Emergency: una cultura di pace in trincea Intervista a Carlo Garbagnati (vice presidente di Emergency) a cura di Maurizio Bassetti
Sommarietto: Motivi ideali e problemi pratici di un’associazione in prima fila per l’aiuto delle vittime delle guerre e del sistema politico-militare internazionale
D. Nell’occasione della guerra in Afghanistan c’è stata molta attenzione da parte dei massmedia anche all’opera di Emergency in quel paese, ma in genere quale è stato e quale è il rapporto con la stampa e con i vari mezzi di comunicazione? Come riuscite a farvi conoscere?
R. Per qualche settimana, in Afghanistan, persone di Emergency sono state tra le poche, sotto qualche profilo le sole, a diretto contatto con ciò di cui in ogni sede continuamente si parlava. Sappiamo con assoluto disincanto che l’interesse ad avere qualche notizia, o più mediocremente a riempire qualche spazio, è all’origine di molta parte dell’attenzione che ci è stata riservata.
Tra di noi (tra Milano e Kabul in un secondo tempo, come dapprima tra Milano e Anabah, nel Panshir), si sono stabiliti criteri circa i rapporti con i mass-media.
(a) Netto il rifiuto a fare informazione sulle vicende d’armi e di strategia: la verità che conosciamo e vogliamo far conoscere sulla guerra non sta su bombardieri e mezzi corazzati, ma sotto le macerie.
(b) Disinteresse a schierarci e lasciarci schierare (per quanto dipende da noi, almeno) secondo denominazioni partitiche o geopolitiche.
(c) Assoluta chiarezza nel respingere la guerra, sia per dichiarate ragioni di principio e d’ordine morale, sia per rilievi di fatto sulla sterilità e comunque sulla sproporzione di questi interventi rispetto alle intenzioni dichiarate.
Il rapporto con i mezzi di informazione non avviene certo in forme casuali. Ci siamo esplicitamente orientati a dar conto della nostra attività effettiva, controllabile, constatabile. A questa documentazione si connettono strettamente le nostre valutazioni e con essa le nostre convinzioni si mettono alla prova. Allo sguardo altrui come presso noi stessi, vogliamo che il pensare si confronti con l’agire.
Questo criterio rende indispensabile un agire trasparente. Incontriamo così curiosità non sempre necessariamente amichevoli, talvolta aggressive o diffidenti, che ci inducono maggiore consapevolezza e ci stimolano ad agire ed essere come noi peraltro vogliamo.
Abbiamo maturato la convinzione che, almeno per situazioni come la nostra, verso l’informazione l’astuzia massima sta nel rinunciare a qualsiasi astuzia.
L’accesso di Emergency ai mezzi d’informazione non è (né sarà in futuro) quello che si è avuto in occasione dei bombardamenti sull’Afghanistan. In Afghanistan, peraltro, le nostre attività hanno avuto avvio quando la previsione era che per gran tempo nulla sarebbe accaduto di “vistoso”. Fino al 10 settembre 2001, essere in Afghanistan, come in Cambogia, in Nord Iraq, in Sierra Leone, era un fattore di scomparsa, non di visibilità.
In generale l’attenzione non ci rincorre, ma è da stimolare e da ricercare.
Per un verso, le situazioni concrete, le storie individuali, hanno la capacità di attirare l’attenzione (di qui la possibilità di «passare» sui media). Per un altro vorremmo trasmettere significati e idee (che secondo i titolari dei media non incontrerebbero la sensibilità diffusa).
Per questa duplice esigenza, priviligiamo nella comunicazione casi e situazioni di concreta, fisica e immediata percepibilità; che rivestono tuttavia una valenza esemplare; «singolarità universali» con il carattere quasi di archetipi.
La nostra abituale presentazione di Emergency, nelle conversazioni e negli incontri diretti, ad esempio in circoli e scuole, coincide per impostazione e ispirazione con modelli e moduli che incontrano il gradimento dei media. Questa continuità rende il messaggio univoco e più facilmente assimilabile.
