino, vissero nel corso del 1989 una svolta epocale: la transizione quasi completamente pacifica dai regimi comunisti alla democrazia parlamentare seguita, in pochissimo tempo, dall’ingresso nella NATO e nell’UE. Ma dal 2015 è politicamente iniziato il riflusso, accompagnato dal revisionismo storico, dalla fine della spinta europeista, dallo sviluppo di un populismo identitario, tanto che il cosiddetto gruppo di Visegrad (comprendente i Paesi guidati da governi «sovranisti» in Europa centro-orientale) viene ironicamente detto di «Retrograd».

 

 

1989: quando tutto cambiò

Il 2 maggio 1989, un picnic internazionale organizzato nella cittadina di Sopron, alla frontiera tra Austria ed Ungheria, si concludeva con il taglio a colpi di cesoia di una parte del filo spinato che separava Austria e Ungheria. Meno di otto mesi dopo, l’ex galeotto Vaclav Havel e l’ex giardiniere Alexander Dubcek assumevano trionfalmente le due più alte cariche dello Stato in Cecoslovacchia, completando in modo ideale quello che lo studioso canadese Jacques Levesque ha giustamente chiamato «capolavori della storia», ossia la transizione quasi completamente pacifica dei paesi d’Europa centrale e orientale dalle dittature comuniste alla democrazia parlamentare. Nel giro di 15 anni, a metà del tempo trascorso da allora, quasi tutti questi paesi sono entrati nella NATO e nell’Unione europea, portando il totale di ciascuna a quasi trenta membri ma creando al tempo stesso alcuni problemi di non poco conto. La spinta in tal senso culminava con la cosiddetta rivoluzione arancione del 2004-2005 in Ucraina, che portava al potere un personaggio nettamente filo-occidentale come Yushchenko il quale però dopo inizi promettenti avrebbe deluso le aspettative. Oggi è in voga dire e scrivere che la NATO non doveva allargarsi, non doveva circondare la Russia, eccetera, dimenticando che l’adesione o meno ad un’organizzazione internazionale è, guarda caso, un indiscutibile esercizio di sovranità nazionale; inoltre confondendo causa ed effetto, come per l’appunto nel caso dell’Ucraina, dove la NATO prima dell’invasione russa aveva un livello di popolarità inferiore al 10%, inevitabilmente e non poco cresciuto dopo i misfatti del 2014.

 

Dopo l’elezione di Kaczynski

A partire dal 2005, con l’elezione dell’ultraconservatore integralista Lech Kaczynski alla presidenza della Polonia, è iniziato quello che potremmo chiamare il riflusso, ossia un abbandono graduale della spinta all’integrazione europea ed una riscoperta, per vari aspetti comprensibile, dell’identità storica e dei valori ad essa più o meno legittimamente attribuiti, come ad esempio il cristianesimo di frontiera, baluardo di civiltà contro le orde islamiche. Il cosiddetto sovranismo ha poi inevitabilmente investito anche la Russia, con Putin che dopo alcune dichiarazioni a dir poco energiche formulate a Monaco nel 2007 è passato a vie di fatto l’anno successivo, invadendo due regioni della Georgia in risposta indiretta alla concessione dell’indipendenza al Kosovo, da lui non del tutto a torto vista come un precedente pericoloso. Nel 2010, a ridosso dei festeggiamenti assai sobri per il ventennale della democrazia, l’ex liberale progressista Viktor Orban ha raccolto la prima di tre (finora) maggioranze assolute consecutive, coronandole con un motto degno di attenzione: «Nel 1989 noi guardavamo all’Europa, ora è l’Europa che guarda a noi», e coniando il termine «democrazia illiberale», che in un’intervista del 1 maggio scorso a «La Stampa» ha poi spiegato non essere antiliberale ma semplicemente «non liberale». Confortati da notevoli progressi in campo economico e dai conti in ordine, nell’ultimo decennio i dirigenti polacchi e ungheresi hanno sfidato più o meno apertamente le istituzioni europee in materia di separazione dei poteri, libertà di stampa e accoglienza dei rifugiati, raccogliendo molti rimproveri e minacce di legittime sanzioni (Orban perfino un ceffone neanche tanto scherzoso da Juncker, che lo chiamò «dittatore») ma nulla di veramente sostanziale né tantomeno decisivo. L’ex Cecoslovacchia mantiene un profilo più basso: la scomparsa di Havel a fine 2011 ha lasciato un vuoto incolmabile, il populismo identitario e sovranista è presente ma non così massicciamente e visibilmente come a Budapest e Varsavia. La Slovacchia è l’unica dei quattro di Visegrad (o Retrograd, come li si chiama ironicamente) ad aver aderito all’Euro e ha da poco eletto una presidente della Repubblica, Zuzana Ciapùtova, nettamente orientata verso la democrazia liberale e l’europeismo.

