Sicurezza e pace sociale
di Andrea Bigalli

Sommarietto: La vera insicurezza è quella vissuta da chi non è tutelato, da chi viene sfruttato, dai minorati di ogni genere, da chi viene escluso dal mondo che conta. Ma forse è proprio il caso di  ricercare un nuovo ordine per tutto il mondo, che rifletta la severa e rimossa legge dell’interdipendenza di tutti gli esseri umani, di tutte le specie viventi.
Le diverse condizioni sociali, i costumi, le evoluzioni di pensiero cambiano il significato delle parole. Ma chi scrive è convinto che ciò che non si può mai cancellare è il senso dato dalla storia; i termini ne restano marchiati e non importa quanto sia distante da noi, nel tempo o nello spazio, la storia in oggetto.
La campagna elettorale italiana per le politiche del 2001 è cominciata, da entrambe le parti, all’insegna della sicurezza.
In nome di essa i regimi militari sudamericani hanno commesso negli anni 70 crimini orrendi.
Vi confesso che non riesco a liberarmi da un certo senso di disagio.
Il potere evocativo delle parole è incredibile. In questa fase storica lo è ancor di più, per certi aspetti, perché rafforzato da quello delle immagini. Relegando o assurgendo le parole a commento delle immagini, esse amplificano la loro forza espressiva ma perdono di precisione, aumenta la loro ambiguità. Per questo sono convinto che le parole vanno legate alla loro storia, alla corrente lungo la quale sono state sospinte attraverso i percorsi delle vicende umane. Nel tentativo di coglierne un significato preciso senza essere soffocante, che non consenta strumentalizzazioni.

Sicurezza e minoranze non tutelate
Una parola come “sicurezza” evoca un diritto sacrosanto; quello a non veder minacciato in alcun modo il proprio diritto all’esistenza, all’integrità personale, nella tutela delle condizioni essenziali per la salvaguardia dei propri diritti fondamentali. Tutto ciò non solo per sé ma anche per i propri cari, secondo quella prospettiva di ampliamento del sé che peraltro resta limitato alla cerchia immediata delle proprie relazioni. Più difficile arrivare al concetto collettivo di sicurezza; una società in cui vivere senza minacce esterne, in cui esprimere la propria realtà individuale al riparo del sopruso altrui. Tutto sacrosanto, difficilmente contestabile. Chi, come me, si occupa della tutela sociale delle minoranze, di coloro che non hanno garanzie sociali, dei minorati di qualsiasi genere, di quanti vivono l’esclusione per motivi economici, psicologici, dell’handicap fisico o mentale, dei minori e via elencando, non può non consentire alla convinzione della necessità di una società che sia sicura perché a misura della piccolezza, della fatica, del dolore.
La questione torna però alle premesse fatte. Non penso che questo sia il concetto di sicurezza inteso dai più, in questo momento, in questo Paese. Senza pretesa di letture storiche esaustive, pare innegabile l’esplodere di un individualismo marcato, che decreta la crisi delle filosofie solidariste nonché del tessuto sociale di base, che generava assistenza ai deboli. Inoltre, il peso dell’azione dei media si fa sentire con forza. Le campagne di opinione dedicate al tema della sicurezza ci presentano il dato di una in\sicurezza dilagante, ma senza che tale impressione sia suffragata dai dati reali, addirittura censiti nel segno contrario. In questo momento siamo di fronte ad una serie di affermazioni sullo stato dell’ordine pubblico che non hanno riscontro nella realtà dei fatti. In particolare si insiste sugli aspetti della questione legati all’immigrazione: l’Italia sarebbe un paese in cui la sicurezza non è sufficiente perché la presenza di immigrati – in particolare si fa riferimento alla categoria dei clandestini, fino a definire un’equivalenza tra clandestinità e delinquenza – determina una condizione generale di pericolosità della vita, in particolare nelle città.
