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Il pacifismo ad una svolta
di Ernesto Balducci
È l’intervento al primo convegno Se vuoi la pace prepara la pace di «Testimonianze», del 1981. Centrale è l’argomentazione secondo cui, con l’avvento dell’«era atomica», l’eterna questionepace-guerra non può essere affrontata con le vecchie categorie se l’umanità non vuole autodistruggersi. Nell’attesa e nella preparazione di una mutazione antropologica nel segno della cultura della pace – che ha tempi e ritmi lunghi – le istituzioni, i governi e la politica hanno l’obbligo di adoprarsi per impedire che la Terra sia distrutta.
 
(L’articolo è stato pubblicato in «Testimonianze» nn. 241-243, 1982, pp. 19-32).
 
Dico subito che sono preoccupato, per eccesso di emozione, di dover far fronte, come devo fare questa sera, alla responsabilità di aprire un convegno del genere.
La mia emozione è cresciuta quando Lodovico Grassi ha ricordato Giorgio La Pira e Lorenzo Milani. Nel vedermi dinanzi ad una assemblea molto più numerosa di quella che osavamo sperare, mi sono sentito rimandare indietro, ad anni grigi e difficili, per altri versi più difficili di questi, in cui con Giorgio La Pira facevo interminabili conversazioni sul «crinale apocalittico», e in cui ebbi l’incontro folgorante con Lorenzo Milani e la sua scuola sulla collina di Barbiana che ormai è abitata soltanto dal vento e che tuttavia è un luogo della geografia spirituale dell’Italia che si rinnova. Ho sentito che passa a me una certa responsabilità, a me che in qualche modo sono stato partecipe delle loro tribolazioni, che ho conosciuto come loro i tribunali per la causa della pace.
Vorrei dare voce a questa eredità di speranze, di riflessioni e di testimonianze singolarissime, collocandola in un quadro storico così profondamente, e così terribilmente nuovo.
 
1. Da quando ho saputo che sarebbe toccato a me aprire un incontro come questo, in cui gli uomini abituati a ragionare e ad agire dentro gli stretti spazi del possibile politico seggono accanto agli avversari irriducibili delle severe leggi della ragion di stato, è venuta ancora una volta a disturbarmi dai vecchi libri di scuola un’immagine di cui voglio liberarmi subito dinanzi a voi.
Nel chiudere il quarto dei suoi Discorsi dello svolgimento della letteratura nazionale Giosuè Carducci contrappone alle figure massime del nostro Rinascimento Girolamo Savonarola che in Piazza Signoria rizzava «roghi innocenti contro l’arte e la natura»… «e tra le ridde de’ suoi piagnoni non vedeva povero frate, in qualche canto della piazza, sorridere pietosamente il pallido viso di Niccolò Machiavelli». Le ombre dei due grandi fiorentini, del profeta disarmato e del fautore delle milizie cittadine si proiettano oggi su questo auditorium e in ogni caso si proiettano dentro di me a ricordarmi le due verità contrapposte: che non si dà vera repubblica se non è il popolo a reggerla con le sue energie morali e che non si dà vera repubblica se il potere, fermo alle regole che sono sue, non arma di forza militare il suo diritto. Eppure noi non siamo qui, ne sono convinto, a ripetere le sterili argomentazioni antinomiche tra chi, in nome dell’ideale morale, detesta l’uso della forza e chi vi si adatta in nome della «verità effettuale». Il tempo in cui siamo – è questa l’ipotesi che ha suggerito il convegno – è talmente nuovo che ormai l’utopia deve (e lo può!) apprendere il linguaggio del realismo e il realismo deve (e lo può!), rimettendo in questione le sue premesse, integrare in sé le prospettive dell’utopia. Sarebbe già un contributo alla pace se gli alunni dell’utopia e quelli del realismo, invece di accusarsi reciprocamente di perfidia e di candore, facessero uno sforzo per comprendere gli uni le ragioni degli altri. Arriverebbero a capire che ormai le opposte ragioni per lo più convivono nella medesima coscienza e che forse è venuto il tempo di risolverle in una superiore ragione, l’unica da cui è possibile attendere salvezza.
 
2. La prima tesi, infatti, che pretendo proporvi è appunto che la questione eterna pace-guerra ha raggiunto una novità epocale e che dunque essa non può più essere affrontata con le categorie ereditate dal passato. Sorpassata la soglia atomica, la specie umana non potrà sopravvivere se non compiendo un salto di qualità, una mutazione, tanto per usare il linguaggio filogenetico. È quanto dicevano, all’ombra del fungo atomico di Hiroshima, uomini come Albert Einstein e Bertrand Russell, che non possono essere certo sospettati di vaneggiamento savonaroliano: o l’umanità «cambia modo di pensare» o va verso la catastrofe. Non è un assioma carismatico, è un corollario induttivo che postula un nuovo rapporto tra coscienza morale e maniera di pensare, senza di che diverrà un abisso mortale la sproporzione tra il soggetto e l’oggetto, tra la specie uomo e il mondo nato dalle sue mani.
Dopo trent’anni, la mutazione non è avvenuta, è vero, ma l’abisso si è allargato. E nel contempo si sono andate generalizzando alcune certezze che potremo anche leggere come primi sintomi che il messaggio di Hiroshima ha lentamente modificato la coscienza comune, e cioè che la mutazione è già avviata.
