mostra_pittura I cinquanta anni di uno “spazio plurale” di Severino Saccardi

E’, questa, una presentazione che, doverosamente, si apre con una giustificazione. La giustificazione del ritardo (che i nostri affezionati abbonati e lettori vorranno perdonarci) con cui questo lavoro editoriale – “Testimonianze” perché: cinquanta anni di percorso (e prospettive) di una rivista – giunge a compimento. A nostro discarico invochiamo la complessità dell’opera che, con un po’ di incoscienza, abbiamo messo in cantiere alcuni mesi fa, con il proposito di fornire una non superficiale ricostruzione, antologica e documentaria, dei decenni di ricerca e di dibattito che sono la sostanza dell’ormai lunga vicenda di “Testimonianze”. Il materiale, in casi come questo, sembra lievitarti nelle mani e la cernita da operare in merito è, talora, fonte di controverse valutazioni. Problematica appare la valutazione dei “tagli” da realizzare e degli elementi, dei temi, dei nomi da evidenziare.
Ci vuole tempo e pazienza. Senza parlare delle difficoltà tecniche non sempre prevedibili (scannerizzazione delle vecchie pagine della rivista, reimpostazione dei testi con un apposito programma informatico…).
Non uno, ma due volumi
Come che sia, il lavoro è adesso concluso ed ha prodotto non uno, ma due volumi, che escono in stretta successione, recuperando il ritardo rispetto alla programmazione della pubblicazione dei numeri della Rivista. Due volumi, fra loro complementari, ed entrambi intitolati “Testimonianze” perché”. Che chiudono la serie delle pubblicazioni straordinarie (che comprendono i tre Quaderni dedicati rispettivamente al direttore emerito Lodovico Grassi, al fondatore della Rivista, Ernesto Balducci ed al compianto Luciano Martini che di “Testimonianze” fu, per non pochi anni, direttore) di questo nostro lungo cinquantennale, denso di eventi, iniziative, occasioni di incontro. Nel secondo volume, che contiene le sezioni antologiche relative ai contributi degli ultimi venti anni, la suggestione contenuta nel titolo (relativa alle ragioni di fondo di un impegno culturale ed ideale) è declinata, nei contributi di amici e collaboratori, guardando anche all’attualità e alle prospettive future. In questo primo (e doppio) fascicolo, invece, lo sguardo è tutto volto alle radici, all’appassionato snodarsi del dibattito e all’emersione delle tematiche, via via affrontate, nei primi tre decenni di vita dell’atipica pubblicazione culturale cui Balducci (con Grassi, Gozzini e Setti) scelse di dar vita nel 1958. In un tempo molto più lontano, culturalmente e politicamente, di quanto non consenta di rilevare la nuda quantificazione degli anni da allora trascorsi. Il lavoro di ricostruzione e di documentazione (e le introduzioni di carattere generale e relative alle singole sezioni) di cui queste pagine sono il prodotto riesce, credo, a darne evidentemente conto. Tonino Virone ha, a questo scopo, letto ed esaminato migliaia di pagine, evidenziando, nello scorrere degli anni, il mutare delle sensibilità, dei punti, di vista, dei temi stessi del dibattito. Ed i suoi commenti minuziosamente ne danno conto, evidenziando sottolineature ed omissioni, intuizioni feconde ed anche idee inevitabilmente datate che le pagine ingiallite della Rivista ci restituiscono.
Maurizio Bassetti, ha, con un’attività certosina di editing e di puntuale risistemazione, pazientemente riordinato i materiali, costruito un’intelaiatura e contribuito a dare il senso complessivo all’impianto di un “prodotto” che vuol rendere l’idea, insieme, della sedimentazione e dell’evoluzione di un’impostazione e delle suggestioni politico-culturali e spirituali che (viste in filigrana attraverso una specifica vicenda come quella di “Testimonianze”) hanno contribuito a portarci laddove oggi siamo.
Sfogliare queste pagine, ci auguriamo, potrà, dunque, servire a restituire alla memoria ed a portare alla conoscenza dei più giovani il senso di non pochi passaggi storici di cui il dibattito culturale qui riportato e condensato è efficace e trasparente cartina di tornasole. Il tema del “passaggio”, della transizione, dell’“andare verso” (verso un nuovo tempo e nuovi orizzonti) è, del resto, un elemento-cardine per rendere il senso di un cammino come quello di “Testimonianze” e della stessa biografica politico-culturale e spirituale del suo fondatore; Ernesto Balducci. Due percorsi, come altre volte abbiamo sottolineato, che non sono sovrapponibili, ma che, evidentemente, strettamente si intrecciano.