D. La vostra è soprattutto un’organizzazione di intervento diretto di professionisti, ma avete anche un insieme di volontari o di soci in Italia. Che rapporto c’è tra chi si impegna direttamente nelle missioni e la società civile italiana, chi resta a casa?
R. Il numero di persone disponibili al volontariato in Italia è notoriamente molto elevato. La constatazione diretta riesce comunque sempre a stupire; vorrei dire che emoziona.
Sebbene sia intuibile il carattere professionale specifico della nostra attività, riceviamo numerose richieste-proposte di persone desiderose di offrire la loro attività per i nostri programmi all’estero. Si può immaginare il rincrescimento nel non poter accettare.
In verità, quell’insieme organizzato che è un ospedale comporta l’esigenza di numerose attività non eccessivamente professionalizzate e comunque non di carattere medico-chirurgico. È il caso dei variegati servizi ausiliari: dalle cucine alla lavanderia, alla stireria, alla sartoria, alla pulizia, alla guida di automezzi, alla manutenzione, alla custodia… Non sarebbe tuttavia ragionevole affidare queste attività a volontari provenienti dall’estero. In primo luogo perché portare occasioni di lavoro in luoghi dove non ne esistono è una componente significativa di un intervento umanitario, anche se prioritariamente teso ad altro scopo, come nel caso nostro. Inoltre, questo genere di ingaggio non è proponibile anche per considerazioni finanziarie: le sole spese di viaggio e di assicurazione (comunque irrinunciabile) rappresentano quantità incomparabili a quelle che corrispondono, in loco, a retribuzioni più che dignitose.
Al volontariato possiamo proporre le attività che si svolgono in Italia. Che sono inevitabilmente meno soddisfacenti rispetto al «lavoro diretto, sul campo». Si tratta soprattutto di informazione sulle attività e di ciò che per statuto Emergency si è imposta come «diffusione di una cultura di pace». Si tratta di raccolta fondi, anche. Questa tuttavia è una semplice prescindibilissima eventualità, quando si svolgono attività d’informazione o culturali, che costituiscono in sé un fine, non un mezzo. La partecipazione quanto più possibile assidua, immediata e diretta alle informazioni sulle attività dei diversi interventi costituisce una forma di coinvolgimento. Questa «vicinanza alle situazioni lontane» e il contatto immediato, amichevole, per nulla «gerarchizzato» tra le diverse persone sono caratteristiche essenziali dei rapporti interni e precedono in importanza le diverse funzioni e le specificità dei compiti. Non si tratta solo di una «maniera di fare» quanto piuttosto di un «modo d’essere». Mantenere queste caratteristiche è un obiettivo che si persegue – e si è fin qui raggiunto – anche nell’allargamento delle dimensioni. Anche in questo, forse, trova spiegazione il fatto che gli abbandoni da parte di volontari sia decisamente inferiori a una media ritenuta fisiologica, nonostante il carattere ineliminabilmente indiretto dell’attività dei volontari in Emergency.
Accanto a quelle già indicate, esistono attività funzionalmente connesse alle «missioni all’estero» –
dal reperimento di medicinali e materiali di consumo all’organizzazione di viaggi e spedizioni, all’amministrazione… – alle quali collaborano volontari che peraltro sono coinvolti nella riflessione e nella presentazione «all’esterno» dei motivi e dei significati.
D. Le vostre missioni sono molto specifiche, legate alle zone di guerra. Che tipo di personale utilizzate? Come controllate la sua professionalità, ed eventualmente lo preparate? Non c’è discrepanza tra la preparazione medica ordinaria e le esigenze di intervento specifico da voi attuate?
R. Il contenuto professionale dell’attività di Emergency all’estero è immediatamente evidente, trattandosi di condurre centri chirurgici. Una circostanza aggiuntiva è che il personale che gergalmente designiamo come «espatriato» o «internazionale» deve avere marcate attitudini allo svolgimento di funzioni didattiche.