La prima verità contenuta in quel messaggio è che il genere umano ha un destino unico di vita o di morte. Sul momento fu una verità intuitiva, di natura etica, ma poi, crollata l’immagine eurocentrica della storia, essa si è dispiegata in evidenze di tipo induttivo la cui esposizione più recente e più organica è quella del Rapporto Brandt. L’unità del genere umano è ormai una verità economica. Le interdipendenze che stringono il Nord e il Sud del pianeta, attentamente esaminate, svelano non solo che non è il Sud a dipendere dal Nord ma è il Nord che dipende dal Sud, innanzitutto per il fatto che la sua economia dello spreco è resa possibile dalla metodica rapina a cui il Sud è sottoposto e poi, più specificamente, perché esiste un nesso causale tra la politica degli armamenti e il persistere, anzi l’aggravarsi, della spaventosa piaga della fame. Pesano ancora nella nostra memoria i 50 milioni di morti dell’ultima guerra, ma cominciano anche a pesarci i morti che la fame sta facendo: 50 milioni, per l’appunto, nel solo anno 1979. E più comincia a pesare il fatto, sempre più conosciuto, che la morte per fame non è un prodotto fatale dell’avarizia della natura o dell’ignavia degli uomini, è il prodotto della struttura economica internazionale che riversa un’immensa quota dei profitti nell’industria delle armi: 450 miliardi di dollari nel suddetto anno 1979 e cioè 10 volte di più del necessario per eliminare la fame nel mondo. Ripeto: questo ora si sa. Adamo ed Eva ora sanno di essere nudi. Gli uomini e le donne che, quanto meno col loro voto, tengono in piedi questa struttura di violenza, non hanno più la coscienza tranquilla; il miope realismo dei governi e dei partiti è tallonato da un crescente risentimento morale, che fa riscontro, sia pure in modo ancora debole, alla collera che fermenta nel Sud e prepara la terribile rappresaglia del domani.
La seconda verità di Hiroshima è che ormai l’imperativo morale della pace, ritenuta da sempre come un ideale necessario anche se irrealizzabile, è arrivato a coincidere con l’istinto di conservazione, il medesimo istinto che veniva indicato come radice inestirpabile dell’aggressività distruttiva. Fino ad oggi è stato un punto fermo che la sfera della morale e quella dell’istinto erano tra loro separate e conciliabili solo mediante un’ardua disciplina e solo entro certi limiti: fuori di quei limiti accadeva la guerra che la coscienza morale si limitava a deprecare come un malum necessarium. Ma le prospettive attuali della guerra tecnologica sono tali che la voce dell’istinto di conservazione (di cui anche la paura è un sintomo non ignobile) e la voce della coscienza sono diventate una sola voce. Non era mai capitato. Anche per questi nuovi rapporti fra etica e biologia, la storia sta cambiando di qualità.
La terza verità di Hiroshima è che la guerra è uscita per sempre dalla sfera della razionalità. Non che la guerra sia mai stata considerata, salvo in rari casi di sadismo culturale, un fatto secondo ragione, ma sempre le culture dominanti l’hanno ritenuta quanto meno come una extrema ratio, e cioè come uno strumento limite della ragione. E difatti, nelle nostre ricostruzioni storiografiche, il progresso dei popoli si avvera attraverso le guerre. Per una specie di eterogenesi dei fini – per usare il linguaggio di Croce – l’«accadimento» funesto generava l’«avvenimento» fausto. Ma ora, nell’ipotesi atomica, l’accadimento non genererebbe nessun avvenimento, o, meglio, l’avvenimento morirebbe per olocausto nel grembo materno dell’accadimento. Si capisce anche perché il vecchio marchingegno della morale cattolica, voglio dire la dottrina della guerra giusta che era anch’essa a suo modo una riduzione della guerra nei confini della ragione, a partire da Papa Giovanni, abbia perso ogni legittimità e difatti non sia mai più stata riesumata dal magistero cattolico.
 
3. Queste tre verità non sono contestuali alla cultura e alla pratica politica ancora dominanti sia all’Est che all’ovest, ne implicano anzi il superamento. Esse prefigurano un pacifismo di nuovo tipo che, a mio giudizio, non è in linea di continuità col pacifismo tradizionale. Per pacifismo tradizionale non intendo qui le forme idealistiche o misticheggianti su cui giustamente cadeva il sarcasmo di Marx, ma quelle correnti ideologiche che hanno posto a fondamento della politica la ricerca di una pace definitiva. In questo senso potremmo parlare di tre diversi pacifismi che hanno accompagnato, contestandole, le culture via via dominanti il cui dogma centrale era la inevitabilità della guerra, condensato nell’assioma «si vis pacem para bellum».
Si ravviva oggi quel pacifismo che vorrei chiamare umanistico, perché ebbe le sue prime manifestazioni nell’età di Nicola Cusano e di Erasmo, ma che potrei chiamare anche, utilizzando un lessico più alla moda, radicale. Il suo principio è la tolleranza, il suo nemico è il fanatismo, da quello religioso (il pacifismo umanisticonacque non per nulla come risposta alle guerre di religione) a quello ideologico.
