Il volto migliore dellOccidente
di Andrea Bigalli

sommarietto: L’Occidente deve rimanere fedele alla realtà del suo pensiero migliore, di matrice laica e cristiana: la teorizzazione ma soprattutto la pratica dei diritti umani sono la strada più sicura per il ridimensionamento degli integralismi, e d’altra parte la fiducia nei molteplici linguaggi di Dio, in cui cercare quelle verità che sono comuni, è il fondamento del dialogo interreligioso
Un problema di identità
Il dato della fragilità umana, che si traduce dal livello personale, degli individui, a quello delle collettività, può essere rimosso fino al rifiuto, ma resta una delle coordinate prevalenti della condizione che attiene all’esistenza. Si sa, in forma più o meno consapevole, di essere limitati sia sul piano del tempo che dello spazio: la coscienza della limitatezza degli anni, dei giorni, delle ore a disposizione si affianca al sapersi capaci di quasi concepire l’infinito, ma nell’impossibilità di percorrerlo fisicamente, se non in minima parte.
Le risposte possibili alla comprensione di questa condizione sono svariate. Eclissata in parte la problematica religiosa – che definiva nel rapporto creaturale la potenzialità futura dell’essere come Dio, dilatando nel Creatore l’identità di ciò che è creato –, ridotto a poco il ruolo di ogni metafisica, resta al pensiero umano una complessità da gestire senza l’ausilio di nessuna verità che, dall’esterno o dall’alto, come significato dato, venga a definirne i termini. Il moltiplicarsi di ciò che necessita di un pensiero specializzato per essere totalmente compreso, l’interconnettersi di molto più che in passato nella dinamica delle relazioni tra singolo\collettività\mondo, l’emergere dell’ottica interculturale come chiave della condizione attuale di vita… tutto ciò rappresenta uno shock storico da contesto non sempre facile da metabolizzare. Diviene allora comprensibile l’atteggiamento con cui si cerca di razionalizzare il caos presente, ponendo la realtà in uno schema, una griglia di lettura che favorisca il giudizio, ridia un senso all’intreccio delle esistenze, altrimenti assolutamente governato dal capriccio delle circostanze. Se tale modo di leggere il reale si estremizza fino all’assunzione di un metro di giudizio, proprio e parziale, così radicale da sostituirsi alla ragione critica, siamo di fronte ad un integralismo. Il connotato più evidente di ciò è l’incapacità di porsi in dialettica, fino al punto di negare quella con sé stessi: il proprio convincimento non si fa mettere in discussione nemmeno dall’evidenza dei fatti.
Se questa lettura è accettabile, dietro ogni integralismo si può intravedere una fragilità di fondo, che innerva l’identità dei soggetti in esame: giustappunto di un problema di identità bisogna allora parlare. Chiunque è saldo nella definizione della propria non ha bisogno di metterla in contrapposizione con quella altrui, se non quando si concretizza una minaccia reale all’integrità dei diritti, propria o altrui. Un conto è accettare il conflitto delle interpretazioni, indispensabile per la definizione dei valori, un altro è teorizzare la necessità della superiorità di un’identità sulle altre perché il soggetto possa saper dire chi è e come si pone di fronte alla realtà. Può darsi che quelle interpretazioni che mettono al centro del processo di definizione dell’identità la dimensione del dialogo, della comunicazione positiva, siano espressione di una cultura che teorizza al di là dei principi di realtà e quindi non è adeguata. Ma a riguardo, più che i massimi sistemi, ha da dire la sua il buonsenso che scaturisce dall’esperienza di vita: nessuno impara se non in una dialettica positiva, nessuno può definire sé stesso se non a partire dall’amore ricevuto e vissuto.