Un nostro centro chirurgico avviato prevede spesso la presenza di un solo chirurgo «espatriato», il cui compito è anche di rendersi quanto più possibile sostituibile da chirurghi locali.
In questa situazione, dobbiamo cercare persone che abbiano un’ampia e variegata esperienza chirurgica: un proiettile in un polmone, una scheggia di granata nell’addome, o arti distrutti dalle mine… sono situazioni alle quali una stessa persona è chiamata a far fronte in termini di valutazione, di decisione, di intervento.
Ciò che chiamiamo «chirurgia di guerra» non è sempre per intero riassorbito all’interno dell’esperienza anche ampia di chi ha operato in un ospedale in contesti di normalità. Per questa ragione, chi compie con noi la prima «missione» si affianca a personale che ha già esperienza specifica in nostre missioni all’estero.
Analoghe caratteristiche presiedono anche alla scelta degli anestesisti.
Un elevato livello di competenza si richiede al personale paramedico, cui è richiesta altrettanta disponibilità all’insegnamento, una capacità di coordinamento dei diversi servizi paramedici e ausiliari e spesso attitudini a intrattenere rapporti, per dir così, diplomatici con interlocutori per definizione non facili, trattandosi, in un modo o in un altro, di «signori» o «signorotti» della guerra.
L’accertamento dei «titoli» è ovviamente abbastanza semplice. Di maggior rilievo e impegno è invece la constatazione dell’esperienza pratica, alla quale peraltro si può far fronte attraverso un tessuto di conoscenze incrociate che previene, scoraggiandola, l’eventualità di «millantato curriculum».
Ineludibile omaggio alla globalizzazione, la «koinè»: occorre un accettabile inglese parlato.
Esistono inoltre «protocolli» e standard riguardanti livelli e modalità dell’attività professionale. A questi «protocolli» e standard le persone che «partono» si impegnano ad attenersi.
D. C’è una preparazione anche di tipo ideologico o accettate chiunque si proponga? C’è una riflessione sulle motivazioni o sulle modalità che devono animare il vostro intervento? Mi sembra ad esempio che Gino Strada ribadisca spesso la neutralità e imparzialità dell’aiuto offerto.
R. Un aspetto rilevante è quello di informazione sulla cultura locale dei luoghi di destinazione: quanto basta, almeno, a rendere consapevoli che atteggiamenti e comportamenti assolutamente ovvi, «normali» in Europa possono essere sconvenienti o inaccettabili nel caso specifico. Nessuno chiede a un occidentale – spesso questo risulta sinonimo di «cristiano» – di rispettare il Ramadam, ma sarebbe scarsamente rispettoso fumare un sigaro in pieno giorno in pubblico. Un abito femminile che da noi sarebbe adatto a un funerale, altrove potrebbe rasentare la scostumatezza…
Sotto il profilo «ideologico» non abbiamo prevenzioni se si pensa a orientamenti politico-partitici. Certo richiediamo una condivisione dei valori e dei significati fondamentali dell’agire umanitario nel quale siamo impegnati.
In qualche modo connesso con desiderabili convinzioni soggettive, ma tassativamente vincolante sotto il profilo dell’azione che si svolge con Emergency, è l’impegno più rigoroso ad astenersi dal «prender parte». Un atteggiamento assolutamente «neutrale», oltre a un valore morale connesso all’agire umanitario, è anche una necessità funzionale. Ci è accaduto di avere in letti fianco a fianco feriti delle due parti in conflitto tra loro.
Con le parti raggiungiamo accordi per i quali a chi viene dimesso sia assicurata la possibilità di raggiungere la destinazione che desidera, accompagnato da nostri mezzi di trasporto. Queste intese si possono raggiungere e sono rispettate solo nel contesto di un’evidente, constatabile «neutralità».