La pace tra gli uomini e tra i popoli non va posata sulla fede religiosa o su qualsiasi altra fede ma su ciò che negli uomini è comune, sulla loro natura razionale, la cui voce è la coscienza. Le pagine scritte nel ‘600 da John Locke e da Pierre Bayle sono, a rileggerle, di straordinaria attualità. Esse ben si accordano con ciò che l’analisi antropologica moderna ci dice circa i meccanismi autoritari che hanno nelle istituzioni i loro luoghi di funzionamento e di occultamento.
«Voilà l’ennemi» diceva Voltaire indicando la chiesa cattolica. Anche il pacifismo radicale vede il nemico preferibilmente nelle istituzioni, in particolar modo nell’esercito, e ripone la causa dello spirito aggressivo nell’influenza nefasta che esse hanno sulle coscienze. Ciò che manca o che è debole, nel pacifismo radicale, a causa del suo impianto individualistico, è la disponibilità al confronto e soprattutto la giusta considerazione del valore delle istituzioni, della loro capacità, almeno potenziale, di garantire il cittadino dinanzi al privilegio e di fornirgli strumenti di diritto per il perseguimento della giustizia e dell’uguaglianza. Ecco perché esso è stato sempre un pacifismo elitario, capace di svegliare le coscienze ma incapace di mordere realmente sulle cause che generano i conflitti interni ed esterni alla società. Il principio della tolleranza è senza dubbio necessario a dar fondamento ad una società pacifica, ma esso va coniugato con una militanza che miri a tenere al servizio della pace le istituzioni.
E questo, appunto, il principio del pacifismo democratico. Secondo la formula ideologica che gli dettero, al suo nascere, i giacobini, esso identifica la causa delle guerre con le tirannidi, e la fondazione della pace con l’esercizio effettivo della sovranità popolare. I popoli amano la pace – ecco il dogma democratico – in quanto il lavoro, la prosperità, la libertà coincidono con i loro interessi, mentre la guerra produce sprechi, rovine, servitù militari. Bastarono i plebisciti per Napoleone a dimostrare quanto fosse ingenuo il dogma giacobino. E tuttavia l’idea che un popolo, una volta che gli siano assicurati gli strumenti formali della sovranità, rifugga naturalmente dalle guerre, ha avuto vita lunga. Nel primo dopoguerra esso ebbe una splendida riviviscenza con la dottrina di Wilson che tenne a battesimo la Società delle Nazioni. Ma fu proprio nella più democratica delle repubbliche, nata dalle rovine dell’Impero tedesco, quella di Weimar, che prosperò e trionfò, col rispetto delle regole, il nazismo. Ed oggi noi siamo qui a constatare che, per sventura di tutti, un paese di sicura democrazia formale come gli USA ha ridotto la Statua della Libertà, che fu il suo simbolo, ad un malinconico pezzo da museo. La pace poggiata sulla volontà dei popoli ha un ben fragile fondamento! Il limite della ideologia democratica è che essa chiama in causa il popolo senza tener conto delle forze che nel suo seno si contrastano e lo frantumano piegandolo alla loro logica.
La risposta più razionale alla questione della pace sembrava averla data il pacifismo socialista. L’internazionalismo operaio è senza dubbio l’utopia pacifista più straordinaria che sia nata nel mondo moderno. Il suo strumento di lotta, lo sciopero, è stato ed è un’arma non violenta, che ha modificato dall’interno tutti i rapporti sociali. Ma ognuno sa che esso non è stato in grado di arrestare nessuna delle due guerre mondiali: anche quando è stato indetto, lo «sciopero per la pace» non ha mai funzionato. Lenin ha aggior-nato la dottrina marxista della guerra, dimostrando che essa è strutturalmente connessa alla società capitalistica e che perciò vivrà e morirà con questa. La sua razionalità è nel fatto di portare al limite l’inevitabile crisi del capitalismo e di preparare così il suo capovolgimento: la rivoluzione. È quanto avvenne, per suo merito, in Russia. Ma la sua tesi, smentita per due volte, era che una guerra mondiale avrebbe dovuto generare una rivoluzione mondiale.
La crisi del pacifismo socialista si è aggravata in questi ultimi tempi, provocando un collasso estremo nella nostra cultura. I suoi segni sono di due ordini. Là dove si ritiene di aver già realizzato il socialismo, non solo si è messo in piedi un apparato di resistenza militare che uguaglia quello delle potenze capitalistiche (e in questo, chi condivide la critica socialista all’imperialismo del capitale, potrebbe anche vedere un dato provvidenziale) ma ha mutuato in pieno la cultura borghese della repressione. Tra gli stessi paesi socialisti, o quanto meno liberi dalla logica del capitale, c’è attualmente lo stato di all’erta: segno, per molti, che le cause della guerra non sono riducibili all’economia di mercato.