Integralismo e fondamentalismo
Mentre sto scrivendo si sa da poco della vittoria di George W. Bush nelle presidenziali statunitensi del novembre 2004: i 100.000 morti (più di un migliaio sono americani) stimati nella guerra in Iraq da una autorevole rivista medica anglosassone, “The Lancet”, non valgono il superamento della paura che attanaglia gli USA. Non costano quindi la rielezione ad un uomo politico che ha ingannato il suo popolo: sulla necessità di tale guerra, sul bisogno di ridefinire la politica del paese nella ricerca di comunicazione con il resto del pianeta, non ultimo sul piano della questione ambientale, sul piano interno dell’equità sociale, compromessa dallo squilibrio fiscale a favore dei ricchi. Non è facile, in questo contesto sociopolitico, parlare della necessarietà del dialogo per non solo affermare, ma anche per tutelare le identità culturali. Non è un caso che Bush appartenga ad una realtà religiosa trasversale a diverse confessioni delle Chiese riformate rappresentata dai cosiddetti “cristiani rinati”, tesi ad affermare principi morali basati su di una lettura fondamentalista della Scrittura. A riguardo mi preme ribadire la differenza tra integralismo, un concetto che appartiene all’ambito della cultura e che ne indica una radicalizzazione dei contenuti secondo quanto già esposto, e fondamentalismo, proprio delle tradizioni religiose, che sottolinea una prospettiva di identità totalizzante basata su di una lettura alla lettera della Rivelazione nei libri di riferimento e che per questo si presenta rigida, incapace di rinnovarsi nel confronto con le altre dimensioni culturali. Secondo le due accezioni del concetto si tratta comunque di una comunicazione falsata, nel presupposto di partenza dell’indiscutibile assolutezza della propria verità senza la benché minima disponibilità ad accettare quella dell’altro.
La cronaca recente si sofferma spesso ad esamine le problematiche connesse al rapporto tra le diverse culture tra di loro, in particolare analizzando come le religioni siano in grado di condizionare le rispettive culture di appartenenza. Il fondamentalismo diviene il fantasma da esorcizzare, ma come i fantasmi rischia di non aver consistenza: molto di quanto si legge o si ascolta risulta poco fondato, senza quella competenza che sarebbe necessaria per introdursi in questa dinamica così complessa, radicata al livello più intimo che un essere umano possa conoscere. Pietro Citati nel suo Israele e l’Islam. Le scintille di Dio analizza il ruolo della setta Wahhabita nel degenerare di parte dell’islam stesso verso posizioni fondamentaliste, al crocicchio tra interessi economici, il peso del controllo dei pozzi petroliferi, la miopia occidentale: quest’ultima causata dall’ignoranza dei presupposti del pensiero religioso. “Tutto nasce di lì: Usama bin Laden, i complici sauditi, l’11 settembre…: tutto quanto accaduto non è altro che Wahhabiti e televisione. Un tempo, i saggi uomini politici, come Talleyrand o Metternich, si facevano accompagnare da esperti di teologia: o erano essi stessi eccellenti teologi. Oggi, la teologia è disprezzata, o praticata da gente di quart’ordine. Per il bene dell’universo, sarebbe giusto che rifiorisse al più presto: o che Bush e Blair e Chirac e Sharon leggessero i grandi teologi arabi, Avicenna, Ibn ‘Arabi e al-Ghazali, prima di stringere alleanze, scavare pozzi di petrolio, appoggiare o abbattere dinastie, dichiarare guerre o paci”.

