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«Regionalismo differenziato» e «secessione dei ricchi»

«Regionalismo differenziato» e «secessione dei ricchi»

di Vannino Chiti

 

La riforma istituzionale che sta avanzando silenziosamente con il progetto di autonomia di tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) è stata ribattezzata come «secessione dei ricchi» perché tali regioni sono il polmone economico del Paese. Per come esso viene configurato, il progetto è pericoloso, perché trasferirebbe alla competenza regionale settori e attribuzioni importanti che sono al momento sotto il controllo nazionale, dividendo ulteriormente il Paese, già fortemente squilibrato fra regioni ricche e regioni povere, fra Nord e Sud, e rischiando di minare alla base la sua stessa coesione. Occorre, invece, una riforma ampia (secondo un’idea condivisa) che affronti la questione del riordino della materia in chiave federalista e all’interno del quadro europeo.

 

Di soppiatto e senza squilli di tromba

Ritorna in campo anche se di soppiatto e senza squilli di tromba un disegno di riforma delle istituzioni. È non solo disordinato e confuso, come spesso accade in Italia, ma anche pericoloso. Trovo giusta la definizione che ne è stata data, quella di una «secessione dei ricchi». Il progetto ad ora ha coinvolto tre regioni: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Gli approcci sono diversi ma, gli uni e gli altri, seppure con motivazioni di qualità diversa, produrrebbero esiti non condivisibili. È vero che l’Emilia Romagna rispetto alle risorse da avere a disposizione chiede di disporre di quelle che lo Stato centrale già impiega per i settori che sarebbero trasferiti alla competenza delle regioni. Non è una differenza da poco rispetto a Lombardia e Veneto, che pretendono, dopo un periodo breve in cui resterà un’invarianza di risorse, di trattenere gran parte delle imposte riscosse nei loro territori. La solidarietà, base della coesione di un Paese, verrebbe meno e non riguarderebbe solo i rapporti tra Nord e Sud, ma accentuerebbe divisioni profonde e molteplici all’interno delle stesse aree settentrionali e con le regioni del centro.

È la linea della Lega di Salvini, anche se mostra qualche incoerenza con gli assi fondamentali del suo disegno politico: da un lato il sovranismo reazionario, il nuovo fascismo del XXI secolo, dall’altro la distruzione dell’unità nazionale e il ritorno agli staterelli dell’Ottocento, prima del Risorgimento democratico.

Tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vi sono invece convergenze nella richiesta di avere non più solo l’organizzazione della sanità e del diritto allo studio, ma la programmazione della formazione, degli indirizzi scolastici, delle specializzazioni sanitarie, il trattamento economico del personale. Si può fingere di non vedere, a seconda delle appartenenze politiche: è la via, tante volte seguita, di non condurre mai una battaglia degna di questo nome. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi. Attenuare il danno o utilizzare un po’ di anestesia per rendere meno acuto il dolore ha portato spesso in tutto l’Occidente le forze progressiste e democratiche a sconfitte drammatiche.

Quello che è in gioco sono i diritti di uguaglianza tra cittadini italiani, sanciti dalla Costituzione. Non vi sono alternative: o si conduce un’iniziativa forte e decisa per impedire un vulnus che incrinerebbe la cittadinanza democratica, oppure si è subalterni e in qualche modo se ne diventa politicamente complici. Non si può lasciare questo compito esclusivamente ai cittadini del Mezzogiorno o delle aree più deboli: sarebbe catalogato come voglia di assistenzialismo e rimosso. Non nego certo che in varie realtà del nostro Paese vi siano sprechi e inefficienze: non sono solo al Sud e dovunque devono essere superati. In questo caso tuttavia non si è di fronte a uno scontro tra assistenzialismo ed efficienza, ma tra salvaguardia, per tutti gli italiani, dei diritti fondamentali di cittadinanza e la loro sostituzione con una gerarchia di prestazioni socioculturali a seconda che si viva in territori più ricchi, meno fortunati oppure che si sia addirittura migranti, cioè nuovi cittadini, ma di serie C.

 

Trovare un’altra strada

È poi chiaramente antidemocratica la procedura fissata per approvare le intese Stato-regioni. Il Parlamento è di fatto esautorato: potrà approvarle o respingerle, ma non modificarle con emendamenti. Una volta che siano approvate non sono sottoponibili a referendum e la loro attuazione passa a commissioni miste Governo-regioni interessate, con queste ultime che avranno praticamente un potere di veto. Le riforme istituzionali in Italia non sono un’invenzione, ma una necessità. Questa però non è la via. Bisogna che sia sconfitta. Di riforme si parla da almeno trent’anni: una ragione per non andare avanti a testa bassa, ma per fare un tagliando che metta a fuoco i cambiamenti da introdurre oggi nelle istituzioni della democrazia.

Il primo motivo che richiede un riorientamento riguarda la prospettiva europea. La priorità è la costruzione di una democrazia federale: gli Stati Uniti d’Europa. Senza realizzare una sovranità e una cittadinanza europee, nell’epoca della globalizzazione, la democrazia nei confini degli stati nazione si impoverirebbe fino a ridursi a poco più di una forma. Politica estera, di sicurezza, difesa, grandi scelte ecologiche e di sviluppo, riequilibrio tra cittadini e territori rientrano nelle competenze di un governo federale: all’interno di questo quadro occorre precisare le responsabilità che spettano agli stati nazionali e i punti cardine di una loro riorganizzazione interna. Tanto più è necessario rimettere a fuoco l’insieme delle prospettive dal momento che per una fase ci si muoverà in un percorso fatto di gradualità. È evidente per me la necessità di valorizzare le città, nel loro ruolo di governo amministrativo, di individuare ambiti e funzioni dell’ente intermedio, di attribuire alle regioni quelle competenze che possano essere portate avanti in modo più efficace che dallo Stato centrale. Le regioni possono dar vita ad accordi di programma, associarsi, in Italia e con istituzioni europee, per affrontare temi complessi loro affidati, non certo riconfigurarsi come una pluralità di staterelli, fuori dall’attualità storica. In Italia, in questi anni, ci si è misurati con le istituzioni in modo approssimativo e talora confuso, passando come un pendolo da un federalismo annunciato a un centralismo ben più praticato. Le istituzioni, come la Costituzione, rappresentano un riferimento comune, non una proprietà di chi vince le elezioni. Sarebbe opportuno aprire prima di tutto un confronto con i cittadini italiani, sollecitando l’apporto di sindacati, organizzazioni della società civile, università, mondo della cultura, forze politiche non solo di maggioranza. Le istituzioni non possono essere smontate e rimesse insieme a pezzi, quasi si trattasse del vestito di Arlecchino: bisogna avere un progetto unitario e condiviso.