Ma la crisi deriva anche dal fatto che la spiegazione leninista è contraddetta almeno da due dati oggi emergenti: i movimenti pacifisti all’interno del mondo capitalistico e l’ingresso in scena dei Paesi ex coloniali in lotta per la loro liberazione. Per Lenin tutte le potenze capitalistiche si equivalevano, dalla Russia zarista all’Inghilterra parlamentare. Per quanto duttile, il suo pensiero era ancora succube dello schematismo economicistico. Non solo, ma quello che noi chiamiamo Terzo Mondo era per lui soltanto una appendice del mondo capitalista, una specie di immensa retroguardia del proletariato occidentale. Dinanzi ad uno scenario storico così imprevisto qual è quello odierno, l’ideologia socialista appare ormai inadeguata a dar fondamento ad un pacifismo all’altezza delle necessità. Essa sconta fino in fondo il lato positivistico della sua origine che l’ha tenuta subalterna all’ideologia borghese. Non è forse una tesi di Marx e di Lenin che il proletariato è il naturale erede della cultura della borghesia, che è intimamente cultura di violenza? Niente di strano che ben poco sia rimasto oggi, in occidente, del pacifismo proletario. Non è forse vero, ad esempio, che, stretti nel cappio delle necessità del sistema, gli operai prestano oggi la forza lavoro anche nell’immenso apparato che, in Italia come in tutto il mondo industriale, produce armi da esportare nei paesi del Terzo Mondo per dar forza ai regimi oppressivi? Marx ed Engels non si sarebbero forse scandalizzati, dato che per loto la pace sarebbe stata il risultato di una rivoluzione mondiale che, dandosi la necessità, avrebbe potuto anche far uso della violenza delle armi. Ma che senso ha oggi parlare di rivoluzione armata, quando le classi dominanti del sistema imperialistico hanno in mano le armi atomiche?
 
4. Tutto dunque sembrerebbe perduto: da una parte il riaccendersi dell’antagonismo tra i due blocchi maggiori, prigionieri della logica del sorpasso nel potenziale distruttivo, dall’altra un movimento di coscienze disarmate che spesso sembra dibattersi ancora nelle maglie di un pacifismo messo fuori corso dalla storia. La storia parla nei fatti. La patria della prima democrazia borghese e la patria della prima democrazia proletaria sono ormai due fortezze armate che rischiano di esplodere; in mezzo, l’Europa di Erasmo, di Robespierre, di Marx divenuta, come l’Italia tra Francesco I e Carlo V, terra calpestata, anzi traforata per i futuri confronti tra le due fortezze; al Sud del pianeta, in stato di allarme, i popoli per i quali la crescita militare delle due superpotenze significa soltanto miseria e fame. Nessuno, venti an-ni fa, avrebbe potuto immaginare uno scenario così apocalittico. È lo scenario del terrore, punto di approdo di una civiltà che fin dalle origini ha scelto non il rifiuto della violenza ma la sua disciplina razionale.
Prende senso, in simile contesto, un fenomeno su cui vorrei fermare la vostra attenzione: il fenomeno della progressiva disgregazione di quella razionalità che fino ad oggi era riuscita a dare cornice e coesione interna al nostro sistema di civiltà. Esso ha a che fare con l’equilibrio e lo squilibrio del terrore.
In un serio rapporto preparato e pubblicato dall’ONU nel 1977 è detto testualmente che ormai l’unica via secondo ragione sarebbe quella di non costruire più armi atomiche e di distruggere quelle esistenti. Come dire, dunque, che al momento attuale le relazioni internazionali si muovono senza nessun supporto di ragione, nella pura follia. Coloro che, in nome del realismo, ritengono che comunque l’equilibrio del terrore, appunto perché equilibrio, è sufficiente a scongiurare la guerra, riflettano su quanto è avvenuto in questi ultimi anni. L’equilibrio del terrore si basava su di un presupposto: che cioè ciascuna delle due superpotenze fosse in grado di rispondere all’attacco dell’altra. La parità: ecco il residuo della ragione sopravvissuto nel cuore del Terrore! Ma la tecnologia della distruzione, che ha al suo soldo uno sterminato esercito di scienziati e di tecnici, ha compiuto, per fecondità interna, nuovi balzi prodigiosi che han finito col distruggere quest’ultimo residuo della ragione. La precisione degli ordigni atomici nel colpire il bersaglio è tale che la potenza attaccante può, in un sol colpo, immobilizzare l’intero apparato missilistico di quella avversaria, in modo da rendere impossibile la risposta. Tutto dipende quindi dalla condizione di superiorità dell’una sull’altra. La logica dell’equilibrio tra l’attacco e la risposta è dunque finita. I rifugi antinucleari – buon prò per l’Italia – sono ormai del tutto inutili, non essendo più pensabile un preavviso di 10-15 minuti. La guerra comincerà e finirà con una prima salve: un lampo e il genocidio sarà compiuto. E finirà così l’età del bipolarismo e cioè l’età della parità nella deterrenza. L’unica garanzia di pace nel mondo è l’unipolarismo e cioè l’egemonia di una sola potenza su tutto il pianeta: un’ipotesi assolutamente inaccettabile e impraticabile. Inaccettabile per evidenti ragioni morali e impraticabile per un’altra ragione. Secondo un’immagine di Einstein, l’equilibrio del terrore è come due scorpioni in una bottiglia: l’uno risparmia l’altro per timore di restare ucciso. Ma oggi nella bottiglia ci sono 15 scorpioni, quanti sono gli Stati dotati di armamenti atomici.