La matrice laica e cristiana dell’Occidente
Una divinità si rivela in una determinata cultura e attraverso di essa: la religione è la dimensione di accoglienza di tale rivelazione, versante umano della comunicazione tra Dio e creature che ne rappresenta la visibilità, l’aspetto storico, l’insieme delle concretizzazioni. Una religione con i suoi elementi condiziona o migliora la cultura di riferimento, esattamente come quest’ultima arricchisce o strumentalizza una tradizione religiosa. Confini e modalità di questa dinamica sono difficili da definire: se l’aspetto religioso ha rappresentato gioco forza una dimensione totalizzante (l’irruzione del divino nel contingente, l’assoluto che si traduce nelle limitate categorie dell’esistente), il suo ridimensionarsi nella secolarizzazione ci mette davanti alla necessità di fondare i sistemi sociali su dimensioni per certi aspetti meno rilevanti, tutte da ripensare alla luce della politica e non più della metafisica. Da qui scaturisce la “debolezza” (concetto della filosofia stessa, che segna il termine parziale di un affrancamento dalle sicurezze teiste) dei sistemi costituiti sulla base del pensiero umano, che bisogna far passare dal vaglio del consenso e non delle affermazioni tratte da una Rivelazione. In fondo anche il pensiero a base religiosa presentava la fragilità della necessità del dato di fede: un’affermazione sul piano morale è valida in un contesto di fede, non tutta la morale si situa sul piano della convenienza razionale della norma. Ma indubbiamente il travaglio delle Chiese nel perdere l’esclusività del ruolo nella definizione dei significati esistenziali – di conseguenza politici, per l’articolazione tra morale e società – è stato grande e continua ancora. C’è chi non si rassegna ad una presenza di ordine diverso: chi sottolinea la passività dei cattolici che affermano il valore dei sistemi di definizione delle leggi secondo la dinamica democratica, chi vive la nostalgia di una prospettiva valoriale legata all’assolutezza dei contenuti religiosi. Il caso Buttiglione (con la sua bocciatura a commissario europeo in seguito a dichiarazioni sulla realtà omosessuale improntate a pregiudizio: perché quanto ha affermato a riguardo non è esattamente la dottrina della Chiesa) è emblematico della difficoltà di recedere da una presunzione di verità, legittima fin tanto essa non mette in discussione il valore della dialettica sociale. Il problema rimane quello dell’articolazione tra coscienza del singolo e sistema legale e normativo. Il secolarismo – in fondo degenerazione delle istanze positive della secolarizzazione, espressione dell’autonomia dell’umano rispetto al divino, autonomia sancita dalla stessa Scrittura – rischia di annullare, insieme alla negatività di passaggi storici segnati dall’invadenza delle Chiese, anche l’apporto positivo dell’umanesimo cristiano, nonché il contributo dei cristiani stessi. Non concordo quasi per niente sui toni espressi da Buttiglione proprio per il suo rifiuto a colloquiare con la contemporaneità, all’insegna della negatività con cui la si valuta e la tutela del privilegio ecclesiale che ne scaturisce; ma bisogna riconoscere che esiste un laicismo non meno integralista di quanto non si contesti al cristianesimo. La verità è che esiste una identità integralista, che può darsi in contesti diversi: un’identità culturale determinata non vaccina dalla possibilità di cadere nell’assolutismo delle proprie posizioni. In altri termini: non è che essere laici di matrice illuminista garantisca della capacità di accoglienza di idee diverse, come non necessariamente i cristiani devono essere considerati come parte di una realtà univoca nel rifiutare presupposti di ordine razionale. A volte il mondo laico pare considerare noi cristiani come un mondo monolitico, in cui non hanno senso la pluralità di visioni, il dissenso, la dinamica evolutiva del pensiero. Molta gerarchia cattolica continua a demonizzare alcune istanze che emergono socialmente senza porsi in dialettica: segno di una identità che si avverte minacciata, fragile, messa in discussione. L’affermazione che sto per fare è banale, magari, ma non vedo altra evoluzione di questa prospettiva storica della socialità se non nella volontà di ascoltarsi seriamente, tentando di realizzare delle sintesi che mirino ad affermare, nelle leggi e nei costumi, valori condivisi, con a perno un umanesimo compiuto. Una questione di comunicazione tra mondi che ancora non hanno imparato a valorizzare il meglio