 

Un progetto unitario e condiviso

Si dovrebbe partire dai comuni, anche qui con lo sguardo a ciò che si è fatto in tan ti paesi europei. La strada da seguire è quella di comuni metropolitani, sufficientemente grandi e forti da far fronte ai loro compiti amministrativi, non rinunciando alla partecipazione dei cittadini. La loro articolazione in municipalità, all’interno del Comune più ampio, consente di non rinunciare a questi due obiettivi essenziali. Non penso che sia da rimettere in discussione l’elezione diretta dei sindaci. Sono però convinto che si debbano ricondurre ai consigli comunali poteri di indirizzo e controllo, che oggi risultano svuotati e rappresentano una pallida memoria di quelli che in passato ne facevano una palestra fondamentale di formazione e di esperienza politica, un luogo di promozione del civismo. Per me non dare all’ente intermedio – si chiami provincia o in altro modo – un fondamento costituzionale non è mai stato un tabù. Ritengo che in ogni Regione, con i comuni che ne fanno parte, si dovrebbero stabilire i compiti e su questa base gli ambiti territoriali dei nuovi enti intermedi. In questo momento l’Italia è l’unica grande nazione europea priva di un ente democratico intermedio. Le provincie hanno un fondamento costituzionale, la loro elezione è indiretta, da parte di sindaci e consiglieri comunali, con una legge elettorale che misura i voti sulla base del peso demografico dei comuni rappresentati; mantengono competenze non irrilevanti, ma non sempre chiaramente definite, su ambiente, scuole di istruzione superiore, viabilità, in più senza risorse minimamente sufficienti. Nello stesso tempo le città metropolitane, per alcuni grandi capoluoghi, non decollano. I presidenti delle regioni sono eletti direttamente dai cittadini. Anche questa, realisticamente, è una scelta irreversibile. Tuttavia, non solo non ha senso ma è un serio vulnus alla democrazia tenere in vita il «simul stabunt, simul cadent». Con l’elezione diretta del presidente, i consigli dovrebbero essere eletti in modo autonomo e non essere costretti a decadere se chi guida il governo della Regione rassegna le sue dimissioni. Questo intreccio sposta sui governi l’equilibrio dei poteri fino a vanificare nella sostanza il normale esercizio delle competenze di controllo che nelle democrazie moderne caratterizzano il ruolo delle assemblee elettive. A livello nazionale, infine, Camera e Senato continuano a dare la fiducia ai governi, caso unico nelle democrazie occidentali; i governi attuano i loro programmi a colpi di decreti legge e con l’imposizione del voto di fiducia per approvarli; i partiti politici sono pressoché inesistenti e la maggioranza di essi – Lega, Movimento Cinque Stelle, Forza Italia – lontani da regole di vita interna trasparenti e democratiche; le leggi elettorali non garantiscono né piena libertà di scelta da parte degli elettori, obbligando ad esprimere con un unico voto il gradimento per i candidati nei collegi uninominali e per quelli nelle liste proporzionali, né contribuiscono a rendere praticabile, in coerenza con la volontà espressa dai cittadini, la formazione di maggioranze parlamentari stabili. Dopo anni di discorsi sui candidati premier, le elezioni del marzo 2018 hanno mostrato come questi nascano da una specie di estrazione del Lotto. Da parte sua la magistratura copre impropriamente spazi lasciati vuoti dalla politica, con una supplenza che non è utile al nostro Paese, né consolida la sua autorevolezza e il suo prestigio. Anzi cala in modo consistente anche la fiducia nella magistratura, con un danno non sottovalutabile per la tenuta dello Stato di diritto.

 

La necessaria riforma del regionalismo

È in questo quadro, a tinte opache, che avanza il federalismo differenziato, aggiungendo a fragilità macroscopiche l’annuncio di nuove, insopportabili divisioni. Negli anni in cui la riforma delle istituzioni era al centro di un confronto pubblico, l’obiettivo e il significato del federalismo differenziato si riferivano ai tempi per assumere alcune competenze, fino a quel momento prerogativa dello Stato centrale. Non erano consentite variazioni che potessero portare ad una babele di impostazioni e di contenuti sui fondamenti della cittadinanza né per le risorse a disposizione. Semplicemente alcune regioni potevano già essere in grado di assumere responsabilità nuove, mentre altre potevano decidere di seguire un iter più lento. Il Parlamento avrebbe in ogni caso dovuto approvare una legge che definisse i livelli minimi essenziali delle politiche sociali, sanitarie, di formazione e istruzione, da assicurare a ogni cittadino italiano. Non è stato fatto.

Non sono convinto che sia sostenibile ancora a lungo l’attuale configurazione del regionalismo italiano. Le regioni a statuto speciale non hanno più il significato che ne aveva consigliato la nascita. Non si tratta certamente di abbassare l’asticella delle loro competenze, bensì di innalzare quella delle altre regioni in campi che, nel quadro della prospettiva europea sottolineata all’inizio di queste mie riflessioni, sono propri delle istituzioni regionali, affrontabili cioè con una maggiore efficienza in questa dimensione.

Restano naturalmente specificità da conservare, di carattere linguistico, culturale e anche dovute ad accordi internazionali, per Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige, ma niente di più. Così secondo me, occorrerebbe muoversi, senza demagogia e senza le solite concessioni ad una propaganda che allontana le persone dalla politica e dalle istituzioni della democrazia. L’indifferenza o la disattenzione continuano a essere un pericolo. Non si è di fronte a un’alternativa tra riforme o conservazione dell’esistente. Esiste una proposta di federalismo differenziato che è portatrice di una rottura del Paese, di una messa in archivio della solidarietà, di divisioni rispetto a diritti, che sono universali. Opposto è un percorso rigoroso di riforma delle istituzioni, ancorato alla Costituzione e coerente con l’orizzonte di una democrazia federale europea.

 

Una (buona) storia da far conoscere ai cittadini di domani

Una (buona) storia da far conoscere ai cittadini di domani

di Samia Kouider

 

Il tema dei diritti legato alla questione dell’immigrazione è centrale nel dibattito contemporaneo non solo in vista della prossima scadenza elettorale, ma per lo stesso destino futuro dell’Europa e il suo ruolo nel mondo, che acquista un significato particolare nel riferimento ad un patrimonio di valori fondati sulla cultura della libertà e sulla disponibilità all’apertura all’altro, da trasmettere e da proporre soprattutto alle nuove generazioni*.