Esodo
Non è un caso che, negli anni, densi di contraddizioni e di tensioni, ma rischiarati dalla speranza e fecondati dall’utopia, del dopo-concilio, Ernesto Balducci avesse scritto un libro dal titolo rivelatore Diario dell’Esodo (ed. Vallecchi, Firenze 1971). L’Esodo è un viaggio ed un passaggio, aspro e tortuoso, ma con una direzione di marcia precisa ed un’intenzionale finalità. Quella di andare dalla terra della servitù alla terra della libertà. “Testimonianze” nacque, tra l’altro, proprio in un momento storico di cruciale “passaggio”. Nella Chiesa, intanto. Dove ai rigori dell’età pacelliana stava per subentrare il clima nuovo, aperto e dialogante, del papato di Angelo Giuseppe Roncalli (il “papa buono”, cui Balducci dedicherà pagine di ispirata riconoscenza). Anche in ambito storico- politico e culturale c’erano steccati storici che si apprestavano a saltare. In URSS (nonostante il sanguinoso e drastico colpo di coda della repressione della rivoluzione ungherese del ’56) c’era il “disgelo” e negli Stati Uniti, da lì ad un paio di anni, sarebbe venuto il tempo delle promesse e delle suggestioni della “nuova frontiera” kennediana. Anche in Italia, in un contesto in cui le contrapposizioni ideologiche erano ancora fortissime, si preparava una riconfigurazione delle dinamiche e degli equilibri politici. Il centro-sinistra, da lì a pochi anni, avrebbe inaugurato una stagione diversa (anche se, presto, intristita da precoci e non immotivate disillusioni). Nel campo della cultura un’aria più respirabile, e più aperta alle contaminazioni fra filoni e comparti idealmente ritenuti fra loro incompatibili, si stava annunciando.
“Testimonianze” nasce come una scommessa. Una scommessa fondata, appunto, sull’annuncio e sull’immagine di un cammino. Un cammino, che, nelle sue diverse tappe e scansioni, si vorrà costantemente orientato verso il “nuovo”. Il “nuovo” cui l’Esodo del “mondo cattolico”, nelle sue molteplici e specifiche manifestazioni, tenderà spasmodicamente ad approdare. E che mirerà, fronteggiando risorgenti e potenti controspinte, a consolidare.
Nelle sue radici la rivista fondata da Balducci (è opportuno, in questo senso, il richiamo che vi si fa nel commento introduttivo alle sezioni antologiche) ha il marchio e il timbro della “spiritualità”. Non, però, di una spiritualità disincarnata e vocazionalmente orientata alla fuga dalle contraddizioni del mondo e dai rumori della storia. Da vivere, invece, come annuncio programmatico e sostanziale (nella sua implicita e “provocatoria” denuncia del “neotemporalismo” ecclesiastico) della ricerca di un modo nuovo e non compromissorio di rendere “testimonianza” religiosa e civile di un messaggio di libertà e giustizia, nella condivisione del travaglio di un’umanità lacerata. Due sono i riferimenti che sono presi ad ispirazione (e di cui l’antologia fornisce evidente riscontro): le posizioni del nuovo umanesimo dei pensatori di punta del cattolicesimo francese (richiamate in un trasparente sforzo di emancipazione dal provincialismo nostrano) e la mite e fiammeggiante utopia religiosa e civile del “sindaco santo” di Firenze, Giorgio La Pira. Sono gli ancoraggi cui aggrapparsi saldamente nel corso di un’entusiasmante e perigliosa transizione.
 
Un imprinting non rimovibile
Poi, nel tempo, i riferimenti parzialmente muteranno o verranno criticamente ripensati e ridefiniti, ma l’impronta e la spinta iniziale, oltreché la direzione di marcia, hanno l’evidenza di un non rimovibile imprinting. I molti nomi prestigiosi di intellettuali, teologi, filosofi, esponenti di esperienze comunitarie di base e le tematiche o le istanze cui essi, variamente, daranno voce con i loro scritti non sono che capitoli interni ed articolazioni di un’unica grande tensione e della medesima vicenda. Quella di un “passaggio” d’epoca di cui “Testimonianze” è, in qualche modo, nel suo pur specifico ambito, evidente espressione. Le voci, certamente, sono varie, oltreché spesso di grande spessore. Significativo l’elenco dei nomi (spesso di sorprendente rilievo) di coloro che scrivono sulla (o scrivono alla) rivista: Angelo Roncalli, Gianni Baget Bozzo,Jean Danielou, Hans Urs von Balthasar, Ermenegildo Florit ,Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, Carlo Carretto… Certamente, ognuno di essi è, anche, portatore di un’avvertibile diversità di posizioni, di sensibilità, di orientamenti e di sfumature. Un mosaico composito che rende, però, nella varietà dei suoi toni e nella polifonia delle posizioni evidenziate, la comune aspirazione di significative componenti del mondo cristiano e cattolico alla novità, alla purificazione, al cambiamento rigeneratore.