delle rispettive culture parziali: sarà semplicistica come lettura, ma bisogna comunque ammettere che laicità e realtà religiose non si conoscono ancora e non sembrano sempre rispettarsi. Certo, non tutto è risolvibile in tal senso: vi sono questioni su cui probabilmente non è possibile sintesi. Per fare un esempio: lo status ontologico dell’embrione umano, che per noi cristiani rimanda al significato della persona in quanto tale e per la maggior parte del mondo laico no. Le dialettiche, anche accese, non sono negative se sono contraddistinte dal rispetto reciproco e si liberano dai bizantinismi politici tipici di questa fase. Non vedo peraltro altre vie, se non quelle già sperimentate della testimonianza di fede, della dinamica politica della ricerca di un consenso non strumentale, dell’obiezione di coscienza e – in ultima analisi – della lotta nonviolenta per la trasformazione sociale, per far convivere le nostre istanze morali e molte di quelle della contemporaneità. Uscire dalla logica democratica non è possibile: se questa affermazione comporta il dover convivere con realtà negative, che soggiacciono a disvalori palesi, è pur sempre vero che il credente trova un senso per la sua presenza minoritaria proprio nella logica del testimoniare, del dar senso alle speranze umane, nell’analisi dei bisogni da educare, dello sguardo amorevole rivolto a comportamenti che al di là della contraddittorietà che portano in sé sono a volte espressione della ricerca di bene, di felicità. Lo sguardo del seguace di Cristo sull’umano è quello che si impronta sul piano della simpatia, del soffrire insieme che conduce a capire: non sempre il capire sfocia nel condividere, ma quello che il mondo rimprovera ai cristiani è il loro rinunciare alla verità fondamentale del rispetto per l’altro. Non tutto è lecito: ma la distinzione tra errore e errante resta valida e fonda uno stile di approccio alle persone che non mi sembra giusto ridurre al buonismo o al relativismo, come si sostiene in certe realtà cattoliche. Siamo condannati alla tolleranza: ma ricordiamoci che quest’ultima non è che un’espressione minimale e non del tutto esauriente della capacità di accoglienza di cui parla il Vangelo come tratto insostituibile dell’identità cristiana. Tra gli svariati esempi possibili, rimando all’inizio, nel Vangelo di Luca, del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, che lo mette di fronte al rifiuto – assoluto e ingiustificato sul piano personale – dei Samaritani a farlo passare dal loro territorio visto che egli sta andando verso una Città di cui essi non riconoscono la santità. Al suggerimento dei discepoli di chiedere che un fuoco divino consumi chi rifiuta la libera autonomia della prima comunità del Cristo, questi risponde con un aspro rimprovero (Luca 9,51-56). Non soltanto: poche periodi più avanti Gesù segnala più esempi di figure positive di samaritani, fino a indicarne uno al vertice della capacità di essere solidali, nella parabola celeberrima detta del “buon samaritano” (10,25-37). La prospettiva esegetica del testo conduce a comprendere come Gesù si identifichi nel samaritano stesso (è il Signore che concretizza il suo comandamento di amore nella tenerezza pronta e assoluta verso i poveri, i sofferenti, gli esclusi: nella dinamica della parabola come nel resto della sua esistenza), con una forza contestativa del pregiudizio e una libertà di lettura delle persone che scardinano continuamente le sicurezze del lettore del testo evangelico, costretto in questo modo a verificare di continuo le proprie convinzioni, da rimettere di continuo al vaglio della verità dell’amore. In tal senso, solo un accenno alla questione della reciprocità tra cristianesimo e islam: i cristiani sono “condannati” dal Vangelo a concederla senza aspettarsi necessariamente contropartite. Auspicabile che si arrivi a costruire chiese e templi anche nei luoghi sacri della comunità islamica: in attesa di questa – peraltro non da escludere, forse in tempi più prossimi di quanto non si pensi – ulteriore evoluzione non possiamo impedire la costruzione delle moschee. L’Occidente deve rimanere fedele alla realtà del suo pensiero migliore, di matrice laica e cristiana, che non è di sicuro rappresentato da quell’intransigenza stile Fallaci che piace tanto alla destra italiana. La teorizzazione ma soprattutto la pratica dei diritti umani e il loro fondamentale significato per ogni collettività sono la strada più sicura per il ridimensionamento degli integralismi.

