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La rivoluzione dell’ “uovo di Colombo”
di Severino Saccardi

Il «governo dei tecnici» (criticato, talora, sul versante della politiche sociali e del lavoro) ha permesso, comunque, una fuoriuscita indolore dal «berlusconismo» ed ha consentito di recuperare credibilità internazionale. La politica è chiamata a raccogliere le sfide opposte, ma paradossalmente convergenti, provenienti dalla «tecnica» e dal crescente sentimento della cosiddetta «antipolitica», che potrebbe affrontare con una visione capace di cogliere la dimensione europea e «globale» dei problemi di rompere la propria separatezza, offrendo spazi di rappresentanza ai giovani e al mondo della cultura, delle professioni e del lavoro.

Variabili della politica e sfera di cristallo
Nel nostro paese, anche la capacità di lettura della sfera di cristallo difficilmente metterebbe al riparo dalle variabili impazzite di un politica che sembra aver smarrito ogni bussola per orientarsi. Queste mie riflessioni vengono scritte poco dopo l’annuncio del «ritorno in campo» del premier che fu. Un dato con cui i nostri commentatori (che i loro testi li avevano già inviati) non hanno potuto,  confrontarsi. Del resto, l’«eterno ritorno dell’uguale» sarebbe meglio lasciarlo alle più elevate riflessioni del mondo della filosofia.
Scopo della riflessione a più voci che «Testimonianze» propone in questo volume (al di là delle  contingenze del dibattito politico) è quello di stimolare un approfondimento di alcune questioni di fondo. Quali quelle inerenti al rapporto fra le categorie della «tecnica» e quelle della politica in un tempo fuori dal comune come lo è il tempo della crisi .
La politica, potremmo dire con un’azzardata parafrasi, ha le sue ragioni che la «tecnica» non conosce. Ma delle sue ragioni, la politica stessa (apparentemente, in blocco, anche se poi è giusto fare le dovute distinzioni) sembra aver smarrito il senso. Non è un caso, dopotutto, se siamo al punto in cui siamo. In un paese «iperpolitico» (come ricorda P. Franchi) aver dovuto ricorrere ad un «governo dei tecnici»  ha la sembianza di un bel paradosso.
Un paradosso che, però, è solo apparente in considerazione delle vere connotazioni del difficilissimo contesto in cui dobbiamo muoverci. Un contesto di grave crisi «globale». Che nel nostro paese assume aspetti del tutto particolari e fa blocco con problemi storici lasciatici in eredità dalla gestione politico-amministrativa degli scorsi decenni.
La pozione in salsa «tecnica», amarissima e poco digeribile, è stata presentata come rimedio ineludibile. Che altro potevano fare, se non chinare la testa e lasciare libera la cabina di pilotaggio,  classi dirigenti come quelle nostrane che la realtà della crisi l’avevano, a lungo, sminuita o relativizzata se non occultata?
Ci sono paesi che hanno comunque saputo imboccare direttamente una via «politica» per misurarsi con l’emergenza. Come la Francia, la Spagna e la travagliatissima Grecia.
Qui da noi le cose, per adesso (fino alla scadenza «naturale» nel 2013?),  stanno andando diversamente.
Perché? E’, questa, una delle domande (rispetto alla quale i nostri autori forniscono un ventaglio di risposte, analisi e ricostruzioni storiche) che percorrono il volume.
Credo che una delle ragioni di fondo stia nella particolarissima combinazione (che, nel nostro paese, con la galoppante crescita del rifiuto di massa della politica «politicante», è particolarmente evidente) di crisi economico-sociale e crisi della rappresentanza e del sistema dei partiti nella forma in cui si sono andati definendo nel corso della «seconda Repubblica».