L’immagine degli scorpioni è proprio adatta ad aprire, per via suggestiva, la riflessione cui sopra accennavo, sulla crescente irrazionalità del nostro costume sociale. Il contenimento dell’ipotesi guerra dentro i limiti della ragione non ha mai avuto un riscontro effettivo nella realtà delle cose ma, se non altro come progetto pubblico, ha reso onore alla natura razionale dell’uomo, salvandolo dal cinismo. Esso ha agito come presupposto fondamentale dell’intera articolazione della vita associata, che ne derivava una certa razionalità: i rapporti tra i cittadini dovevano ispirarsi alle regole della pace e della collaborazione. La civiltà della guerra è stata, insomma, fino ad oggi, a suo modo, anche la civiltà della ragione, dentro la quale tutte le dialettiche, anche quella tra borghesia e proletariato, erano possibili. Ma, superata la soglia atomica, la violenza è uscita fuori dei limiti della ragione e ha messo allo scoperto la sua parentela con l’istinto di morte. Quando la violenza esce fuori dell’orbita della ragione partorisce il terrore. Troppo poco, in questi anni, si è insistito sulla simmetria, non solo terminologica, tra il terrorismo dal basso, che vuol mutare il sistema attraverso l’uso del crimine, e il terrorismo dall’alto, che mette in conto, a ciglio asciutto, anche l’ipotesi dell’uso della bomba al neutrone. La morsa dei due terrori stringe il corpo sociale e vi suscita la violenza endemica e, più generalmente, quella che vorrei chiamare la cultura del cinismo. Il clima morale di cui ogni democrazia vive, e cioè la fiducia dell’uomo nell’uomo, è in rapido deterioramento.
Ma la democrazia sta morendo anche per un’altra ragione, e cioè per lo svuotamento sostanziale della sovranità popolare. E sempre stato riconosciuto che il diritto, tolto il quale la sovranità viene meno, è quello di decidere tra pace e guerra. Oltrepassata la soglia atomica, questa decisione viene di necessità sottratta ai popoli e ai parlamenti. Secondo un accordo preso dalla NATO in una sua riunione ad Atene nel 1962, tocca al presidente degli USA decidere in un batter d’occhio di toccare o meno il bottone da cui potrebbe derivare la conflagrazione del mondo. La democrazia, dunque, è già finita. Gli appelli reiterati alle nuove forme di partecipazione, rese possibili dal decentramento dello Stato, fanno da copertura ad una radicale espropriazione di potere, non solo del popolo nei confronti del nostro Stato, ma del nostro Stato nei confronti della remota e incontrollabile monarchia collegiale da cui dipende il suo destino.
La relativa inerzia delle masse nasce anche da questa percezione che, per una necessità tecnica contro cui non ci sono argomenti, il potere per eccellenza è passato ormai in mani irraggiungibili: l’alternativa tra vita e morte non rientra più nella coscienza e nel potere del cittadino ex-sovrano. Nell’area sovietica questa passività fatalistica è il prodotto fisiologico di una burocrazia da cui scende ogni informazione, ogni indicazione strategica, ogni decisione. Nell’area occidentale la passività, invece, è accuratamente allevata da un uso appropriato degli strumenti di informazione di massa. Poco importa osservare che, però, nel nostro mondo, sono possibili le marce e le manifestazioni come quella di oggi: basta il controllo legale dei mass media per tener saldo il consenso alla linea dominante. È la tecnica dell’occultamento ideologico della verità delle cose. Solo chi gode, come noi qui raccolti, del privilegio di informazioni multiple e dell’attitudine al dubbio metodico può ritenersi immune dal contagio dei circuiti elettronici di cui si serve il Principe per trasformare la sua verità in verità ufficiale. Inutile attendersi, per esempio, dalla nostra Rai-TV che spieghi al popolo perché tra la decisione missilistica della NATO a Bruxelles e la decisione governativa di installare i missili a Comiso non c’è stato, come avrebbe dovuto esserci, il rispetto della clausola dell’approvazione del SALT 2 da parte del Congresso Americano. O che spieghi il dramma economico-militare della Russia, che deve in un sol tempo provvedere a quattro «parità» militari: con gli USA, con l’Europa, con la Cina e col Giappone. O perché si installino proprio a Comiso dei missili che hanno una gittata di 2.000 km, o al massimo 3.000, e cioè di un raggio di azione che lambisce appena il territorio sovietico, mentre copre la Libia, l’Egitto e il Medioriente.
Questa scaltra utilizzazione dello strumento informativo riesce, oltretutto, a coprire il vuoto di potere decisionale nelle nostre sfere governative e a far passare come orientata alla pace una strategia disegnata in un palazzo imperiale che ha nel contempo al suo attivo ben precisi crimini di manomissione dell’autonomia dei popoli. E soprattutto riesce a nascondere che la corsa al riarmo è già, di per sé, una guerra guerreggiata che produce, alle nostre spalle, milioni di morti per fame. Nel linguaggio informativo dominante si continua a ragionare di guerra e di pace con i medesimi termini di ieri, si opera cioè per l’incultura perché si lascia in ombra il dato nuovo che, oggi, una guerra tra i blocchi non può essere seriamente pensata se non in termini di genocidio. In occidente, la rapida simbiosi stabilitasi tra il militarismo e l’apparato industriale ha disciolto il nodo che stringeva i progetti di guerra alle ragioni patriottiche o ideologiche e li sta trasformando in deliranti ma lucidi teoremi dove la guerra appare non più come mezzo ma come un fine a sé, il cui corrispettivo economico sono l’incentivo al profitto e l’inflazione e il cui corrispettivo ideologico non è nemmeno l’odium generis humani, è la pura e semplice insignificanza dell’uomo. Come previde Einstein, l’uomo atomico prepara il totale capovolgimento evolutivo, il ritorno dell’uomo con la clava.