Il ruolo della Sacra Scrittura
Quelli dei rapporti ridiscussi tra autorità democratica e autorità religiosa sono scenari peraltro già inaugurati da tempo in Occidente. A riguardo, quel che vale per il cristianesimo non ha adesso lo stesso senso per l’islam: per induismo e buddismo la questione è ancora più complessa, nel complesso intreccio tra concezione dello stato, presupposti morali di fondazione della collettività, valori religiosi, convincimenti personali. Di questo bisogna tener conto se si vuole avere autentica comprensione dello stato delle cose: do per scontato che la tesi della superiorità in campo politico dell’Occidente è così fragile da non poter essere presa in considerazione e ciò non perché si idealizzi in tal senso il mondo islamico (che ha a riguardo problemi gravi) ma perché definire democrazia pienamente realizzata quella che produce la rielezione di Bush o l’avvento al potere di altri discutibili personaggi mi pare quantomeno azzardato.
Il ruolo della Scrittura è importante se si vuol tentare un’analisi di questa correlazione tra tradizione religiosa, cultura, sistema sociale; ma è indubbio, dal punto di vista storico, quante manipolazioni abbiano subito i Testi Sacri per giustificare una interpretazione o l’altra, a favore magari del potere dominante del momento. Tesi contrapposte si sono affrontate nell’ambito degli stessi brani della Scrittura: basti pensare, a guisa d’esempio, del “date a Cesare quel che è di Cesare”, interpretato nei tempi a favore dei poteri umani o per sancirne un’assoluta contestazione. Di altre confessioni religiose si possono raccontare le medesime difficoltà, le stesse ambiguità, gli identici passaggi storici in cui la Parola ha illuminato e non nascosto.
Il metodo per leggere il testo della Rivelazione nel tempo a cui si appartiene deve essere quindi molto rigoroso e deve assoggettarsi ad un principio, tra l’altro fondamentale nella stessa Scrittura: Dio non può volere e comandare quanto va contro il valore dell’esistenza e la pienezza di vita delle sue creature, e in particolare dell’uomo e della donna. In questo senso, le grandi religioni esprimono una significativa tensione etica nei confronti delle culture: ma devono continuamente confrontarsi – e sentirsi giudicate – con e dai principi contenuti nel Libro. Il rischio è che, altrimenti, dimenticando la sua autentica realtà, una fede religiosa si trasformi in una tradizione di uomini, come ammonisce il Cristo nel Vangelo di Marco (capitolo 7) riferendosi a scribi e farisei: e così appesantisca la vita delle persone di norme e precetti che non rendono ragione del valore degli esseri umani, sacrificandoli a quella Legge che dovrebbe essere invece a loro servizio. Non mi pare azzardato da un punto di vista esegetico un paragone tra le idee di assolutizzazione del rispetto della legge sostenute da scribi e farisei e certe dinamiche dell’attuale fondamentalismo. Le posizioni del Cristo (e la passione con cui si oppone alle idee dei farisei, rispettando le loro persone: le sue contestazioni sono rivolte al gruppo, non ai singoli, su di un piano personale) assumono allora un’altra importanza, in relazione alla cronaca odierna.