Un cambiamento che già si avverte vivo ed operante nel dar voce e spazio, in una comune tensione dialogica, alle opinioni ed alle elaborazione dei culturalmente “altri” (v. ad es., Aldo Capitini, “apostolo” della nonviolenza ed il pensatore ebraico-ecumenico Martin Buber).
E’ lo stile, dirompente e deciso, della cultura del dialogo. E’ una notazione che abbiamo avuto modo, altre volte, di richiamare, anche nel corso delle ricostruzioni operate nel corso di questo cinquantennale.
 
La cultura del dialogo
La scelta del dialogo ha avuto, nello scorcio di storia cui qui viene fatto riferimento, e particolarmente nell’esperienza specifica del “laboratorio fiorentino”, un’importanza decisiva. In un tempo dilacerato da contrapposizioni ideologiche frontali, era un’opzione, a suo modo, “rivoluzionaria” quella del confronto aperto e costruttivo e della ricerca di convergenze con esponenti di altri “comparti” culturali, ideali e politici. “Testimonianze” ha, in questo, conferito una particolare curvatura alla sua collocazione nella vicenda dell’“Esodo” del cattolicesimo conciliare e postconciliare e del suo rapporto con differenti sensibilità ed identità religiose, con il “mondo laico” e con la modernità. Le pagine della Rivista sempre più, come è visibile nel corso dei primi tre decenni (cui è dedicato specificamente questo volume) e più ancora nei decenni a noi maggiormente vicini (che sono inquadrati nel volume successivo), danno forte evidenza a tale impostazione. Con un “taglio” che diviene via via, e sempre più recisamente, “laico” (evidenziato dalla stessa esperienza redazionale che si connoterà, in maniera crescente, per il convergere di apporti di credenti e non credenti, pur nell’indiscusso riferimento alle fondative radici cristiane ed evangeliche) e con l’accoglienza, nelle diverse e cangianti rubriche del periodico fiorentino, di contributi di personalità di varia connotazione religiosa, culturale, ideale e politica. La “cultura del dialogo” è stata la cifra probabilmente dominante della stessa vicenda di Ernesto Balducci. Balducci, insieme a tanti altri nomi del cattolicesimo fiorentino che spontaneamente viene da ricordare e di cui si trova traccia in queste pagine (come Elia Dalla Costa, Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani), ed analogamente a non poche ed avvertite intelligenze della Chiesa italiana e mondiale (v. nella selezione antologica: M.D. Chenu, M. Rossi, T. Merton…), pone al centro, con l’urgenza di scelte dense di significato e di forte consapevolezza, il tema del confronto con quella che è stata definita l’“apostasia” del mondo contemporaneo. “Apostasia” nei confronti della fede, del suo messaggio e dei suoi orizzonti di trascendenza. La scelta che ne deriva, e che conferisce senso “eversivo” all’originario e polemico riferimento di “Testimonianze” alla “spiritualità”, è l’esatto opposto della contrapposizione alle correnti ideali della contemporaneità che le gerarchie ecclesiastiche sembrano, fino ad un certo punto, aver privilegiato. E’ quella dell’immersione, proprio in forza della radicalità dell’asse evangelico di riferimento, nelle contraddizioni del mondo e nella ricerca di una risposta alle ansie di giustizia e di libertà di un’umanità sofferente. Una risposta che credenti di diverse confessioni e non credenti debbono elaborare insieme, all’insegna della “buona volontà”. Che è poi la disarmante suggestione di fondo del pontificato giovanneo. Come il fondatore di “Testimonianze” dirà, molti anni più tardi, nell’evocazione della prospettica dimensione dell’“uomo planetario”, vitale e decisivo, in un pianeta sempre più interdipendente (che tale già si annunciava nei decenni di cui siamo qui a trattare), è piuttosto l’“asse orizzontale” della condivisione della premura per la pace, la giustizia e la dignità dell’uomo che non l’“asse verticale” (pur ineliminabile) delle proprie credenze , degli elementi di carattere identitario e dei dogmi religiosi.
Per “Testimonianze”, tale opzione di fondo diventerà, sempre più, una connotazione di carattere nettamente civile, politico ed “antropologico”oltre e ancor più che un modo (per coloro che sono credenti) di investire i talenti della propria fede all’interno delle durezze e del controverso travaglio della storia. Un investimento da fare “in campo aperto”. Di tale, radicale, spirito di apertura “Testimonianze”, negli anni, ha fatto un elemento caratterizzante tanto da farlo quasi diventare una delle motivazioni di fondo (una “ragione sociale”) della sua esistenza, e del suo impegno.