 
5. Ed eccoci così alla questione di fondo. Si avverte, sempre meno confusamente, che se ci sarà una reazione all’altezza dell’estremo discrimine in cui siamo, essa non potrà essere più la proposta dei pacifismi tradizionali, per preziosa che sia la loro eredità, ma un mutamento culturale (la mutazione di cui sopra dicevo) che metta fine, una volta per sempre, all’età neolitica, tanto per usare un’espressione cara a Teilhard de Chardin, o alla preistoria, come diceva Marx. Io sono tra coloro che nelle nuove manifestazioni pacifiste vedono farsi strada una richiesta di cambiamento, non dico della politica, ma dei termini fondamentali della presenza dell’uomo alla storia e al mondo, e cioè la richiesta del passaggio da una civiltà che aveva assunto la competizione come molla del suo stesso sviluppo ad una civiltà che, rimettendo in questione l’ideologia del progresso che sta alla base della sua buona coscienza, ponga la sua radice nell’altra valenza dell’uomo, rimasta fino ad oggi marginale, consolatoria e comunque inefficace: quella dell’apertura dell’uomo all’uomo come condizione del proprio essere, della collaborazione come condizione del proprio sviluppo, della solidarietà con l’intera specie come condizione del suo essere persona.
Qualcuno potrebbe farmi un cenno per avvertirmi che, a questo punto, il viso pallido di Machiavelli sorride. Ma è proprio vero? Machiavelli non è solo lo spietato osservatore della realtà dell’uomo e degli imprevedibili giochi della «fortuna», è anche l’umanista che fa affidamento, invece che sulla provvidenza o sul caso, sulla «virtù», che nel suo linguaggio vuol dire capacità di far fronte in modo efficace agli imprevisti. Anche oggi, come allora, il realismo disgiunto dalla fiducia nella «virtù» (quello guicciardiniano, per intenderci) è condannato alla disperazione. Ne ha dato un sintomo agghiacciante Frederic Skinner che, giorni fa, dichiarava ormai prossima la morte del mondo. «Non c’è più tempo… La nostra specie si è sempre retta sulla capacità di reagire ai fatti contingenti. Ma l’accelerazione del nostro tempo è tale che biologicamente non ce la facciamo più a modificarci, anche se tutti fossimo persuasi di doverlo fare. Dire che in passato abbiamo sempre risol-to tutto è come dire a un moribondo che è sempre guarito dalle malattie precedenti. Il mondo potrebbe essere malato senza speranza» (Intervista a «la Repubblica», 4-11-1981). Ecco come il positivismo, un tempo ideologia del progresso, sta cedendo le armi dinanzi all’ideologia della morte. Il dogma che sta dietro questa ideologia (un dogma contro cui già insorse Marx in una delle sue tesi su Feuerbach) è che, uso ancora le parole di Skinner, «non sono gli uomini a fare il mondo ma il mondo a fare gli uomini». Dico subito che anche per me il calcolo delle probabilità è dalla parte di Skinner. Mi rendo perfettamente conto che le previsioni del futuro sono di morte, se vengono condotte sulla pura e semplice proiezione del presente, e se non vengono intercettate da un’istanza di altra natura che non può essere dimostrata ma creduta con fede morale: la capacità dell’uomo di riprendersi in mano la propria storia. Insomma, la «virtù» del Machiavelli. So bene che il pacifismo avrebbe un carattere ludico e perciò, in tempi come questi, seriamente indecente se non fosse una risposta morale completamente consapevole delle sue implicazioni, senza concessione alcuna all’idealismo politico o religioso. Svolte fino in fondo, queste implicazioni arrivano a prefigurare una nuova condizione antropologica, quella dell’uomo di pace, non calato dal cielo profetico delle Beatitudini, ma emerso dalle maglie evolutive della specie, in obbedienza al suo principio primo, quello di non morire. Se ne rendeva conto, giorni fa, anche Francesco Alberoni, sia pure con quel linguaggio disimpegnato che pare convenga ai sociologi: «Un movimento pacifista, oggi, non può essere che pacifista fino in fondo, non violento fino in fondo. Deve rinunciare a distinguere fra armi buone ed armi cattive, fra guerre giuste e guerre ingiuste. Un movimento pacifista, oggi, deve produrre un mutamento interiore, un rifiuto totale della violenza e tradursi in comportamenti politici dove non c’è alcuna indulgenza verso i violenti anche se hanno ragione». («Corriere della Sera», 27-10-1981).
Una parola, infatti, ricorre sempre di più in questi ultimi mesi: cultura della pace. La parola è giusta purché si dia al termine cultura il senso forte che ha acquistato per merito degli studiosi di antropologia: «cultura della pace», come c’è stata «cultura dell’età paleolitica» o quella dell’età neolitica.