 

 

Piero Meucci. Grazie Giorgio, se ti può confortare, la cancelliera Merkel ha dichiarato a Berlino: «Bisogna costruire una moderna, democratica ed efficiente sovranità in Europa». Un’altra cosa interessante che vorrei segnalare riguarda la sicurezza informatica, che fa parte dei dieci punti essenziali della campagna per l’elezione del Parlamento europeo, visto che, come ci viene ricordato, ogni anno ci sono sei milioni di attacchi informatici con quattromila virus che vengono diffusi in rete. Ma veniamo all’ultimo intervento, di Samia Kouder, laureata in Sociologia, ricercatrice e consulente per i diritti umani e le politiche di contrasto delle discriminazioni e ritorniamo così all’inizio del nostro dibattito. Per introdurla, parto da uno spunto tratto dall’ultimo libro della filosofa Agnes Heller, Paradosso Europa, nel quale ella scrive fondamentalmente che il paradosso dell’Europa sui migranti consiste in questo: dal punto di vista dei diritti umani è un obbligo morale accogliere tutti i migranti, secondo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, recepita a sua volta nel Trattato di Lisbona, ma dal punto di vista dei diritti del cittadino, i cittadini hanno il diritto di decidere con chi vogliono convivere. Questo paradosso si risolve col fatto che l’Europa si basa su valori, su principi che sono quelli della Rivoluzione francese, libertà uguaglianza fraternità, e sono quelli cristiani della fratellanza, ma se questi principi si allentano, ecco che il paradosso viene alla luce e lo constatiamo in tutto ciò che succede riguardo al problema delle migrazioni.

 

La Carta europea dei diritti e la mensa di Lodi

Samia Kouider. Buona sera a tutti. Intervengo, scontando una piccola incongruenza, visto che Severino mi ha raccomandato di proporre un intervento adatto ai ragazzi presenti, molti dei quali se ne stanno andando perché è già piuttosto tardi. È, intendiamoci anche un mea culpa perché ho chiesto di poter parlare per ultima. Pazienza. Torniamo al tema e ai principi legati alla questione della dignità umana e dei diritti fondamentali della persona, che vengono posti al centro del Convegno. Naturalmente parlare dopo tutti gli interventi precedenti è per me complicato, perché molto è già stato detto; io vorrei semplicemente riportare l’attenzione su quello che l’Europa è riuscita a fare in questo senso, nonostante tutti i suoi problemi che sono stati molto ben inquadrati. L’Europa, dopo tanti anni dall’inizio del suo percorso, nel 2000 – quando era ancora l’Europa dei quindici e c’erano ancora moltissime resistenze ad un più avanzato processo unitario – è riuscita a partorire la Carta europea dei diritti fondamentali, per garantire alla persona il diritto alla cittadinanza piena. La Carta, che ho trovato ovviamente sulla Gazzetta ufficiale europea del 2000, in seguito, nel 2007, quindi dopo sette anni, è entrata finalmente a far parte integrante del Trattato di Lisbona ed è quindi valida per tutti gli stati, anche per lo Stato italiano. Molto spesso la gente si dimentica di tutto questo, ma se, riportando l’attenzione sui fatti dei nostri giorni, riandiamo ad esempio all’episodio degli scolari che a Lodi non potevano più andare alla mensa con i loro compagni, vediamo che il TAR ha dato ragione ai genitori dei bambini perché, oltre alla nostra Costituzione, oltre alle nostre leggi nazionali, esiste una legge sovranazionale che dice che tutti sono uguali nei diritti e non ci deve essere nessuna discriminazione.

 

Il monito di un padre

Ho voluto iniziare con una diapositiva[1] che rimanda a due concetti fondamentali: dignità umana e diritto alla vita, espressioni che tutti possiamo capire, anche se quotidianamente siamo sommersi dai discorsi che vorrebbero mettere prima gli uni piuttosto che gli altri o che sostengono che uno abbia più diritto dell’altro, ecc. Anche la Carta europea dei diritti fondamentali, come la nostra Costituzione, all’art. 3 in particolare, dice che la dignità umana è inviolabile e che ogni persona ha diritto alla vita. Quindi, quando restiamo indifferenti di fronte a quello che succede sulle nostre coste e nei nostri mari, dobbiamo ricordarci che ci siamo dati delle regole e che quelle regole, ed i principi a cui esse si ispirano, sono il risultato di un lungo processo della storia. Quando ero bambina e non avevo tanta voglia di studiare – sono stata in un collegio di suore cattoliche francese e l’arabo ho cominciato a studiarlo un po’ più avanti – ricordo che studiare la lingua araba mi risultava molto difficile e molto pesante, ma mio padre continuava a ripetermi «Se tu non sai da dove vieni, non saprai mai dove andare ed è molto importante che tu conosca e studi la lingua dei tuoi avi». Perché vi dico questo? Severino, nella sua introduzione, ha usato giustamente l’immagine del villaggio planetario, ma il mondo non è un villaggio solo oggi, lo è sempre stato; la nostra civiltà è il risultato di tanti incroci di eventi, di tante guerre e di tante sofferenze e arrivare a dire che oggi, soprattutto dal secondo dopoguerra, che il diritto alla vita è un diritto inalienabile e che il diritto alla dignità umana è inalienabile non è un traguardo da dare per scontato. È, bensì il risultato di tutti questi incroci di eventi, di culture e di tutte le sofferenze che, storicamente, i popoli hanno patito. Di recente ho sentito dire in un dibattito in televisione: «Dobbiamo alzare i muri per proteggere la nostra civiltà». Ma non c’è bisogno di muri per una civiltà che è fatta soprattutto di incroci di avvenimenti, di popoli e di culture. La tradizione del Diritto d’asilo La seconda diapositiva, e il secondo tema proposto, riguardano il diritto d’asilo e la protezione dei prigionieri di guerra. Vi racconto una storia, che ripeto ogni tanto, relativa alla nascita ed ai precursori di quello che è oggi il Diritto internazionale umanitario i cui primi testi sono stati ripresi dal riferimento più noto, relativo al Diritto di asilo nella Convenzione di Ginevra. Le tre persone che si vedono nella diapositiva sono: il Premio Nobel per la Pace, del 1901, Jean Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa Internazionale e ideatore delle convenzioni di Ginevra per i diritti umani; l’emiro Abd el-Kader, capo religioso della rivoluzione contro la colonizzazione francese in Algeria, che combatté l’esercito coloniale per tanti anni e che poi, una volta sconfitto, accettò di essere esiliato in Medio Oriente, dove insegnò il Corano a Damasco alla moschea degli Omayyadi; Napoleone III, che, durante la II Guerra di Indipendenza, dopo essere stato sul campo nella Pianura padana nella battaglia di Solferino, in cui morirono centinaia e centinaia di soldati, incontra in Italia il già ricordato Henri Dunant, cittadino svizzero, e accetta la sua proposta di improvvisare un ospedale da campo utilizzando tutti quei prigionieri che avessero conoscenze mediche. Queste tre persone sono all’origine di quella che è oggi la Convenzione internazionale di Ginevra e la legge sul Diritto d’asilo e sulla protezione dei prigionieri di guerra. L’ispiratore è l’emiro el-Kader, che è il precursore del Diritto internazionale umanitario. Durante la sua guerra contro i coloni francesi scrisse – era un uomo che scriveva moltissimo – un documento sul modo di trattare i prigionieri; aveva anche scritto al vescovo di Parigi chiedendo di mandare dei preti per garantire la possibilità di confessarsi per chi ne avesse sentito spiritualmente l’esigenza. Questo suo trattato fu molto apprezzato dall’imperatore Napoleone III, che lo fece conoscere a Henri Dunant. Come conobbe Dunant queste due persone? Henri Durant era un uomo d’affari svizzero, che approfittando delle concessioni che venivano date alle persone che si erano recate in Algeria con l’esercito francese, in analogia con quel che facevano tanti altri coloni, creò un’impresa di mulini nella zona di Sétif. L’impresa andò male e quando sentì che Napoleone III aveva emanato un decreto per dare ai soli cittadini francesi delle terre in Algeria, cercò di incontrarlo, per chiedere la cittadinanza francese e per poter usufruire di questa possibilità. Dove incontrò Napoleone? A Solferino, dove l’imperatore era impegnato in guerra. Fu così che, per una curiosa combinazione della sorte, mosso dalla disperazione per aver fatto dei cattivi investimenti sull’altipiano algerino, a Sétif, decise di andare sul campo di battaglia per incontrare l’imperatore. Cercò per giorni di avere udienza da Napoleone e finalmente si incontrarono.