Lungi da me sminuire il problema dell’arrivo nel nostro paese di persone che portano con sé la realtà dei propri, per lo più urgenti e disattesi, bisogni economici. Laddove tali bisogni non siano accolti – e ciò può accadere non per cattiva volontà, ma per ragioni oggettive – si crea una tensione sociale che può tradursi nell’assunzione, da parte di alcuni, di comportamenti criminali. La storia dei flussi migratori in Italia ci consegna il dato di precise circostanze: basti ricordare il caso delle prime ondate migratorie provenienti dall’Albania dopo l’esplosione sociale di ogni struttura pubblica o tradizioni negative come le forme di associazione di stampo mafioso (sto pensando alle mafie dell’est europeo o alla Triade cinese). Ma da un’analisi serena di determinate circostanze, correlate alle peculiarità delle culture nazionali, non si può passare ad un antefatto che postuli un’indistinta pericolosità dell’immigrato in quanto tale, come talune affermazioni di una precisa classe politica lasciano intuire, e spesso non solo intuire. L’ormai celeberrimo caso di Novi Ligure (per lo più commentato con scarsa capacità di una lettura esauriente, anche da personaggi di fama) ci ha consegnato l’immagine di una opinione pubblica pronta a definire le caratteristiche del contemporaneo capro espiatorio, di volta in volta specificate secondo le urgenze del momento. Ho annotato il nome del parlamentare di Alleanza Nazionale che ha definito gli slavi “geneticamente e storicamente predisposti all’omicidio”; è l’onorevole Marco Zacchera. Se i rappresentanti politici possono fare impunemente affermazioni di questo tipo vuol dire che il clima sociale è ormai degenerato al livello più basso. Ho potuto assistere alle reazioni di alcuni immigrati slavi alle affermazioni di cui sopra; non sono circostanze in cui essere molto fieri della cultura nazionale, né della propria classe politica. E non mi si dica che sono casi sporadici; sono state le reazioni prevalenti.

La convivenza interetnica
Ciò che colpisce è la distanza tra una certa immagine dell’immigrato e la vita reale di molti di loro. Si possono raccontare più storie di integrazione positiva, attraverso lavoro, scolarizzazione, ricongiungimento familiare, scambio culturale positivo, che non vicende di pericolosità sociale, devianza criminale, chiusura alla cultura di accoglienza. Senza tacere il fatto che i reati commessi da italiani contro cittadini stranieri restano ancora più numerosi di quelli subiti dai nostri compatrioti. Si va dalle aggressioni a sfondo razzistico (una in media ogni 25 ore nel 1999) alle violazioni nelle norme sul lavoro, dallo sfruttamento della prostituzione (reato che non è commesso solo da stranieri; ricordiamo, inoltre, la questione del cliente e del suo coinvolgimento in un crimine che non avverrebbe senza la domanda di chi sa benissimo di usufruire di persone sfruttate e sottoposte ad ogni tipo di violenza) ai soprusi di vario tipo, imputabili anche alle forze dell’ordine. C’è bisogno che in un pestaggio della polizia ai danni di cittadini stranieri sia coinvolto il figlio di un noto uomo politico italiano per ricordarsi di quanto spesso ciò accada (sono casi documentati, ma taciuti all’opinione pubblica)? Il caso di un immigrato ucciso da italiani per motivi futili significa solo la diciassettesima pagina di un quotidiano (pur di linea progressista), quando analoga vicenda in cui sia coinvolto come colpevole uno straniero la troviamo inevitabilmente in prima pagina.
Viene fatto di pensare che un problema di ordine pubblico legato all’operato di alcuni cittadini stranieri esista senz’altro, ma sia enfatizzato per ragioni politiche. Senza scomodare le tesi sociologiche sulla necessità di identificare soggetti attraverso cui esorcizzare una paura che andrebbe colta come causata da più fattori, resta il dato antropologico di fondo della difficoltà di confrontarsi con la diversità. Una diversità intesa su più piani; in fondo quella culturale ed etnica è solo l’espressione diretta di un malessere diffuso nel confrontarsi con realtà altre dalla propria. Sto riflettendo da molto sul fatto che la differenza economica – che si può tradurre in differenza a livello socioculturale – resta difficile da superare. La “problematicità della società interetnica” (la destra italiana si dice, di fatto, contraria a tale modello sociale) è tale per lo più per problemi economici prima che per motivi strettamente culturali. La povertà scava solchi tra gli esseri umani, definisce una minoritarietà che non fatica a divenire emarginazione. La convivenza interetnica non è solo rose e fiori, ciò è indubbio. Ma è altrettanto vero che paesi in cui la storia degli ingressi migratori è più lunga si raccolgono i frutti di ciò che si è avuto il coraggio di rischiare nei progetti di integrazione.