 
Lo spazio “plurale”
Il sorgivo riferimento alla dimensione dell’ “Esodo” e l’opzione preferenziale per la cultura del dialogo sono stati assunti, dalla Rivista, all’interno di un percorso e di uno spazio decisamente e convintamente “plurale”. Intendiamoci; “Testimonianze” ha sempre avuto, pur con i ripensamenti ed anche le “discontinuità” che il confronto con la realtà continuamente impone (com’è evidente nel passaggio critico degli anni ottanta), una sua “linea” editoriale e politico-culturale sostanzialmente netta e riconoscibile. Ma tale connotazione si è sempre costruita ed è stata arricchita e rafforzata nel libero gioco e grazie al costruttivo apporto di un notevole pluralismo di posizioni e di spunti critici, costantemente ricercato ed alimentato nel corso degli anni.
“Testimonianze” ha, cioè, definito, nel tempo, una sua peculiare identità proprio nel configurarsi come “spazio della pluralità” che i contributi di studiosi, amici, esperti di varia appartenenza, religiosa, politica e culturale sono venuti a sostanziare.
Un vitale “spazio plurale” è, com’è evidenziato dalla rivisitazione dei testi e dei contesti attraverso i quali si è dispiegata nei decenni (ed è tuttora in corso) questa atipica esperienza , è una dimensione affatto diversa da quella di un indistinto eclettismo.
L’antidoto rispetto a tale, possibile, deriva è, da sempre, consistito nella nettezza dei valori di riferimento: la cultura della pace, la giustizia, il tema degli “ultimi”, l’universale salvaguardia della dignità umana. Decise sono state, del resto, nel tempo le scelte (e le svolte) politiche di cui la Rivista, si è, di volta in volta, fatta interprete e/o portavoce. Scelte che talora hanno dovuto scontare e portare il peso di conflitti e lacerazioni. Ne è traccia – un esempio per tutti – la lettera di Mario Gozzini ai vescovi italiani al momento della candidatura, insieme alla pattuglia degli “indipendenti”, nelle liste del PCI, a metà anni settanta.
 
I “segni” e il mutare dei tempi
Nel lungo cammino di “Testimonianze” c’è traccia dei riverberi di fuoco che si sono prodotti in concomitanza con le fasi, e gli episodi, delle profonde trasformazioni che hanno segnato la seconda metà del “secolo breve” e l’avvio del nuovo millennio. In Italia e nel mondo. All’interno dell’universo religioso e nel mondo e nella storia “secolare”. Nei rapporti fra le classi, le generazioni, i generi, i popoli e le culture. Vi si ritrovano: gli entusiasmi (e le illusioni) dei primi anni sessanta; la “rottura” del ’68; il tumultuare, gli avanzamenti e i drammi dei settanta; i ripensamenti culturali e politici e le intuizioni “antropologiche” degli ottanta; le speranze e le successive disillusioni seguite al crollo del Muro; le incertezze, le contraddizioni e le potenzialità dell’età della mondializzazione.
Passaggi cui “Testimonianze”, come ha saputo e potuto (e come qui viene parzialmente documentato), ha posto attenzione e dei quali ha sentito, registrato e vissuto in diretta la forza e i contraccolpi. Operando scelte inequivoche e, però, garantendo ed alimentando sempre l’apporto di voci e istanze molteplici e varie per autotutelarsi da chiusure e schematismi e dall’illusoria e fallace dimensione di una logica di pura “resistenza” rispetto all’imprevedibile mutare dei tempi ed alle repliche, talora spiazzanti, della storia.
Alla base di un’avventura di cui qui abbiamo cercato di evidenziare alcuni degli elementi fondanti (la metafora storico-spirituale dell’“esodo”, la cultura del dialogo, l’impostazione “plurale”), vi è, alfine, una lezione. Una lezione che chi oggi mantiene l’ardire di continuare un cammino iniziato decenni orsono ha ricevuto e di cui, in spirito di libertà e in un mondo profondamente trasformato, intende attualizzare le intuizioni e mantenere la vitalità.
Al fondo, tale lezione è riconducibile ad un’idea-forza, relativa al ruolo della cultura nella società e nelle relazioni umane. La cultura non come astrazione o pura accademia. Ma come dimensione viva e strumento per capire la realtà, cogliere i “segni dei tempi” e cercare la vie del cambiamento.
Una dimensione di cui la parola, e specificamente, la parola scritta (su cui “Testimonianze” ha fondato l’intera sua avventura) ha da essere espressione e forza comunicativa. Nell’era di Internet, del “mondo globale” e della multimedialità – è questa la convinzione che è stata anche al centro del nostro cinquantennale – crediamo che tale impostazione conservi intatta la sua validità e riproponga una sfida da raccogliere per continuare a cogliere i “segni”, densi e controversi, del mutare dei tempi.