Napoleone III gli concesse la cittadinanza francese, ed egli se ne tornò in Algeria, nelle sue terre, dove cominciò a studiare gli scritti dell’emiro el-Kader. Siamo nel 1870/71 e el-Kader sta a Damasco dove accoglie i prigionieri cristiani che venivano trucidati dall’esercito ottomano. Henri Dunant prende tutti i testi dell’emiro e decide di accogliere il consiglio di Napoleone III, decidendo così di creare i primi ospedali da campo per prigionieri. Sulla base di questa esperienza, qualche anno dopo creerà la Croce Rossa internazionale che è un patrimonio di tutti noi e che è il risultato di tutti questi incroci (ecco ancora questa dimensione che torna) di esperienze, di personalità, di incontri. Tutto il diritto universale è frutto dello sforzo di tantissime persone fra loro diverse ed è un patrimonio che noi dobbiamo difendere, perché la nostra storia è il risultato di tante sofferenze subite di chi è venuto prima di noi. Invitare oggi ad «alzare i muri» è come buttare a mare tutto quello che è stato costruito. Questa storia mi serviva per illustrare e criticare l’affermazione inconsistente secondo cui andrebbe difesa la purezza dei popoli, che andrebbero difesi da ogni contaminazione, mentre noi, tutti, veniamo da una fecondazione reciproca (e di innesti) fra culture. Qui ho fatto degli esempi, ma tanti altri se ne potrebbero proporre, basti pensare al caso di Sant’Agostino.

 

Come in un incrocio stradale

L’altro elemento importante che voglio sottolineare è quello dell’uguaglianza e della lotta alle discriminazioni. Discriminare l’altro è discriminare se stessi: sembra un’ovvietà, ma nessuno oggi sembra vederla così. Così come recita il titolo 3 della Carta per i diritti fondamentali che riguarda l’uguaglianza e che ribadisce che tutte le persone sono uguali davanti alla Legge. Quasi tutte le discriminazioni prendono a pretesto il colore, la razza, la religione; le violazioni del principio di uguaglianza sono violazioni delle leggi che noi ci siamo dati e che noi dobbiamo per primi rispettare. Per capire qual è il pericolo insito nel discriminare l’altro dobbiamo inquadrare l’importanza delle nostre libertà e delle nostre conquiste. Mi piace a questo proposito citare una docente dell’Università di Los Angeles, Kimberle Crenshaw, che è afroamericana e che ha, per l’appunto, una cattedra in una Università per afroamericani. Quando, dopo tanta gavetta, è approdata a questa Università le hanno dato un tipo di cattedra di quelle che si danno alle donne: questioni di genere. Da lì, a partire dalla sua esperienza personale e dalla storia della sua famiglia, ha cominciato a studiare e ha identificato le «discriminazioni intersezionali multiple». Mi piace citare la metafora dell’incrocio stradale, da lei usata: al centro dell’incrocio c’è il cittadino e tutto intorno ci sono le motivazioni che tutti i giorni vengono addotte oggi per discriminare l’altro. Io potrei oggi essere discriminata per la mia cittadinanza d’origine o per il colore della mia pelle, ma come diceva prima Severino sono elementi e riferimenti che cambiano con il tempo: una volta era discriminato chi veniva dal Veneto, oggi si viene discriminati perché si è africani. Il mondo delle discriminazioni è molto grande, ci sono tantissimi motivi e pretesti per discriminare: io sono malata cronica e posso essere discriminata per questo motivo e occorre capire quanto sono complesse le situazioni umane e quanto a volte sono interiorizzate le discriminazioni multiple (perché non ce n’è mai una sola). Si dice, a volte: «Quello è discriminato perché è marocchino», ma si può essere discriminati per tanti motivi: perché si è marocchini, perché si è neri, perché si può essere malati. Tutti elementi che confluiscono a determinare situazioni di discriminazione. Su questo bisogna riflettere. E per capire a fondo tale realtà, e per difendere la mia dignità, a me cittadino, sono di fondamentale aiuto la cultura e l’esercizio dei miei diritti. Grazie.

 

Sui diritti e sui doveri: una riflessione conclusiva

Piero Meucci. Nel ricordare che l’Unione europea ha avuto il Premio Nobel per la Pace nel 2012, vorrei che Severino dicesse qualche parola per concludere questo incontro.