Il menù del giorno
Riassumere il mio pensiero sull’argomento proposto significa esprimere la convinzione, in altri tempi addirittura scontata, che non può darsi sicurezza sociale se non si instaurano le condizioni per un benessere che sia il più diffuso possibile. Per benessere non sto pensando al mero livello economico, che consente una data quantità e qualità di consumi: così esso viene ormai valutato nelle società neocapitaliste. Sto pensando piuttosto all’accesso alle strutture della salute pubblica, dell’istruzione, dell’assistenza sociale, secondo un modello di ridistribuzione delle risorse attraverso l’elargizione di servizi alla collettività. Non secondo lo schema assistenzialistico; ma senza dimenticare l’esigenza dell’assistenza. Sono schierato a favore dell’opinione di quegli economisti che sostengono che l’investimento nel sociale delle ricchezze pubbliche è garanzia dell’equilibrio economico. Mi pare evidente che l’ultraliberismo mostri la corda dei suoi pessimi risultati, non solo per quanto riguarda i costi umani, ma anche per la mutevolezza e l’instabilità nelle stesse realtà finanziarie. “Pace sociale” è per me ancora un concetto significativo: una società che investe in tal senso, in una idea di sviluppo che non sia solo quello economico dei sistemi di produzione e di consumo, è una società in cui i suoi membri hanno la possibilità di migliorare realmente la loro qualità di vita, secondo i parametri autentici della facilità di accesso a beni che non siano solo quelli materiali. Per esempio, quelli legati alla socializzazione, alla relazione facilitata, alla cultura. Potete definirla una visione meramente utopistica, ma il dato del momento storico che stiamo vivendo ci rimanda l’urgenza di prendere coscienza della difficoltà a vivere che stiamo sperimentando. Non solo in quelle regioni del mondo in cui la povertà segna la distanza tra chi ha i mezzi per sopravvivere, chi non li ha e chi ne possiede per eccedere nei propri consumi. Bisogna avere il coraggio di rendersi conto che nell’Occidente opulento esiste una questione aperta sulle ragioni per vivere, la motivazione esistenziale come nodo concreto per moltissimi individui che vivono la dolorosa fatica di considerare se stessi come – appunto – soltanto individui e non persone, incapaci di sentirsi parte in modo positivo di una collettività più ampia, in cui esprimersi e relazionarsi per definire se stessi e le proprie autentiche potenzialità. I segni del disagio mi paiono molteplici; il diffondersi delle malattie psichiatriche, i moltissimi giovani colpiti da disagio alimentare, l’appassire di ogni ideale, la competitività come regola di comportamento nelle aziende e altrove, le incognite legate all’età avanzata, il crescere delle difficoltà di integrazione delle giovani generazioni, il senso della precarietà e dell’insufficienza di sé vissuto da tanti, la fragilità psichica di molti adolescenti e bambini, la difficoltà a vedere prospettive ed orizzonti…Ancora altro si potrebbe aggiungere e questo elenco non mi pare un esercizio da apocalittico di bassa lega. Uno dei segni di fragilità della cultura occidentale mi pare proprio la carenza delle grandi letture, della capacità di collegare fatti diversi per tentare l’analisi del mondo in quanto tale. Il non conoscere non consente speranze: dove non c’è verità (il suo tentativo) non c’è neanche speranza. Kierkegaard scriveva: “Ormai della nave si è impossessato il cuoco di bordo e gli altoparlanti non diffondono più la rotta, bensì il menù del giorno”.

Nuove paure
Il basso profilo del nostro pensiero, della cultura di massa, ci condanna alla paura. Pensiamo di esorcizzarla trovando nuove streghe per la caccia, ma sono altre le realtà che dovremmo temere. L’insicurezza di fronte allo strapotere tecnologico sta montando progressivamente per una serie di fatti apparentemente non del tutto significativi; non avremmo mai pensato che ciò che mangiamo recuperasse il grado di pericolosità che poteva avere in altre epoche. O magari non avremmo immaginato che oggetti di uso comune sprigionassero radiazioni nocive. All’encefalopatia spongiforme troveremo rimedio e chissà se l’inquinamento da onde elettromagnetiche è davvero così pericoloso. Ma intanto cresce il livello di disagio perché forse un altro dio sta fallendo, ed è quello dello scientismo esasperato: un dio arrogante, addirittura più dogmatico di quelli di cui faticosamente e per certi aspetti giustamente ci siamo sbarazzati. Un dio demiurgo del cui disinteresse e della cui misericordia non siamo sicuri; per cui, non siamo certi che creerà l’umano e il suo habitat secondo un progetto compatibile agli interessi di tutti. L’impossibilità del controllo politico sulle applicazioni industriali dei risultati della ricerca scientifica mi spaventa molto più dell’immigrazione. Ribadisco il mio non essere antimodernista, ma è del livello di controllabilità della ricerca scientifica da parte dei potentati economici che sono preoccupato. La controversia legale che oppone il grande consorzio di aziende farmaceutiche Big Pharma e lo stato del Sudafrica, in futuro quello del Brasile, rei di aver autorizzato la produzione dei farmaci essenziali per la cura dell’AIDS a basso costo, un decimo, per il non rispetto delle quote legate ai