Una casta chiusa
Uno dei sentimenti maggiormente condivisi all’interno dell’opinione pubblica (v. R. Monni e G. Gozzini) è il terrore di essere nuovamente gestiti politicamente (e rappresentati all’estero) da «quelli là». Cioè da un ceto politico sempre più vissuto come una «casta»  chiusa ed autoreferenziale.
Un sentimento che ha condizionato la situazione politica italiana su diversi, e opposti, versanti. E’ anche di questo, oltreché delle pressioni internazionali, che ha dovuto tener conto il presidente della Repubblica nel varare un esecutivo «anomalo». Un esperimento che, va riconosciuto, ha comunque conseguito politicamente almeno tre obiettivi. In primis, «in negativo», ha consentito un’uscita morbida dal «berlusconismo» (un fenomeno che è comunque storicamente superato, al di là della  ricandidatura fuori tempo massimo del leader dell’ex Pdl) molto diversa da quella, apocalittica,  rappresentata dal Caimano di Nanni Moretti. E’ stata, del resto, recuperata una credibilità del nuovo governo italiano a livello internazionale di cui, da tempo, era stata persa la memoria. E, infine, va detto che l’ingessato leader dei  «tecnici», contestato per la tassazione crescente, la scarsa apertura sociale e per la visione liberal-liberista dell’economia (v. N. Urbinati e F. Comina) continua ad essere al centro di un  moto di fiducia che, al momento in cui scrivo, è comunque consistente. La politica ha dovuto, dunque, prendere atto della sua attuale posizione di lateralità rispetto al governo della cosa pubblica, che viene impostato secondo modalità (e da personale) di carattere «tecnico». Anche se «tecnico» non è, ovviamente, sinonimo di «neutrale» o di «impolitico».
In ogni caso, è nel tempo del «governo dei tecnici» che stanno manifestando la loro massima virulenza i fenomeni della cosiddetta «antipolitica». Qui l’estraneità all’attuale sistema dei partiti (che, in fondo, per tutt’altro verso ed in un senso affatto differente, è lo stesso impulso che muove le posizioni di carattere tecnocratico) si manifesta nella forma del rifiuto, della contestazione indifferenziata ancorché non immotivata e del risentimento autoescludente. Naturalmente, c’è «antipolitica» ed «antipolitica» . Così, spesso sono definite le posizioni del «MoVimento 5 Stelle»  che, in realtà, sta dando forma ad una nuova espressione della politica . Così vengono talora catalogate anche le posizioni di coloro (una marea) che dichiarano che a votare non andranno. O che voteranno scheda bianca. In un’altra società non farebbero granché notizia. La loro (mancata) presa di posizione verrebbe semplicemente interpretata (così è nella cultura politica statunitense) come espressione del diritto di non partecipare. O di «non marciare», come si esprime uno degli studenti rispondendo alla domanda dell’amato professore-«capitano» (Robin Williams) nel film L’attimo fuggente. Da noi è diverso.

Lo «sciopero del voto»

Il voto è, costituzionalmente, diritto-dovere e l’inversione di tendenza rispetto ad una lunga tradizione di partecipazione dell’elettorato fa suonare un campanello d’allarme. Che segnale sarebbe (se lo chiede M. Sbordoni) se davvero in tanti a votare non andassero? Se venisse praticato una sorta di «sciopero del voto»? Ci sarebbe di che riflettere per confrontarsi con i temi della complessità, che è la cifra e la sfida fondamentale del nostro tempo.
In ogni caso (v. G. Mascambruno) l’«antipolitica» c’entra poco. O c’entra solo in parte.
E’ prepotente, e condivisibile (seppur discutibile in tante sue manifestazioni), il desiderio di una politica nuova e diversa. Ma quale politica?
Una politica che sia ispirata a criteri di maggiore ed effettiva trasparenza, certo. Un obiettivo (a parole) da tutti condiviso ma assai problematico quanto ad attuazione. Fabio Dei, che già ne aveva parlato nel suo testo «Sfere dell’occulto» e miti della trasparenza , ricorda che viviamo in una situazione che è condizionata da un complesso gioco di specchi deformanti. Imperano il mito e la giusta esigenza della «trasparenza», mentre siamo all’interno di un contesto di inedita opacità dei meccanismi di potere che, peraltro, la dilagante sindrome del «complottismo» non aiuta certo a rischiarare.
In ogni caso, dovrebbe comunque essere la «politica» classicamente intesa ad occupare nuovamente la scena dopo il passaggio elettorale del 2013 (possibili elezioni anticipate, sempre dietro l’angolo, a parte) e l’accantonamento definitivo della formula particolarissima del «governo dei tecnici». Ma si tratta di una previsione che, non appena formulata, spinge immediatamente a non poche precisazioni e controdeduzioni. Che sono variamente suggerite, in forma affermativa o in modo problematico, dagli stessi interventi della nostra sezione monotematica. Che senso ha, si dice, nel tempo della turbolenza dei mercati, del dominio apparentemente incontrollato della finanza e di un rapporto squilibrato fra prerogative delle politiche nazionali e dinamiche dell’economia «globale», una distinzione netta fra sfera «tecnica» e ciò che tecnico non è? Si sarebbero infatti ridefinite, radicalmente, le relazioni fra «tecnica» e «politica» o fra ciò che usualmente viene indicato con questi due termini. Come può una politica che ha fallito non darsi uno statuto adeguatamente «tecnico»? A nessuno, d’altra parte, piace la tecnocrazia. E giova diffidare della neutralità a chi si fa uno scudo delle proprie competenze (ancor più di quelle, non poco discusse, della scienza economica). Purtuttavia, in un contesto particolarissimo come quello italiano, che mentre vivi i riflessi della crisi mondiale, sconta la storica inadeguatezza delle sue classi dirigenti , non desta particolare stupore la posizione di chi sostiene (v. G. Gozzini) in definitiva che, sì, rimangano pure al governo i «tecnici». Magari «tecnici» con una tessera in tasca (v. R. Monni). Che è come auspicare una nuova compenetrazione fra una recuperata visione progettuale del mondo della politica, oggi esausto, ed il rigore della competenza amministrativa in grado di mettere in ordine le cose complessive di questo paese oltreché i conti dello stato.
In ogni caso, viviamo in un tempo in cui la «mala politica» ha contaminato e offuscato anche l’immagine complessiva dell’esperienza pubblica e della stessa dimensione istituzionale. La parte (cattiva) vale per il tutto, la componente marcia vale anche per la parte onesta, pulita e disinteressata.