Severino Saccardi. Ringrazio tutti della partecipazione, di cui siamo molto contenti: c’è stata una grande e significativa affluenza. Mi dispiace sinceramente per Samia, ma purtroppo molti ragazzi, che vengono da fuori Firenze, dovevano prendere il treno e sono dovuti andare via prima della conclusione. Credo che il dibattito di quest’oggi abbia evidenziato che l’Europa è oggetto, più di quanto non si pensi, di passioni e di discussioni ed è un nodo centrale della vicenda politica attuale. Le prossime scadenze, elettorali ma non solo elettorali, ruotano intorno ai temi che riguardano il destino dei popoli – soprattutto quello delle giovani generazioni – dell’Europa, di cui va una volta di più sottolineato l’inserimento, comunque, in un contesto globale. Mi sembra che da questo confronto emergano diversi temi: il principale è quello della responsabilità che noi, ma soprattutto i giovani che stanno crescendo, abbiamo di contribuire a costruire un mondo che va edificato responsabilmente, anche pensando alle generazioni che verranno dopo di noi. Occorre partire da qui, dal rapporto fra generazioni, che è uno dei nodi cruciali delle società dell’Europa di oggi e che dà sostanza anche al tema della cittadinanza europea. Il nostro continente si trova ora in una situazione demografica particolare: sta invecchiando; si impone, di conseguenza, una nuova configurazione della popolazione del nostro continente, una parte dei cittadini del quale non saranno di nascita o di provenienza europea. C’è una bussola che può guidarci in questo percorso (un riferimento generalmente poco sottolineato, ma da cui giustamente Samia è partita pe il suo ragionamento), che è la Carta europea dei diritti. Non c’è dubbio: noi dobbiamo batterci per i diritti, prendendo a riferimento la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Carta europea dei diritti e la nostra Costituzione repubblicana. Ma, nel far questo, non possiamo saltare, come molto spesso succede, il rimando al nesso fra diritti e doveri. Se noi pensiamo, nel contesto europeo, alla nostra grande tradizione nazionale, dobbiamo ricordare che Mazzini aveva ben presente questo legame. Per il nostro recente volume dedicato al settantennale della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo[2], Agnes Heller ha scritto proprio un testo sui diritti e i doveri. Cosa vuol dire sottolineare il rapporto fra diritti e doveri? Vuol dire avere il senso del bene comune, del bene pubblico, avere il senso della responsabilità (come sopra richiamato) verso l’altro e verso le generazioni future. In conclusione, penso che il tema dell’Europa oggi rimandi a tutto questo insieme di questioni. Questioni che ci riguardano direttamente. Una puntualizzazione ci terrei a fare. Sono d’accordo con quanto emergeva nel dibattito: si pone il tema della sovranità, ma non tanto in riferimento al singolo Stato (come vorrebbe il cosiddetto sovranismo), bensì in rapporto alla costruzione – certamente da far avanzare in modo che nessuno sia sacrificato, ripensando le istituzioni europee e ripensando le forme del loro agire – di una vera sovranità europea. In un mondo sempre più complicato, in cui ci sono attori così potenti e, se possiamo dirlo, talora così prepotenti (la Russia di Putin, la Cina, i Paesi Arabi, gli Stati Uniti) e in cui fra l’altro i regimi non democratici non appaiono come qualcosa di residuale (come un tempo si diceva della Russia rappresentata come un Paese ancora non completamente democratico o della Cina che è un grande Paese sviluppato con la particolarità del mantenimento di un sistema monopartitico) ma quasi come un modello, decisionistico e funzionale, dotato tendenzialmente di un forte potere di attrazione, il polo democratico costituito dall’Europa unita ha un ruolo irrinunciabile da giocare. Da questo punto di vista, un continente come l’Europa, che nonostante tutti i suoi problemi ha questa grande tradizione dei diritti, questo grande deposito di cultura dei diritti, ha anche una grande responsabilità verso il mondo intero. Per questo vale la pena di impegnarsi e di lavorare. C’è davvero molto da riflettere e molto da fare. Grazie a tutti i presenti e a tutti gli amici che sono intervenuti.

 

* La Relatrice non ha potuto rivedere il testo del proprio intervento al Convegno perché impossibilitata, ma ha dato l’assenso alla pubblicazione.

[1] Le immagini delle diapositive che hanno accompagnato l’esposizione non sono qui riportate, ma dal contesto del discorso, ne sono facilmente intuibili oggetto e significato.

[2] 1948-2018: diritti umani in cammino, «Testimonianze » nn. 421-422 (a cura di F. Comina, S. Saccardi, S. Silani e S. Zani).

Un «capolavoro della storia» stravolto dal riflusso

Un «capolavoro della storia» stravolto dal riflusso

di Federico Argentieri

 

I «paesi dell’Est», come venivano chiamati prima della caduta del Muro di Berlino, vissero nel corso del 1989 una svolta epocale: la transizione quasi completamente pacifica dai regimi comunisti alla democrazia parlamentare seguita, in pochissimo tempo, dall’ingresso nella NATO e nell’UE. Ma dal 2015 è politicamente iniziato il riflusso, accompagnato dal revisionismo storico, dalla fine della spinta europeista, dallo sviluppo di un populismo identitario, tanto che il cosiddetto gruppo di Visegrad (comprendente i Paesi guidati da governi «sovranisti» in Europa centro-orientale) viene ironicamente detto di «Retrograd».

 

 

1989: quando tutto cambiò

Il 2 maggio 1989, un picnic internazionale organizzato nella cittadina di Sopron, alla frontiera tra Austria ed Ungheria, si concludeva con il taglio a colpi di cesoia di una parte del filo spinato che separava Austria e Ungheria. Meno di otto mesi dopo, l’ex galeotto Vaclav Havel e l’ex giardiniere Alexander Dubcek assumevano trionfalmente le due più alte cariche dello Stato in Cecoslovacchia, completando in modo ideale quello che lo studioso canadese Jacques Levesque ha giustamente chiamato «capolavori della storia», ossia la transizione quasi completamente pacifica dei paesi d’Europa centrale e orientale dalle dittature comuniste alla democrazia parlamentare. Nel giro di 15 anni, a metà del tempo trascorso da allora, quasi tutti questi paesi sono entrati nella NATO e nell’Unione europea, portando il totale di ciascuna a quasi trenta membri ma creando al tempo stesso alcuni problemi di non poco conto. La spinta in tal senso culminava con la cosiddetta rivoluzione arancione del 2004-2005 in Ucraina, che portava al potere un personaggio nettamente filo-occidentale come Yushchenko il quale però dopo inizi promettenti avrebbe deluso le aspettative. Oggi è in voga dire e scrivere che la NATO non doveva allargarsi, non doveva circondare la Russia, eccetera, dimenticando che l’adesione o meno ad un’organizzazione internazionale è, guarda caso, un indiscutibile esercizio di sovranità nazionale; inoltre confondendo causa ed effetto, come per l’appunto nel caso dell’Ucraina, dove la NATO prima dell’invasione russa aveva un livello di popolarità inferiore al 10%, inevitabilmente e non poco cresciuto dopo i misfatti del 2014.

 

Dopo l’elezione di Kaczynski

A partire dal 2005, con l’elezione dell’ultraconservatore integralista Lech Kaczynski alla presidenza della Polonia, è iniziato quello che potremmo chiamare il riflusso, ossia un abbandono graduale della spinta all’integrazione europea ed una riscoperta, per vari aspetti comprensibile, dell’identità storica e dei valori ad essa più o meno legittimamente attribuiti, come ad esempio il cristianesimo di frontiera, baluardo di civiltà contro le orde islamiche. Il cosiddetto sovranismo ha poi inevitabilmente investito anche la Russia, con Putin che dopo alcune dichiarazioni a dir poco energiche formulate a Monaco nel 2007 è passato a vie di fatto l’anno successivo, invadendo due regioni della Georgia in risposta indiretta alla concessione dell’indipendenza al Kosovo, da lui non del tutto a torto vista come un precedente pericoloso. Nel 2010, a ridosso dei festeggiamenti assai sobri per il ventennale della democrazia, l’ex liberale progressista Viktor Orban ha raccolto la prima di tre (finora) maggioranze assolute consecutive, coronandole con un motto degno di attenzione: «Nel 1989 noi guardavamo all’Europa, ora è l’Europa che guarda a noi», e coniando il termine «democrazia illiberale», che in un’intervista del 1 maggio scorso a «La Stampa» ha poi spiegato non essere antiliberale ma semplicemente «non liberale». Confortati da notevoli progressi in campo economico e dai conti in ordine, nell’ultimo decennio i dirigenti polacchi e ungheresi hanno sfidato più o meno apertamente le istituzioni europee in materia di separazione dei poteri, libertà di stampa e accoglienza dei rifugiati, raccogliendo molti rimproveri e minacce di legittime sanzioni (Orban perfino un ceffone neanche tanto scherzoso da Juncker, che lo chiamò «dittatore») ma nulla di veramente sostanziale né tantomeno decisivo. L’ex Cecoslovacchia mantiene un profilo più basso: la scomparsa di Havel a fine 2011 ha lasciato un vuoto incolmabile, il populismo identitario e sovranista è presente ma non così massicciamente e visibilmente come a Budapest e Varsavia. La Slovacchia è l’unica dei quattro di Visegrad (o Retrograd, come li si chiama ironicamente) ad aver aderito all’Euro e ha da poco eletto una presidente della Repubblica, Zuzana Ciapùtova, nettamente orientata verso la democrazia liberale e l’europeismo.