brevetti (e alla pubblicità; quando una indagine seria sui costi dei farmaci in Italia per le spese di commercializzazione?), è cruciale non solo per il destino dei malati. Ne va della salute dei non garantiti, di coloro che non hanno altra possibilità di assistenza se non quella delle strutture sociali. Intanto il presidente degli USA Bush riduce le tasse (ai ricchi) tagliando i fondi per l’assistenza di coloro che non hanno assicurazione per la salute e per la formazione del personale medico a ciò destinato. Big Pharma ha contribuito con grandi fondi alla sua elezione, come pure le lobby delle armi, del tabacco, dei grandi trust industriali e finanziari…Non sono queste le cose che dovrebbero spaventare? Che gli interessi delle grandi aziende collidano con quelli di una moltitudine di singoli, e che essi non abbiano possibilità di tutela politica, questo è un attentato alla sicurezza. Anche la questione dell’impatto ambientale dei megasistemi produttivi, l’esplodere della questione sociale mondiale con la povertà in aumento e la rabbia sacrosanta di tali impoveriti, il livello della manipolazione genetica senza che sia applicato il principio di precauzione nella diffusione degli organismi così ottenuti nell’ambiente…

Seduti dalla parte del torto
Questo e altro dovrebbe aver posto nelle inquietudini di questo scorcio di storia. L’inquietudine è un sentimento da promuovere; al di là dell’ottimismo imbecille delle grandi rimozioni medianiche stanno incognite molteplici e, a quanto appare, non c’è una coscienza collettiva in grado di conoscere pienamente e quindi di discernere. Coloro che sanno e si sforzano di far sapere rischiano di passare per visionari e i movimenti antagonisti all’attuale sistema economico e tecnologico vengono fatti passare per reazionari quando non addirittura per frange violente, se non direttamente terroristiche. Personalmente sono contrario all’uso del termine “popolo di Seattle” per questi movimenti perché il loro lavoro è già iniziato da tempo e non si limita alla contestazione. Si tratta di gruppi che in molti contesti e quindi secondo ottiche diverse tentano da tempo di elaborare modelli alternativi a quelli vigenti per l’economia, la produzione, i sistemi sociali…
Alternative. Sembra ampliarsi la spaccatura tra quelli che considerano questo mondo il miglior mondo possibile e tentano in tutti i modi di tutelare tale privilegio di vita e coloro che soffrono le conseguenze dello squilibrio nell’uso delle risorse disponibili e del sopruso e provano a ragionare a partire da questo presupposto per identificare un nuovo ordine per il mondo in cui tutti ci troviamo a vivere, espresso secondo la severa e rimossa legge dell’interdipendenza di tutti gli esseri umani, di tutte le specie viventi. La Pasqua del 2001 è stata funestata dalla notizia della scomparsa di una nave con circa 250 bambini africani destinati alla schiavitù delle piantagioni del Centrafrica: una nave che i sofisticati sistemi di ricerca attualmente in uso non riescono a trovare e che ha vagato nel rifiuto di un porto di attracco. L’Occidente opulento continua a sottrarsi alle proprie responsabilità, che non sono quelle di un tardivo intervento umanitario; di chi sono le piantagioni in cui questi bambini devono lavorare? Chi consente in ultima analisi che ciò possa accadere, attraverso un sistema di commerci, interessi finanziari sul debito, ingerenza nelle politiche locali per conservare legislazioni sul lavoro favorevoli alle multinazionali? Chi sono i veri terroristi, i veri nemici del progresso, coloro che seminano insicurezza? Ben venga il tempo dell’indignazione e della rabbia, è una vergogna che non ce ne sia a sufficienza.
Nel preparare le liturgie per la settimana santa mi sono imbattuto in una frase di Bertolt Brecht; “Dato che tutti gli altri posti erano già occupati, ci siamo seduti dalla parte del torto”. Il Cristo, nato in una stalla “perché non c’era posto per loro nell’albergo”, morto fuori dalla città santa della morte degli schiavi ribelli, ha vissuto tutta la sua esistenza dalla parte del torto – un torto decretato dai potenti di ogni tempo, sempre pronti ad assumere sé stessi come misura della regola e del diritto – difendendo fuori casta, prostitute, vittime di ogni genere, da quelle che lo erano della povertà a coloro che erano esclusi dal sacro e dalla Legge. Voglio continuare a stupirmi dei motivi per cui un uomo capace di sovvertire così profondamente la sua cultura di appartenenza, sia stato e rischi ancora di essere un’icona del potere e della stabilità delle strutture autoritarie, per opera delle chiese ma non soltanto. Attentatore della sicurezza con la tentazione del pensiero e della coscienza della dignità umana, resta, con la sua croce e, per chi ci crede, con la sua resurrezione, a ricordarci che i sistemi sociali non sono né immutabili, né immodificabili. Il coraggio dei singoli e delle minoranze di esprimere, denunciare, lottare è fondamentale e rischioso. Vivere nella prospettiva dell’accoglienza può apparire regola per lo sprovveduto; ma al di là della paura sta la possibilità di un altro modo di intendere i rapporti, la conoscenza, le evoluzioni, la realtà.
Continuo a fidare e a sperare, ostinatamente, nelle donne e negli uomini seduti dalla parte del torto.