Una fedeltà ragionata al proprio Testo Sacro guida i membri di una confessione religiosa a ripensare continuamente la propria identità culturale, pur nel solco di una continuità significativa, quella rappresentata dalla tradizione e dalla trasmissione dell’esperienza di fede. Così Gesù Cristo chiedeva si rispettasse la legge mosaica, riportandola alla prospettiva originaria dell’autentico pensiero biblico. La Parola ha in sé il senso del non decadere dei principi e delle verità: questo è un atto di fede nel suo essere da Dio che il fondamentalismo annulla nel rifiuto di confrontarne i contenuti con la cultura che le è contemporanea. Se è da Dio, la Parola non teme di confrontarsi con il pensiero umano, anzi, la sua verità ne esce rafforzata, più chiara: venti anni di studi biblici non mi hanno mai convinto del contrario e non è che mi sia mai rifiutato di confrontarmi con visioni e filosofie diverse dalla mia, anche con quelle più aggressive.

I molteplici linguaggi di Dio
I cambiamenti portati da tempi nuovi non spaventano, ma fanno da stimolo per una capacità di ricerca che rappresenta uno degli elementi più significativi di un’identità di fede. Chi pretende di tutelare il valore della Scrittura circondandola di un recinto di protezione costituito da norme umane dà torto alle potenzialità che la Rivelazione ha di fronte ad ogni espressione culturale. Il Vangelo, per esempio, ha saputo confrontarsi con dimensioni apparentemente estranee senza snaturarsi: il passaggio transculturale ne arricchisce l’esegesi. La paura del relativismo che molta parte del tradizionalismo cattolico ostenta come risposta alla volontà di certo mondo laico di silenziare la profezia evangelica mi pare assai più dannosa del rischio di compromettere l’integrità della Tradizione con un confronto aperto, non riduttivo ad un irenismo di facciata, con cui giocare il valore della Parola nel conflitto delle interpretazioni. Ho sempre creduto a questa valenza della Scrittura e, di conseguenza, della capacità del cristianesimo di tradursi nella storia come contributo – per i credenti essenziale – al pensiero più significativo su cui una generazione possa contare per esprimere il suo meglio. Se appartenessi ad un’altra confessione religiosa la penserei nello stesso modo: questa fiducia nei molteplici linguaggi di Dio, in cui cercare quelle verità che sono comuni, è il fondamento di un dialogo interreligioso che non ha paura di confrontarsi anche sul piano delle differenze e le divergenze. Un riconoscimento sincero della dignità del pensiero e dei convincimenti altrui è il presupposto irrinunciabile ad ogni autentica comunicazione: la ricerca delle espressioni culturali e religiose che siano meglio in condizione di affermare il valore dell’umano orienta la dialettica interreligiosa al di là di ogni strumentalizzazione. Questa indicazione può essere utile a orientarsi nella fase attuale del dibattito tra istanze religiose e laicità, in cui si nota una certa confusione di fondo. Fa un certo effetto vedere laici di tradizione liberale o socialcomunista (quest’ultima clamorosamente sconfessata da molti con conseguenze che non c’è dubbio a definire grottesche) ergersi a difensori della tradizione cattolica: fa quanto meno tristezza vedere come le gerarchie cattoliche si prestino a tale gioco. In realtà la strumentalità di tali atteggiamenti è evidente: sbeffeggiare la tradizione solidarista cattolica o stigmatizzare come terrorismo o ingenuità colpevole il pensiero sulla pace e la contrarietà ad ogni forma di guerra e poi farsi paladini della tutela dei valori cristiani somiglia molto alla barzelletta di vedere i simboli cristiani difesi da persone che si fanno celebrare il matrimonio con rito celtico (per quanto rispettoso delle identità altrui dichiaro la mia indisponibilità a officiare riti di questo genere. Non mi posso riconvertire in druido). La confusione è grande sotto il cielo…per noi preti cattolici almeno l’anticlericalismo di qualcuno era la garanzia del perdurare di salde categorie di pensiero…Con la rozzezza ideologica che a volte mi contraddistingue dico subito che se fanno marcia indietro sul loro anticlericalismo anche i massoni (peraltro assai presenti nella Chiesa Cattolica e non solo tra i laici) mi arrabbio sul serio…mi mancherebbe la possibilità di un interlocutorio. I cattolici stanno già soffrendo da tempo la carenza di avversione: il contradditorio sincero è elemento faticoso ma essenziale, purché non manchi quel rispetto di fondo di cui parlavamo sopra. Il veder mettere in discussione – se non addirittura sotto accusa – quel che rappresenta il proprio patrimonio ideale non è facile. Eppure questo è il tempo che stiamo abitando: tutto può essere messo in discussione, a volte anche con i toni del dileggio. Mi spiace profondamente quando ciò avviene con persone fragili, che conoscono la fatica dell’argomentazione di difesa dei loro principi e si sentono così attaccati (o, cosa questa inaccettabile, derisi) sul piano delle loro convinzioni più personali. Ma chi di noi si è allenato, in questi anni, alla dialettica e al contraddistinguo non dovrebbe aver paura di trovarsi senza argomenti.