 

Il frastornato tassista di Budapest

Di particolare interesse è la politica della memoria storica e dei suoi simboli che viene messa in opera in questi paesi. L’Ungheria da cento anni è ineguagliabile nella sua frenesia di erigere, poi distruggere, spostare, ribattezzare personaggi, eventi e quant’altro. Un tassista di Budapest che abbia iniziato l’attività negli anni Ottanta si trova sicuramente in gravi difficoltà a causa dei cambi della toponomastica operati a due riprese, dapprima nel 1990-91 e poi nell’era di Orban. Ciò che maggiormente disturba e infastidisce è l’atteggiamento degli attuali governi verso i grandi eventi storici recenti di questi paesi, ossia la rivoluzione ungherese del 1956, la Primavera di Praga del 1968 e l’epopea di Solidarnosc del 1980-81: alle grandi rievocazioni e celebrazioni del dopo 89 è succeduta l’indifferenza, se non l’ostilità come ad esempio quella professata dai gemelli Kaczynski (uno dei quali, presidente della Repubblica, perì in un famoso incidente aereo nel 2010) contro Lech Walesa, accusato neanche troppo velatamente di non essere un buon cattolico per il suo scarso conservatorismo e integralismo. Nell’ex Cecoslovacchia il cinquantennale degli eventi è stato ricordato lo scorso agosto in tono minore, fortunatamente però senza attacchi a Dubcek e compagni. A Budapest, Orban è maniacalmente determinato a riportare tutto a come era all’alba del 19 marzo 1944, ossia prima dell’arrivo delle truppe naziste di occupazione: nel pieno rispetto delle tradizioni, ha spostato, eretto e forse distrutto statue, tra cui quella di un personaggio-simbolo della rivoluzione del 1956 come Imre Nagy, che non è ancora riapparsa dove dovrebbe essere (forse lo sarà il mese prossimo, anniversario dei suoi funerali solenni, o almeno lo si spera); in risposta alle proteste per l’insufficiente ricordo della Shoah, che in appena un anno fece mezzo milione di vittime, ha fatto erigere un monumento in cui si vede un arcangelo, che rappresenta l’innocenza dell’Ungheria, aggredito da un rapace, ossia la Germania hitleriana, concetti che cozzano in modo palese contro la verità storica e che hanno alimentato ulteriori furiose polemiche, tuttora in corso. In conclusione, non è dato sapere quale sarà il contributo che «Retrograd» darà alle nuove istituzioni comunitarie, né fino a che punto il voto aderirà al piano stabilito da Steve Bannon, ex consigliere di Trump, di «colpirle al cuore», trasformando il continente in un’associazione di stati sovrani legati da interessi puramente materiali, di fatto chiusa al mondo esterno e apertamente ostile ad immigrazione e multiculturalismo: quello che è certo è che per ora il ritorno dalla democrazia illiberale a quella liberale non è imminente, anche se la strada per completare la prima delle due potrebbe rivelarsi più accidentata del previsto.