L’altra faccia della luna
L’altra faccia della luna, se c’è, non viene vista e, per dirla con la suggestiva ed inquietante metafora usata da Francesco Comina, il diavolo sembra aver fatto precipitare giù anche l’angelo.
Come può riabilitarsi, se così possiamo dire, oggi la politica?  Intanto, non eludendo le contraddizioni di fondo che sono evidentemente sul tappeto. I piani del discorso e i temi sono diversificati e pongono (come è normale che sia nel dibattito politico-culturale) questioni di scelte e di orientamenti da maturare. La «tecnica» che pure ha, paradossalmente, ridato dignità alle questioni che concernono le scelte di governo e, dunque, alla «politica» è orientata (v. N. Urbinati) dai paradigmi del «pensiero unico», dal liberismo e da un’insensibilità per la nuova «questione sociale». Se questo è vero (v. S. Siliani e F. Comina) è opportuno un soprassalto di consapevolezza da parte di chi intende tenere vivi i valori dell’equità e della difesa del lavoro. C’è, in ogni caso, un tema, che qui è possibile affrontare solo di sfuggita e schematicamente, ma che pure è centrale ed è vissuto in forma (comprensibilmente) esasperata da una parte notevole dell’opinione pubblica. Anche facendo la facile previsione che dalla politica del rigore non sia possibile prescindere per un periodo tutt’altro che breve, è difficile disconoscere l’istanza sacrosanta che chi più ha, più dovrebbe pagare. Cosa che, in casa nostra, è tutt’altro che all’ordine del giorno. E che coloro che si assumeranno comunque responsabilità di governo dovrebbero fare attenzione a rimuovere.
Governare e ridare spazio adeguato alla (buona) politica non si può senza un’architettura istituzionale idonea a raccogliere le istanze di tempi così mutati.
Va difesa, in questo senso, certamente, la nostra Costituzione da interventi strumentali e da proposte di modifica orientate da interessi di parte e miranti a stravolgerne i valori di fondo. E’ un terreno, questo, che richiede fermezza di principi e (anche) qualche scatto di lucidità e di coraggio. Stimolante è, in questo senso, una voce come quella di Gianfranco Pasquino che invita a diffidare del «conservatorismo istituzionale» come paravento ideologico e «tabù» artificiosamente alimentato a difesa dei privilegi perduranti e trasversali del  ceto politico.