Non sono convinto che tutta la relatività che sembra caratterizzare gran parte del pensiero contemporaneo sia espressione di quel relativismo etico che spaventa le gerarchie cattoliche (e me, del resto, quando si tratta davvero di ciò). Anche il relativismo è indice di fragilità: sotto il segno dell’indifferenza di fronte ai vari atteggiamenti umani, dettati magari da costumi per noi incomprensibili, magari per motivi anche validi,  rischia di transitare la difficoltà a capire la propria identità e la necessità di avere dei riferimenti certi per dire se stessi. I principi si definiscono come tali nel loro delinearsi, in un processo continuo, attraverso il confronto con gli stili di vita altrui, in quella verifica severa che risulta espressa dalla coerenza, dal benessere psicologico, dalla capacità relazionale. A riguardo è importante ci sia confronto con le esigenze, i bisogni, le potenzialità e le fragilità di un umano concreto, non virtuale o idealizzato. Uno dei rischi più infelicemente affrontati negli ultimi tempi dalla Chiesa Cattolica è stato quello di rappresentarsi un’umanità pensata con le categorie della teodicea più che con quelle evangeliche: molto più realistiche, quest’ultime, di quanto non si pensi, e non necessariamente appiattite sulle letture sociologiche delle esegesi secolariste. Lo spirituale non esclude una dimensione concreta, capace di illustrare la complessità umana in modo positivo, quella complessità da considerare quindi una risorsa, non solo la sorgente dei problemi attuali. Scaturita dalla vita concreta, la Scrittura rimanda a questa stessa vita con l’intelligenza che scaturisce dall’amore, e quindi dalla speranza. Mi viene spesso da pensarci, in questa stagione travagliata da ingiustizie, sofferenze, sconcerto, difficoltà a sapere le linee che da oggi conducono a domani: c’è nella speranza una capacità di lettura che non è giusto dimenticare, sottovalutare o denigrare. La fragilità di cui parlavo all’inizio di questo articolo si amplia, ben più in là di quanto sia naturale e giusto, nella paura, nel sospetto, nel pregiudizio: ancora una volta, dei singoli come dei sistemi sociali. Ho sentito di recente don Luigi Ciotti raccontare dell’ultima intervista fatta a Paolo Borsellino: alla domanda se avesse paura, il magistrato rispondeva di averne molta. Ma proprio per questo affermava la necessità di avere tutti più coraggio. C’è il coraggio necessario per opporsi ai poteri oscuri, la violenza devastante del sopruso, le logiche del privilegio. E c’è il coraggio indispensabile per andare più in là dei pregiudizi, privilegiando l’arma della conoscenza, del dialogo, della volontà di non essere governati dalla paura. Secondo la logica di un’autentica umanità: che chiede di esprimersi nella solidarietà, per dare una risposta vera a quanto ci limita, ci fa soffrire, chiude i nostri orizzonti.
Sia ad insegnarcelo un Dio dai molti nomi o la nostra realtà migliore non credo faccia molta differenza.