Sotto il profilo psicologico cerchiamo, per quanto possibile, di conseguire, in fase di selezione, una ragionevole fiducia sulla «tenuta» di un soggetto a modi di vita che spesso sono di notevole isolamento. Si tratta, ad esempio, di prevedere mesi di coesistenza all’interno di un gruppo ristretto, costituito da persone di diversa provenienza, a volte tra loro sconosciute fino all’incontro nel luogo dell’intervento. Un equilibrio che nella situazione concreta incontra molte più insidie di quanto si possa immaginare. Di fronte allo spettacolo ripetuto di corpi dilaniati, spesso di bambini, certo il coinvolgimento attivo per ragioni professionali aiuta a dominare l’impatto. Ma è possibile che l’entusiasmo per ciò che si fa trapassi nello scoramento per ciò che si vede. C’è tra noi una persona ultrasessantenne, di assoluto equilibrio e di enorme esperienza nel settore, che da qualche anno rifiuta qualsiasi impegno in Africa, convinta di non poter reggere al contatto con situazioni troppe volte incontrate.
È persino ipotizzabile, a volte, che un «eccesso di motivazione» costituisca difficoltà e generi problemi.
D. Tra le motivazioni che hanno spinto Gino Strada ad intervenire per curare i feriti di guerra pare ci sia la scoperta che a subire gli orrori dei conflitti moderni ci siano soprattutto i civili. E’ questa spinta umanitaria la principale molla del vostro intervento o sono altre le considerazioni che fate?
R. Rilevante anche se banale – o rilevante proprio perché banale –: la circostanza che le vittime civili siano le più numerose dice già da sé come e perché le vittime civili siano destinatarie delle attenzioni maggiori.
Il fatto è accertato: mentre all’inizio del Novecento i non combattenti vittime della guerra costituivano il 10 per cento circa del numero totale delle vittime, a fine secolo erano i combattenti a costituire il 10 per cento; nove volte su dieci le vittime erano civili.
Emergency, come insieme di persone che si persuadono a gettarsi in questa avventura, nasce da narrazioni-resoconti che Gino Strada, di ritorno da interventi con l’ICRC in zone di guerra, presentava agli amici. La «lista» dei ricordi, in queste conversazioni, includeva con una frequenza impressionante bambini, ragazze, giovanissime donne; al di fuori di questi casi, qualche rilievo quantitativo toccava a persone anziane, non certo identificabili come combattenti.
Di qui la «ragione sociale» di Emergency, che esplicitamente si riferisce alle «vittime civili della guerra». Il che non costituisce in nessuna misura una limitazione: un ferito, una persona che soffre e vede in gioco la sua salute, la stessa sua esistenza, cessa di essere qualsiasi altra cosa diversa da un essere umano in condizioni difficili o estreme, bisognoso di essere aiutato per recuperare sé stesso, la propria vita. Oltre che la deontologia professionale di un medico o di un chirurgo, il senso stesso di Emergency e la sua natura impongono di prenderne cura.
È un fatto, tuttavia, che nel contesto di una guerra le persone dei combattenti assumono un rilievo centrale. In regioni e paesi poveri, poveri anche di servizi sanitari, questo non determina uno spostamento di attenzione, ma una netta, spesso totale sottrazione di questi servizi al mondo dei «civili».
La dotazione tecnologica degli eserciti (o delle formazioni corrispondenti) determina altri fenomeni. In particolare, il fatto che le armi si attivino a distanza rende la posizione dei militari meno pericolosa. Il valore professionale dei combattenti, il costo della loro preparazione, li rende preziosi e protetti. Tra un ingegnere elettronico addestrato per anni e un contadino strappato ai campi con una cartolina-precetto, l’uno è quasi insostituibile, l’altro era fungibilissimo. Anche per questo «il mestiere delle armi» è oggi molto più sicuro di altri, in tempi di guerra.