Come si diceva per i re di Francia
Ad ogni buon conto: è possibile (ed auspicabile) che, «in modo inedito», come auspica Vannino Chiti, la politica ritrovi in pieno il suo ruolo?
In tempi così tempestosi ed aperti a scenari imprevedibili non si tratta di far previsioni. Ma è possibile provare a rimandare (e quasi solo «per titoli») alle premesse perché ciò possa accadere.
Un punto cardine è quello della legge elettorale. Se il sistema partitico vuole, in extremis, battere un colpo non ha che da cambiarla. Presto e bene. Come, al momento in cui scriviamo, è problematico anche solo immaginare. E’ difficile non concordare con le affermazioni secondo cui il «(…) porcellum, l’attuale sistema non è da democrazia europea evoluta» . La questione è particolare, ma rimanda, implicitamente, ad un problema di fondo. Quello della rappresentanza, della scelta e della composizione del personale politico chiamato ad operare in ambito istituzionale. Nel tempo della complessità, secondo la stringente indicazione di Max Weber, è impossibile prescindere da una quota di ceto politico «professionale» (che tale, però, dovrebbe essere per  merito e competenze). Ma non c’è rinnovamento della politica se, accanto a questa, pur senza indulgere all’esaltazione della supposta incontaminatezza della «società civile», non viene ridato spazio ad un’effettiva rappresentanza del mondo del lavoro, della cultura, delle professioni. Con persone che svolgano il loro mandato istituzionale e che possano poi tornare a svolgere il loro ruolo e il loro lavoro nella società. Sembra l’uovo di Colombo e sarebbe, oggi, una rivoluzione. In questo ambito (polemiche sulla formula della «rottamazione» a parte), è un discorso molto serio, quello sul limite al numero dei mandati elettivi. E, qualunque legge elettorale si decida di adottare, resta decisiva la questione  della definizione delle candidature, di chi e come le sceglierà. A proposito, e come nota apparentemente a margine: è bene non scordare che il sistema delle «liste bloccate» esiste anche all’interno del sistema elettorale di una Regione importante come la Toscana. Prima lo si cambia, meglio è.
Secondo punto di questa rapida disamina: quello del raggio d’azione della politica. In questo senso (v. V. Chiti e, in forma diversa, altri interventi), se la politica prende atto che la sua crisi è legata anche all’inadeguatezza dei suoi orizzonti (che dovrebbero travalicare concretamente quello dello stato-nazione per essere davvero europei e «globali»), il suo destino, almeno nelle forme fin qui sperimentate, è davvero segnato e non potrà essere che una guida orientata dalla competenza «tecnica», e dalla forza dei mercati, a reggere la barra. Sta nel provincialismo culturale, oltreché nella decadenza di certi standard morali e nell’incapacità di liberarsi da alcuni vizi storici, il motivo di fondo della scarsa credibilità delle classi dirigenti della politica nostrana.
Più di venti anni dopo il ciclone storico dell’Ottantanove, con le rivoluzioni mediterranee che bussano alle porte, mentre l’India e la Cina sono ormai potenze globali, mancano bussole e strumenti (e questo, oltre ad essere un limite del «sistema Italia», è anche un’espressione della più generale «crisi della politica») per capire, orientare e governare le società interdipendenti del nostro tempo.
C’è, infine, un elemento cruciale. Può rigenerarsi, la politica, solo se è capace di ridarsi autorevolezza e di proporre (anche interagendo criticamente con gli elementi di competenza oggi espressi dai «tecnici») modelli di sviluppo e di equità che sappiano parlare ai giovani.
Non c’è cosa più grave del divorzio fra i giovani e la politica. Che negli ambienti della politica partitica e (ricorrendo alla terminologia pasoliniana) del «Palazzo» non si capisca la sciagura di questa scissione non è che il sintomo auto-rivelatore della corrosione profonda di un sistema di relazioni, di una modalità di pensiero e di una struttura di potere. Anche senza scomodare la memoria di don Milani e l’ideale della politica come «fuoriuscita dall’egoismo» (concetto oggi difficile da rappresentare), come non constatare la novità di un tempo in cui sembra assente, in certi ambiti, la partecipazione giovanile che, in più generazioni, è stata il carburante dei movimenti di rinnovamento?
Ci sono stanze chiuse che dovrebbero aprirsi a forme inedite e reali di rappresentanza e di partecipazione, facendo circolare aria nuova e raccogliendo contemporaneamente la sfida oggi posta, sul terreno delle competenze, dal protagonismo dei «tecnici» e, su quello della trasparenza e del rinnovamento istituzionale, dai movimenti sbrigativamente ricondotti sotto la definizione dell’«antipolitica».
«La politica è morta! Viva la politica!» Parafrasare il motto che un tempo si usava per l’avvicendamento dei re di Francia, potrebbe oggi somigliare ad una trovata improbabile o stravagante. Che potrebbe non essere tale se fosse la politica medesima, nel tempo della crisi, dell’imprevedibilità e della mutevolezza, a ritrovare l’ambizione di cogliere i segni e di definire le strategie della rinascita e del cambiamento.