E vero, il tempo è breve, così breve che è già un grave obbligo adoperarsi perché non sia accorciato. Ed è questo che noi chiediamo alla politica. Sarebbe già molto che, in attesa che la mutazione antropologica si svolga secondo i suoi ritmi, i partiti e i governi riuscissero ad impedire che la Terra sia distrutta. Non sarebbe giusto infatti pretendere che chi ha responsabilità del governo politico si faccia carico totalmente della richiesta che ho illu-strato. Essa chiama in causa la società in tutte le sue articolazioni organiche, anzi – non dovremmo aver paura a riconoscerlo – chiama in causa primariamente le singole coscienze. Difatti, alla base della cultura della pace c’è una virtù che non può essere insegnata: è la fede dell’uomo nell’uomo e, in generale, la fede dell’uomo nelle risorse della sua specie, rimaste represse e mortificate dalla gelida stagione del cinismo morale. Non si obietti che questa fede nell’uomo non è in regola con i rigori della ragione, perché è appunto questa ragione che sotto le forme del rigore a nient’altro è intenta se non a codificare l’esistente e a proiettarne le forme nel futuro, è proprio questa ragione il primo bersaglio della fede morale. D’altronde anche questa ragione cinica ha le sue forme di fede, quella, ad esempio, di cui danno prova Reagan ed Haig quando propongono come seria l’ipotesi di una guer-ra al neutrone regionale e controllata!
Ma poi la fede morale che io pongo, insieme a due miei maestri, Teilhard de Chardin e Karl Jaspers, a fondamento della civiltà della pace, non è più un semplice postulato. Essa ha già dalla sua parte alcuni processi in corso, il cui senso unitario si svela solo se essa viene assunta come loro punto di riferimento e di sintesi. Si tratta di processi che stanno battendo in breccia, anno dopo anno, le premesse antropologiche della civiltà della guerra, dalla quale vivi o morti dovremo pur uscire!
La prima di queste premesse è che l’uomo sia per natura aggressivo, di quell’aggressività distruttiva che noi chiamiamo violenza. Le ricerche antropologiche ci hanno condotto ad un punto in cui non ha più senso dire che l’uomo è per natura pacifico o che l’uomo è per natura violento. La natura dell’uomo è nel suo farsi, è cioè nella sua cultura. Come dire che l’uomo è così come si fa. Insomma, una cultura della pace non contraddice a nessun dato irreformabile, scritto nei cieli o sulla terra. Osserviamo cosa avviene nella società cresciuta all’ombra del fungo atomico.
Per la prima volta nella sua storia la specie umana è fisicamente come un individuo solo, secondo la suggestiva immagine di Pascal: un individuo con la coscienza ancora dispersa e frazionata nel suo organismo, ma con strutture fisiche e psichiche già pronte perché avvenga l’unificazione soggettiva. Le barriere Est/Ovest e, più ancora, quella Nord/Sud, sono sempre più intollerabili: chi le tollera è un ominide il cui sottosviluppo è insieme intellettuale e morale. Se trionferanno gli ominidi, il tempo della fine è già segnato, perché la loro egemonia è diventata impossibile. Infatti si è finalmente scoperto che il colosso della civiltà della tecnica ha i piedi di argilla. Il Sud lo sa e quando lo schiavo si accorge che il padrone non sarebbe padrone se lui non fosse schiavo, il tempo del padrone è finito, ed è finita la sua cultura. Il padrone può morire come Sansone o può morire di tranquilla morte naturale. Noi lottiamo per questa seconda ipotesi e la storia forse ci sta aiutando.
Il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente fisico non può più essere quello che è stato, non lo può più per ragioni fisiche. L’ideologia dello sfruttamento illimitato della natura si capovolge ormai contro i suoi fautori. Già si sta riscoprendo e propugnando un nuovo rapporto con la natura che non è quello alienante del romanticismo, è un rapporto che già cammina verso l’utopia marxiana dell’uomo naturalizzato e della natura umanizzata. La pas-sione ecologica è un capitolo importante della cultura della pace.
Si diffonde la presa di coscienza che uno dei luoghi di riproduzione (è proprio il caso di dirlo) della violenza è il modo storico in cui si è determinato il rapporto uomo-donna, tanto nell’esercizio della sessualità quanto nel dispiegamento sociale e culturale della sua bipolarità. L’emancipazione femminile, con il connesso mutamento del senso della sessualità, segna potenzialmente un salto qualitativo nella stessa soggettività umana. L’altra metà del cielo, anzi l’altra metà della Terra, a partire dall’età neolitica, è stata mantenuta con violenza al di fuori degli spazi in cui si crea la storia: l’uomo del neolitico è un uomo dimidiato e proprio per questo violento. L’emancipazione femminile è potenzialmente un altro capitolo della cultura della pace.
Sono passati dieci anni da quando il rapporto Faure, condensando un’indagine commissionata dall’UNESCO, riconosceva che la crisi della scuola era un dato evidente in ogni parte del mondo e osava affermare che, alla radice di questa crisi, c’era una mutazione antropologica. Noi abbiamo la pretesa di sapere di che mutazione si tratti. La scuola, nelle forme e nei modi che le sono stati assegnati dalla rivoluzione borghese e che nei paesi dell’Est europeo appaiono aggravati, è sempre stata l’apparato ideologico destinato a procurare consensi al potere costituito o quanto meno alle classi dominanti. Le classi dominanti, per definizione guardano al mondo con l’occhio del dominio e cioè con l’occhio del «particulare»: la loro universalità comporta la schiavitù degli altri. Ma nell’età planetaria le barriere sono cadute, almeno nell’orizzonte conoscitivo. L’unica cultura in grado di provocare un’eco veramente umana nelle coscienze è la cultura planetaria, che non potrà essere se non una cultura di pace. Le scuole, come sono, fungono, in larga mi-sura, da luoghi di riproduzione della violenza, nel senso che coltivano una memoria storica particolaristica, funzionale al dominio. La cultura planetaria già nasce contrassegnando, per contrasto, l’arcaicità della cultura scolastica e condannandola alla stanchezza o al qualunquismo. Non ci potrà essere più una vera scuola che non sia una scuola della pace.