 

Il frastornato tassista di Budapest

Di particolare interesse è la politica della memoria storica e dei suoi simboli che viene messa in opera in questi paesi. L’Ungheria da cento anni è ineguagliabile nella sua frenesia di erigere, poi distruggere, spostare, ribattezzare personaggi, eventi e quant’altro. Un tassista di Budapest che abbia iniziato l’attività negli anni Ottanta si trova sicuramente in gravi difficoltà a causa dei cambi della toponomastica operati a due riprese, dapprima nel 1990-91 e poi nell’era di Orban. Ciò che maggiormente disturba e infastidisce è l’atteggiamento degli attuali governi verso i grandi eventi storici recenti di questi paesi, ossia la rivoluzione ungherese del 1956, la Primavera di Praga del 1968 e l’epopea di Solidarnosc del 1980-81: alle grandi rievocazioni e celebrazioni del dopo 89 è succeduta l’indifferenza, se non l’ostilità come ad esempio quella professata dai gemelli Kaczynski (uno dei quali, presidente della Repubblica, perì in un famoso incidente aereo nel 2010) contro Lech Walesa, accusato neanche troppo velatamente di non essere un buon cattolico per il suo scarso conservatorismo e integralismo. Nell’ex Cecoslovacchia il cinquantennale degli eventi è stato ricordato lo scorso agosto in tono minore, fortunatamente però senza attacchi a Dubcek e compagni. A Budapest, Orban è maniacalmente determinato a riportare tutto a come era all’alba del 19 marzo 1944, ossia prima dell’arrivo delle truppe naziste di occupazione: nel pieno rispetto delle tradizioni, ha spostato, eretto e forse distrutto statue, tra cui quella di un personaggio-simbolo della rivoluzione del 1956 come Imre Nagy, che non è ancora riapparsa dove dovrebbe essere (forse lo sarà il mese prossimo, anniversario dei suoi funerali solenni, o almeno lo si spera); in risposta alle proteste per l’insufficiente ricordo della Shoah, che in appena un anno fece mezzo milione di vittime, ha fatto erigere un monumento in cui si vede un arcangelo, che rappresenta l’innocenza dell’Ungheria, aggredito da un rapace, ossia la Germania hitleriana, concetti che cozzano in modo palese contro la verità storica e che hanno alimentato ulteriori furiose polemiche, tuttora in corso. In conclusione, non è dato sapere quale sarà il contributo che «Retrograd» darà alle nuove istituzioni comunitarie, né fino a che punto il voto aderirà al piano stabilito da Steve Bannon, ex consigliere di Trump, di «colpirle al cuore», trasformando il continente in un’associazione di stati sovrani legati da interessi puramente materiali, di fatto chiusa al mondo esterno e apertamente ostile ad immigrazione e multiculturalismo: quello che è certo è che per ora il ritorno dalla democrazia illiberale a quella liberale non è imminente, anche se la strada per completare la prima delle due potrebbe rivelarsi più accidentata del previsto.

L’Europa al voto: la (scampata) ondata sovranista e una «casa comune» da rinnovare

L’Europa al voto: la (scampata) ondata sovranista e una «casa comune» da rinnovare

di Severino Saccardi e Simone Siliani

Un commento «a caldo» sull’Europa «a macchia di leopardo» uscita dalle recenti elezioni che se, da un lato, ha posto un argine alla spinta sovranista (nonostante i risultati della Lega, del Front National e di Orban), richiama anche l’attenzione sulla necessità di dare un nuovo smalto e vera sostanza politica alle istituzioni dell’Unione.

 

Chi vince in Italia, chi ha vinto in Europa

Questo volume è dedicato in gran parte al «tema Europa». Ci sono gli atti del Convegno Cittadini d’Europa, organizzato da «Testimonianze» e da «Europe Direct», dello scorso 5 marzo e c’è uno spazio dedicato agli specifici problemi dell’Europa centroorientale (a 30 anni dal 1989) e alle politiche del «gruppo di Visegrad». In un contesto simile, a costo di far ritardare di alcuni giorni l’uscita del numero, ci è sembrato opportuno aprire con un «Tema» dedicato ad un commento «a caldo» (certo, di carattere molto generale, come è possibile ad urne appena chiuse) sui risultati delle elezioni europee. Che cosa è possibile dire, al riguardo, in poche battute?

Partiamo dall’Italia. Dove c’è un solo vincitore, la Lega di Matteo Salvini che sfonda il muro del 30% , quintuplica i risultati delle precedenti elezioni europee e raddoppia quelli delle ultime politiche. C’è uno sconfitto ed è il M5S, che perde un terzo dei suoi elettori rispetto allo scorso anno. Il Pd è tornato ad essere il secondo partito italiano, con un risultato molto migliore di quello del 2018, ma la sua rappresentanza nel Parlamento europeo è quasi dimezzata. Il resto è niente (a sinistra) e poco (a destra). Il vincitore Salvini dice che non cambierà niente nel Governo (che avrà un asse evidentemente più a destra), ma non è facile crederlo.

Ma se guardiamo all’insieme dei risultati europei il quadro è ben diverso. Qui, nel Parlamento europeo, le forze sovraniste e di destra non sfondano; anzi, restano sostanzialmente marginali, per quanto inquietanti siano alcune presenze nuove (AfD in Germania, Vox in Spagna), mentre in alcuni paesi sono decisamente ridimensionate (Alba Dorata in Grecia, PVV in Olanda, FPÖ in Austria). Un sollievo per ogni democratico.

Infatti, se è vero che le due grandi e tradizionali famiglie, i popolari e i socialdemocratici, escono indebolite dalle elezioni europee è altrettanto vero che esse escludono ogni alleanza con la destra e assicurano che costruiranno una maggioranza parlamentare fondata sulla loro alleanza, insieme ai liberali e/o ai verdi, le due forze politiche che hanno avuto risultati decisamente positivi e che esprimono un europeismo diverso fra loro e da quello espresso fin qui da popolari e socialdemocratici. La conseguenza, dal punto di vista italiano, sarà che la voce del nostro Paese sarà flebile all’interno dell’Unione, ma di ciò potremmo anche poco preoccuparci se queste elezioni portassero, comunque, ad una maggiore e diversa assunzione di responsabilità nel processo di costruzione europea. Questo era in gioco, davvero, nelle elezioni appena concluse. Certo, i risultati della destra sovranista e antieuropea in Francia e in Italia fanno impressione e rischiano di minare la credibilità democratica di alcuni paesi fondatori della Comunità europea.