D’altra parte, per come e dove si svolgono, le guerre che abbiamo conosciuto dalla seconda guerra mondiale in poi hanno accentuato il contenuto distruttivo delle possibilità di vita. Il nemico non è da sottomettere, ma da annientare. Una «pace» o una tregua risulta a volte un’interruzione di quest’opera demolitrice, quasi un inconveniente; si pensi a quanto si è detto e sentito dire circa la «precoce» interruzione della guerra contro l’Iraq e al cinismo verso la prosecuzione di questa guerra attraverso l’embargo.
D. Nel mondo ci sono molte associazioni che operano nei paesi “poveri” o per cooperazione o per interventi sanitari come Medici senza frontiera o la Croce Rossa. Quali rapporti avete? Ci sono rivalità o collaborazioni organiche?
R. Alla nascita di Emergency ha contribuito anche una constatazione: che la capacità di movimento di grandi – e «grosse» – organizzazioni subisce, a motivo delle dimensioni, lentezze e impacci. A questi inconvenienti non sempre riesce a supplire l’ampiezza delle risorse. Non crediamo sia frutto di volontà, consapevolezze o capacità mediocri. Alcuni significativi limiti, crediamo, sono determinati precisamente e insuperabilmente delle dimensioni.
Specialmente per le organizzazioni che hanno una lunga storia, svoltasi anche in tempi nei quali le ONG non erano numerose e diffuse come oggi, è stato quasi una necessità estendere le proprie «competenze» agli ambiti più diversi. La situazione che in questo modo si determina produce autorevolezza nell’opinione pubblica, ma può costituire difficoltà e ostacoli nello svolgimento delle singole attività.
Nel farsi promotrice di una «cultura di pace», com’è anche previsto dal suo statuto, Emergency si fa assertrice dei «diritti umani». Anche nell’agire concreto e quotidiano tendiamo pervicacemente alla coerenza con questo proposito. Se tuttavia Emergency assumesse – ad esempio – in maniera sistematica e continuativa il compito di ispezione e denuncia delle violazioni, ben difficilmente potrebbe ottenere dalle parti in conflitto un’accoglienza o almeno una tolleranza indispensabile per svolgere le sue attività medico-chirurgiche «sul campo» con sufficienti margini di movimento e in accettabili condizioni di sicurezza.
Riuscire a deliberare la costruzione di un ospedale, trovare le risorse, costruirlo, arredarlo, attrezzarlo e avviarne l’attività in pochi mesi, è cosa cui le non eccessive dimensioni dell’organizzazione e la polarizzazione dell’attività contribuiscono in modo sensibile: questi fattori sono almeno altrettanto decisivi dell’entusiasmo e delle capacità degli operatori.
Se questo produca rivalità è domanda che condurrebbe a quella disdicevole pratica che chiamiamo «processo alle intenzioni». Con il che non si vuole eludere l’argomento. Giurare sull’assenza assoluta di qualsiasi traccia di piccolezza o meschinità sarebbe una forzatura. Ma su questi temi è senz’altro più fecondo essere avvertiti verso sé stessi che critici verso altri. Mediocri gelosie, di chi si ritiene esclusivo depositario o titolare di interventi ai quali talvolta non fa fronte in forme e misure sufficienti, o ai quali talvolta non fa fronte affatto… queste cose si intravedono, a volte, ma quasi esclusivamente «nelle retrovie». Situazioni simili, «sul campo», si presentano molto meno, e in ragione inversa alla serietà della situazione.
Un intervento presso le carceri, ad esempio, potrebbe essere sentito come una sovrapposizione o un’intromissione nelle competenze specifiche e formali del Comitato internazionale della Croce rossa. Ma quando questo organismo, per qualche ragione – è accaduto in Afghanistan – non fosse in condizione di intervenire, sarebbe scandaloso (ed è impensabile) mettere in carico a persone che soffrono malintese esigenze di un «galateo» tra le ONG.
Collaborazioni «sul campo» sono esistite, esistono, sono desiderabili.