Le istituzioni politiche vivono ancora della spinta originaria che dette vita allo Stato, e cioè, secondo la definizione di Weber, al monopolio pubblico della violenza. Nei modi concreti del loro funzionamento ed in contrasto col loro principio formale, esse sono coetanee alla civiltà della guerra, cioè al passaggio dal bellum omnium contra omnes, alla guerra come iniziativa del pubblico potere. Divenuta impossibile la guerra, anche le istituzioni devono mutare natura, sotto pena di perdere sempre più di significato per la co-scienza del corpo sociale. Stretti tra la logica della lotta per il potere e quella della coscienza del corpo sociale, i partiti scontano di anno in anno questa loro ambivalenza. Il realismo politico li spoglia ormai di dignità e di efficacia. Essi non possono ritrovare un senso che immergendo le loro radici nei movimenti della coscienza, agitata dai problemi universali della nuova congiuntura. E già avviene, come in Olanda o come in Inghilterra, che l’obiezione di coscienza rientri nei programmi delle grandi formazioni partitiche o addirittura dei governi.
Ma il fenomeno forse più rilevante, che dà conforto alla fede nell’uomo, è la nuova dialettica che si è aperta all’interno delle grandi religioni.
Dirò in breve, al riguardo, la mia convinzione, limitandomi, e non solo per brevità, al cristianesimo, dopo aver notato che qualcosa di analogo sta avvenendo in tutte le grandi religioni, le quali non per nulla hanno dato vita, fin dal 1970, ad una conferenza per la pace in cui periodicamente confrontarsi col problema di fondo del genere umano. La soglia atomica, come ho detto, in quanto crinale tra morte e vita del genere umano, è di sua natura il luogo evolutivo di una mutazione. Se l’alternativa della vita trionferà, essa non potrà essere che nel senso di una composizione unitaria del genere umano. Il che significa che tutto ciò che è nato e cresciuto con i segni del «particulare» potrà sopravvivere solo se saprà accettare le nuove misure di universalità concreta. Come le altre religioni, il cristianesimo non potrà non apparire (e già appare) come il patrimonio di una porzione del genere umano. La sua storia, nel bene e nel male, si confonde con quella dell’occidente. L’attuale congiuntura agisce come un pungolo mortale su questa sua forma storica, un pungolo che sgretola quel che è connesso alla relatività storico-geografica e, nello stesso tempo, fa emergere il suo nucleo profetico, rimasto imprigionato finora nel suo involucro religioso. La profezia cristiana ha questo di proprio e forse di esclusivo: che è una profezia messianìca, investe cioè la totalità delle speranze degne dell’uomo, prima fra tutte la speranza della pace. In questo senso il cristianesimo trabocca dai confini religiosi e si commisura, senza sforzi, sulla qualità laica della storia. Chi non è interno al mondo cristiano difficilmente potrà rendersi conto della grande mutazione in corso, velata dal sopravvivere, anzi dalla ripresa di vigore delle sue vecchie istituzioni. In realtà, non solo il cristianesimo cattolico ma anche quello delle altre confessioni che fanno capo al Consiglio Ecumenico delle Chiese sta spostando l’asse della propria vita interna o della propria missione storica dagli spazi religiosi a quelli antropologici, dove hanno rilievo decisivo la giustizia e la pace. Su queste frontiere l’ecumenismo è già in atto. Morendo alle sue terribili stagioni di complicità con le guerre, il cristianesimo di ogni confessione mette in evidenza la sua indole di fondo, che è la passione per l’uomo del futuro. Le chiese intuiscono che la transizione alla civiltà della pace è come un appuntamento storico che Dio ha loro fissato e su cui le giudicherà. Una chiesa veramente evangelica è come un’obiezione di coscienza piantata da Dio nella carne viva del mondo. Lo abbiamo visto anche in questi mesi: le chiese, perfino nei loro vertici istituzionali che sono più tardi a muoversi e che d’altronde hanno ancora un pesante conto da pagare alla civiltà della pace, si sentono sospinte sulle trincee dove si prepara la guerra per pronunciarvi il loro no. Secondo alcuni, è già matura la stagione per un concilio ecumenico in cui le chiese si ritrovino non per lanciare un nuovo messaggio al mondo ma per assumersi, nei modi loro propri e con tutte le conseguenze, la responsabilità della sopravvivenza del mondo e, in positivo, dell’avvento della civiltà della pace. L’urgenza di questo concilio nasce anche dal fatto che «il tempo è breve»: lo dice la Scrittura e lo dicono gli scienziati.
Nella copertina del «Bollettino degli scienziati atomici americani» c’è disegnato un orologio le cui lancette segnano pochi minuti prima di mezzanotte, l’ora fatale. Le lancette in questi mesi, hanno fatto alcuni scatti avanti. È nei minuti che ci restano che deve assumere vigore e capacità d’incidenza la transizione alla civiltà della pace.
Noi siamo tra quelli che hanno fretta. Per questo vi abbiamo invitato.