 

Una riflessione da non eludere

La composizione complessiva del nuovo Parlamento europeo presenta, comunque, una sostanziale novità politica: il bipartitismo popolari-socialdemocratici è tramontato, ma non nel senso auspicato dai sovranisti e dagli euroscettici. La Großekoalition necessaria per la maggioranza sarà allargata a gruppi più europeisti (Alde e/o Verdi). La sfida lanciata dai sovranisti, che tanto ha preoccupato le istituzioni europee e evidentemente anche i cittadini che si sono recati in massa alle urne (un po’ meno in Italia) non è riuscita a svellere il sistema. Scampato pericolo, si direbbe. Che dovrebbe però spingere le forze europeiste da un lato a marginalizzare le loro componenti ambigue (come Orban nel PPE) e a dare al progetto europeista un respiro nuovo, non più fondato solo sul riferimento al pareggio di bilancio, sulle problematiche finanziarie e sul metodo intergovernativo. Ciò non avverrà automaticamente, ma solo se emergerà una classe politica dirigente nuova, formatasi dentro la crisi che da 10 anni affligge le nostre società e alla quale le ricette europee e il metodo intergovernativo non hanno saputo, in molti casi, dare risposte eque ed efficaci. Gruppi dirigenti in grado di comprendere la portata delle nuove sfide (ecologiche e sociali) che l’Europa non può affrontare né con una impostazione confederale, né con istituzioni politiche deboli, ma con una ritrovata volontà di dare rinnovato smalto e sostanza ad una «casa comune», nata da un grande progetto ideale e più che mai necessaria di fronte alle sfide poste dalla complessità del mondo globale.

Sommario N. 524 – “Cittadini d’Europa”

ABSTRACT

Citizens of Europe, a New ”Constitutional Patriotism” for the “Common home”? The Florentine Conference  on March the 5th 2019
The Conference of  “Testimonianze” and Europe Direct held in the Florentine location of “Le Murate-Projects of Contemporary Art” on March the 5th 2019 aimed to develop a multivocal consideration on the crucial theme for the future of the Union: the European Citizenship. The Conference reports are published in this volume although the European elections have already taken place two months ago.The project of the Conference (which furthermore met with great success and recorded a massive participation including plenty of students and youngsters) was launched after certain remarks regarding a lacking knowledge of the Institutions of the EU and of the way these work (both are already questioned with a high frequency rate by the rising of Souvereignism). Additionally a specific need arose: a need to encourage Citizens to an even more conscious and active involvement in the debates regarding the destiny of the “ Common Home”. The aim would consist in creating a new principle of legitimization of the power called “ Constitutional Patriotism”. The cultural, social, political, economic and jurisdictional  consequences  that  emerge from the development of the European Citizenship analyzed by the speakers respect the usual plurality of viewpoints required by the tradition of Testimonianze. In the second part of this thematic section a collection of contributions digs into the countries of Central and Eastern Europe, which became part of the EU after the  disintegration of the Communist Bloc. These nations seem to have lost their original Europeist fit in favour of an admittedly Eurosceptic and Souvereignist attitude. The reasons for such a shift are here sintetically discussed. Moreover in this part of the thematic section a long-time and great co-worker of “Testimonianze”, as well as member of the Editorial Commitee,  Writer Melita Richter, who recently passed away, is recalled by mean of an excerpt written by her a few years ago for our magazine. The core of Richter’s article is the experience of the Yugoslav Wars.

QUESTONUMERO

Il Tema
5 Severino Saccardi e Simone Siliani, L’Europa al voto: la (scampata) ondata sovranista e una «casa comune» da rinnovare

Culture e Religioni
7 Letizia Tomassone, Oltre l’ultima soglia
10 Stefano Zani, Dagli antichi all’intelligenza artificiale: che cosa ne è del rapporto mente-corpo?

Polis
19 Vannino Chiti, «Regionalismo differenziato» e «secessione dei ricchi»

Uomo Planetario
Cittadini d’Europa. Un nuovo «patriottismo costituzionale» per la «casa comune»?

24 Il Convegno di Firenze del 5 marzo 2019
Il Convegno di «Testimonianze» ed «Europe Direct» – che si è svolto a Firenze, presso la sede de Le Murate – Progetti Arte Contemporanea, il 5 marzo 2019, a due mesi dalle elezioni, anche se gli Atti vengono qui pubblicati ad elezioni già avvenute – si è proposto di sviluppare una riflessione a più voci su un tema cruciale per il futuro dell’Unione, quello della cittadinanza europea. Il progetto del Convegno (che ha registrato un’ampia partecipazione, con la presenza di molti giovani e studenti) è nato dalla costatazione della scarsa conoscenza delle istituzioni dell’Unione e del loro funzionamento (molto spesso messo in discussione dalla crescente ondata sovranista) e dall’esigenza di favorire un più consapevole e attivo coinvolgimento dei cittadini nel dibattito sulla sorte della «casa comune», per la creazione un nuovo principio di legittimazione del potere: il «patriottismo costituzionale». Le implicazioni culturali, sociali, politiche, economiche e giuridiche dello sviluppo di una cittadinanza europea sono state affrontate dai relatori con la consueta pluralità di punti vista (come è nella tradizione di «Testimonianze»). Nella seconda parte di questa sezione tematica sono raccolti alcuni contributi sui paesi del versante centro-orientale dell’Europa, che si è integrato nell’Unione dopo la dissoluzione del blocco comunista e che, per una serie di ragioni che qui vengono sinteticamente indicate e discusse, sembrano aver perso l’originario slancio europeista a favore di un atteggiamento dichiaratamente euroscettico e sovranista. In questo ambito della sezione tematica è anche ricordata una storica e brava collaboratrice di «Testimonianze», la scrittrice Melita Richter, recentemente scomparsa, con la riproposizione di un brano da lei scritto, qualche anno fa, per la nostra rivista (del cui Consiglio di redazione Melita faceva parte) sul dramma della guerra nella ex-Jugoslavia.
25 Piero Meucci, Cittadini d’Europa
28 Severino Saccardi, Il «mosaico Europa» nel villaggio planetario
37 Leila El Houssi, Generazioni (nuove) oltre i confini
40 Gianfranco Pasquino, Conoscere l’Europa delle istituzioni
47 Massimo D’Antoni, C’era una volta il modello sociale europeo
54 Giorgio Valentino Federici, Nel tempo delle identità multiple e delle diverse cittadinanze
61 Samia Kouider, Una (buona) storia da far conoscere ai cittadini di domani
67 «Casa Europa»: versante centro-orientale
68 Federico Argentieri, Un «capolavoro della storia» stravolto dal riflusso
71 Gigi Riva, Ruralità contro urbanità: il dualismo prossimo venturo?
73 Wlodek Goldkorn, L’«Europa dell’Est» e l’orientalismo della sinistra
76 Vesna Stanic, Parlare di Bosnia, ricordando Melita
78 Melita Richter, Con gli occhi di una bambina