Ma negli ambiti che sopra si sono chiamati «retrovie» tendono a prodursi e riprodursi mini o maxi-burocrazie, con conseguenti dispersioni di energie e difficoltà di movimento. Un rischio che intravediamo nella costituzione di «cartelli». Quando si intraprendono le strade dei «coordinamenti» – non è congettura, ma esperienza – i problemi della designazione dei coordinatori o dei portavoce rischiano di anteporsi agli scopi che tutti, tutti con le migliori intenzioni, si proponevano.
D. Come siete accolti nei paesi di intervento? Quale rapporto riuscite a stabilire con i governi, con le parti in lotta e con la popolazione locale? Non vi capita di essere considerati degli estranei, di essere confusi con tanti occidentali animati da ben altri interessi?
R. Preparare interventi significa in primo luogo individuare necessità rilevanti, al che si provvede in contatto e in collaborazione anche con le «autorità locali» se esistono e risultano effettivamente tali.
La presenza di parti in conflitto è intrinsecamente la condizione di un intervento in contesti di guerra e non rappresenta una particolare difficoltà quando il conflitto ha come posta in gioco il governo del paese o della regione. In questo caso i contendenti mirano entrambi (o tutti, già che non sono necessariamente due soli) a governare il dopo-conflitto. In questo caso sono tutti interessati al sorgere di strutture utili alla vita civile anche per il futuro.
È diversa la situazione se una delle parti è mera opposizione e non ha fondate aspettative di successo. In questo caso un ospedale ottiene rispetto anche da chi non ha la previsione di governare se garantisce a tutti assistenza e garanzie. Con chi è «destinato a vincere» dobbiamo prendere accordi circa l’estensione dell’assistenza medico-chirurgica anche ai suoi nemici. Un risultato che per lo più è ottenibile proprio in nome, come s’è detto, dell’organizzazione sociale futura.
Questo aspetto «diplomatico» dell’attività è essenziale. È tuttavia «aiutato», presso autorità e popolazione, dalla circostanza che con l’avvio delle attività si creano occasioni di lavoro che, quando l’attività è in pieno svolgimento, diventano qualche centinaio di posti di lavoro stabili e garantiti: una situazione piuttosto rara nelle zone delle quali discorriamo.
Ad attività avviata, il solo valido accreditamento consiste nella qualità del servizio che si offre gratuitamente, senza discriminazioni, con una rigorosa neutralità. Queste caratteristiche, se evidenti, ottengono – abbiamo constatato – il rispetto anche dei soggetti più schierati, anche in momenti molto aspri. Lo testimonia, o almeno lo esemplifica. l’essere riusciti in Afghanistan, nei giorni e nelle ore di maggiore intensità degli scontri, a ottenere una piccola sospensione dei combattimenti tra taliban e mujaheddin perché il personale di Emergency potesse attraversare la mutevole linea del fronte per raggiungere il nostro ospedale di Kabul.
Il solo modo per mostrare di non avere altri interessi che l’attività umanitaria è, in definitiva, uno solo: non averne davvero altri e comportarsi di conseguenza. Non è una banale elusione dell’argomento: è una constatazione maturata con l’esperienza. Anche in presenza di problemi e difficoltà, tutte le variabili e le questioni debbono essere, senza riserve e senza equivoci, solo quelle di cui esplicitamente si parla. Oltretutto, in situazioni difficili, a volte estreme, secondi fini o intenzioni estranee avrebbero scarsissime probabilità di restare nascosti.
È un fatto inoppugnabile che, presso popolazioni e civiltà sensibilmente diverse dalla nostra, alcuni (o molti) valori non sono comuni o condivisi. Quell’insieme che noi chiamiamo «diritti dell’uomo» reca tracce evidenti della sua provenienza dal mondo occidentale. Non voler imporre o colonizzare, insieme tenendo fermo alle proprie convinzioni, rappresenta un momento alto del rapporto con le popolazioni locali, una prova impegnativa ma feconda di ciò che chiamiamo «dialogo». |