Società Civile
84 Orlando Baroncelli, Testimonianze della lotta di liberazione in Toscana: il «caso» apuano
91 Cosme Rada, I contrasti sociali e l’occhio del fotografo

Multimedia
94 Lucio Niccolai, Leoncarlo Settimelli: una vita in musica (e cultura)

102 Roberto Barzanti, Tre libri, il ricordo (di Occhetto) della «Bolognina» e i dilemmi del presente

112 Antonio Fanelli, Il sogno grande di un «comunello di montagna»
116 Gabriele Parenti, Da despota a simbolo dell’anticolonialismo: la regina Taitù
122 Roberto Mosi, Un omaggio corale
124 Mauro Sbordoni, «Testimonianze» e il compleanno del suo direttore

Il presente volume è stato realizzato con il sostegno di

IDENTITIES. LEGGERE IL CONTEMPORANEO – GIOVEDÌ 20 GIUGNO

Presso la Biblioteca Mario Luzzi si terrà, giovedì 20 giugno alle ore 18.00, la presentazione del nuovo volume della rivista – il n. 524, con titolo Unità nella pluralità: per una nuova cittadinanza europea – all’interno del progetto Identities. Leggere il contemporaneo, realizzato dall’Associazione La Nottola di Minerva.

 

Interverranno:

i curatori del volume, il direttore Severino Saccardi e il condirettore Simone Siliani;

Sergio Givone (filosofo);

Leila El Houssi (Università di Padova);

Giorgio Federici (Università di Firenze).

 

Ingresso libero.

 

Sommario N. 523 – “Figure dell’esilio”

ABSTRACT

Personalities of the exile
(Monothematic section edited by Severino Saccardi)
Some considerations developed by Testimonianze’s usual wide range of perspectives on symbolic personalities ( a few among the many ones, who could have been taken into account ), who have been suffering since remote times and still suffer due to the tragedy of the exile and the consequent sorrowful  events. The existential condition of the exile is recalled and thought over through the methods and the viewpoint of each protagonist. It also recalls the fundamental moments of the exile’s experience like the uprooting, the abandon, the solitude and the feeling of nothingness. Nonetheless redemption and rebirth are present as well. An existential theme, which seems to concern at times the human condition itself. Furthermore when the exile, as it often does, originates from situations bound to the political reality such as authoritarian governments or oppressive systems, it should be considered in a more political and historical dimension besides being a theatre of sorrows. An eternal theme, which refers not just to the past but also to our contemporary time characterised by mass migrations. Our present context calls into question the moral and political relationship between the exile condition, the right of asylum and the reception of migrants, all already hypothesized by the cosmopolitan ethos of Kant and the Universal Declaration of Human Rights of 1948.

QUESTONUMERO

Il Tema
5 Vannino Chiti, Il Patto mondiale sulle migrazioni

Culture e Religioni
10 Carlo Prezzolini, Henri Nouwen: una vita alla ricerca di Dio e dell’uomo

Polis
14  Attilio Monasta, Cinquecento anni dopo Il Principe
19  Stefano Zani, La democrazia e i suoi nemici intimi

Uomo Planetario
30   Figure dell’esilio
(Sezione monotematica a cura di Severino Saccardi)
Una riflessione, sviluppata con la consueta pluralità di voci, su una serie di figure-simbolo (alcune, fra le molte che avrebbero potuto essere considerate), che, dai tempi più remoti fino ad arrivare alle dolorose vicende dei giorni nostri, hanno patito e patiscono il dramma dell’esilio. La condizione esistenziale dell’esilio è rivissuta e pensata, con le modalità e gli accenti dei diversi protagonisti, nei fondamentali momenti dello sradicamento, dell’abbandono, della solitudine, dell’essere nulla, ma anche del riscatto e della rinascita. Un tema esistenziale che sembra investire talora, in termini generali, la condizione umana medesima, ma che, quando trae origine (come spesso accade) da situazioni generate da realtà o sistemi di governo dispotici e oppressivi, va considerato espressamente nella sua valenza di tipo politico e nella dimensione storica in cui gli esseri umani che hanno patito o patiscono l’esilio si trovano a vivere. Un tema «eterno», dunque, che rimanda, tuttavia, con forza, alle contraddizioni del presente, nell’epoca delle migrazioni di massa e in un contesto in cui viene rimessa in discussione la relazione (etica e politica) fra condizione di esilio e diritto di accoglienza e di asilo, che era stata ipotizzata dall’ethos cosmopolitico di Kant e dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948.
31  Sergio Givone in dialogo con Severino Saccardi, Figure dell’esilio
45  Bernardo Francesco Gianni, San Miniato, esule armeno
48  Massimo Seriacopi, Più forte dell’esilio: Dante e il dono della Commedìa
52  Olga Mugnaini, I giorni oscuri in cui nacque Il Principe
55  Ricardo Héctor Rabitti, Storie di esilio, di uomini e donne, dell’altra parte del mondo
61  Gabriella Fiori, Simone Weil o dell’esperienza dell’autoesilio
67  Vittoria Franco, Esilio e ricostruzione dell’identità in Hannah Arendt
74  Simone Siliani, I Ginzburg al confino
82  Valdo Spini, Quando la Francia accoglieva i Rosselli
85  Sandra Gesualdi, Don Milani a Barbiana: un esilio «generativo»
90  Andrea Bigalli, Santiago, Italia: i giorni dell’odio e della solidarietà
96  Armando Zappolini, Storie di vita di persone in fuga
99  Bijan Zarmandili, Perché l’esilio non sia il luogo dell’oblio

Società  Civile
104 Studenti della Classe 4 C del Liceo Scientifico «L. Da Vinci» di Firenze, Il diritto di avere diritti
112 Studenti della Classe 5 B del Liceo delle Scienze Umane «G. Pascoli» di Firenze, Diritti umani, ieri e oggi: un percorso scolastico tra teoria e pratica

Multimedia
118 Bruno Becchi, Un gesuita a Scampia
123 Gabriele Parenti, Francesco Guccini: un cantante-poeta e la «nostalgia del futuro»

Sui sentieri dell’Uomo Planetario

Venerdì 22 aprile 2016, ore 17:30
Circolo Arci “P. Pampaloni”
via Maccari 104, Firenze

Severino Saccardi, direttore di Testimonianze
Ernesto Balducci: l’attualità di una lezione

Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana
I panni sporchi dell’Occidente

Paolo Hendel, legge Ernesto Balducci

copertina pd uomo

interno pd uomo

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